Naufragio a Lampedusa
Appello per l'apertura di un canale umanitario per il diritto d'asilo europeo
Per adesioni: Progetto Melting Pot
Ai Ministri della Repubblica, ai Presidenti delle Camere, alle istituzioni europee, alle organizzazioni internazionali
A cadenza ormai quotidiana la cronaca racconta la tragedia che continua
a consumarsi nel mezzo del confine blu: il Mar Mediterraneo.
Proprio in queste ore arriva la notizia di centinaia di cadaveri
raccolti in mare, ragazzi, donne e bambini rovesciati in acqua dopo
l’incendio scoppiato a bordo di un barcone diretto verso l’Europa.
Si tratta di richiedenti asilo, donne e uomini in fuga da guerra e
persecuzioni, così come gli altri inghiottiti da mare nel corso di
questi decenni: oltre 20.000.
Lo spettacolo della frontiera Sud
ci ha abituato a guardare l’incessante susseguirsi di queste tragedie
con gli occhi di chi, impotente, può solo sperare che ogni naufragio sia
l’ultimo. Come se non vi fosse altro modo di guardare a chi fugge dalla
guerra che con gli occhi di chi attende l’approdo di una barca, a volte
per soccorrerla, altre per respingerla, altre ancora per recuperarne il
relitto.
Per questo le lacrime e le parole dell’Europa che piange i morti del confine faticano a non suonare come retoriche.
Perché l’Europa capace di proiettare la sua sovranità fin all’interno
del continente africano per esternalizzare le frontiere, finanziare
centri di detenzione, pattugliare e respingere, ha invece il dovere, a
fronte di questa continua richiesta di aiuto, di far si che chi fugge
dalla morte per raggiungere l’Europa, non trovi la morte nel suo cammino
Si tratta invece oggi di "esternalizzare" i diritti. Di aprire, a
livello europeo, un canale umanitario affinché chi fugge dalla guerra
possa chiedere asilo alle istituzioni europee in Libia, in Egitto, in
Siria o lì dove è necessario (presso i consolati o altri uffici) senza
doversi imbarcare alimentando il traffico di essere umani e il
bollettino dei naufragi.
Nessun appalto dei diritti, nessuna
sollevazione di responsabilità ai governi europei., piuttosto la
necessità che l’Europa si faccia veramente carico di evitare queste
morti costruendo una presenza diretta e non terza che, fin dall’interno
dei confini africani, possa raccogliere le richieste di chi chiede
protezione per poi accogliere sul suolo europeo chi fugge ed esaminare
qui la sua domanda.
Alle Istituzioni italiane, ai Presidenti
delle Camere, ai Ministri della Repubblica, chiediamo di farsi
immediatamente carico di questa richiesta.
Alle Istituzioni europee di mettersi immediatamente al lavoro per rendere operativo un canale umanitario verso l’Europa.
Alle Associazioni tutte, alle organizzazioni umanitarie, ai collettivi
ed ai comitati, rivolgiamo l’invito di mobilitarsi in queste prossime
ore ed in futuro per affermare
IL DIRITTO D’ASILO EUROPEO
Prime sottoscrizioni:
Progetto Melting Pot Europa
Associazione Culturale Askavusa, Lampedusa
Arci Immigrazione
CGIL
Campagna LasciateCIEntrare
Medici per i Diritti Umani
Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR)
Prendiamo La Parola
ZaLab
Rifondazione Comunista
SEL (Sinistra Ecologia e Libertà)
Rete Antirazzista Catanese
Associazione Antigone
Associazione Lunaria
Associazione Articolo21
Terre des Hommes
Ambasciata dei Diritti Marche
Esc-Infomigrante, Roma
ADL Cobas
Associazione Razzismo Stop, Padova
Aps Garibaldi 101
Movimento migranti e rifugiati
Terra del fuoco
PRIME Italia
Osservatorio Carcere UCPI
Class Action Procedimentale
Unione forense per la tutela dei diritti umani
Associazione "Solidarite Nord Sud" ONLUS
Voice off Onlus
Opera Nomadi di Padova Onlus
Comitato No Muos Milano
Associazione Volontari per la Protezione Civile ASTRA
Associazione Finis Terrae Onlus
Casa Internazionale delle Donne di Roma
Centro sociale Bruno, Trento
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giovedì 3 ottobre 2013
Ennesima strage di migranti in mare
Il sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini ha inviato un telegramma al premier Enrico Letta: "Venga a contare i morti con me", e sullo sfondo le accuse di alcuni superstiti: "Tre pescherecci ci hanno visto e non si sono fermati".
Il barcone s'è inabissato ed è stato individuato sul fondale intorno a mezzogiorno: in mare sono stati trovati giubbotti salvagente, pezzi di legno e macchie di olio. Il naufragio sarebbe stato forse causato da un incendio a bordo. Disperati i soccorritori sui quattro pescherecci che hanno recuperato i corpi: "Ci sono morti ovunque", una testimonianza raccolta e riportata dal sindaco, che a Sky Tg24 ha anche annunciato l'arresto di uno scafista. "E' un orrore - ha detto anche il primo cittadino - ci vorrebbero le telecamere per mostrare quel che sta accadendo".
link:
http://palermo.repubblica.it/cronaca/2013/10/03/foto/strage_di_lampedusa_il_barcone_della_tragedia-67817203/1/#1
http://www.repubblica.it/cronaca/2013/10/03/foto/le_tragedie_del_mediterraneo-67811037/1/
lunedì 18 febbraio 2013
Uranio impoverito, l'ultima beffa
Dopo le troppe morti sospette di soldati e non, nel 2009 il ministero della Difesa aveva creato un comitato di prevenzione e controllo. Quattro anni dopo, si scopre che non ha fatto nulla, tranne distribuire soldi in modo non trasparente.
Era nato tra grandi speranze e con una missione importante e delicata: studiare i fattori di rischio per la salute dei militari impegnati in missioni internazionali e nei poligoni, su forte impulso della penultima Commissione d'inchiesta sull'uranio impoverito.
Eppure dal 2009, anno del suo insediamento, il Comitato di prevenzione e controllo delle malattie istituito presso il ministero della Difesa, è accusato di aver inciso poco o nulla sulla questione per la quale è stato costituito. Avendo assunto, come unica iniziativa significativa, la pubblicazione di un bando milionario destinato a finanziare alcuni dei suoi componenti.
E' un passaggio della relazione finale dell'ultima Commissione d'inchiesta sull'uranio impoverito a mettere nero su bianco e in modo esplicito le perplessità per l'operato del Comitato, istituito nel 2007 dall'allora ministro della Difesa Arturo Parisi sulla scia delle testimonianze dei soldati italiani affetti da gravi patologie dopo essere stati impegnati nei poligoni sardi o in missioni internazionali, spesso senza essere dotati delle stesse protezioni in uso alle forze alleate.
La Commissione d'inchiesta, nel testo pubblicato poche settimane fa, esprime un giudizio severo sull'attività finora svolta dai componenti dell'organismo in questione e parla di «scarsi risultati conseguiti». Ma non si ferma qui.
L'unica iniziativa significativa assunta dal Comitato, fa notare la relazione firmata dal presidente della Commissione Rosario Giorgio Costa, è stata la pubblicazione di un bando per l'assegnazione di fondi a carico del Ministero della Difesa e destinati a sostenere progetti di ricerca.
Tra i sette finanziati, per un costo totale di quasi 3 milioni di euro, due fanno capo a membri del Comitato e un terzo è stato assegnato al coordinatore delle strutture operative e di ricerca che agiscono per conto dello stesso organismo.
Si tratta di un milione di euro, soldi destinati a finanziare l'attività di ricerca svolta dalla dottoressa Antonietta Gatti e dai professori Massimo Zucchetti e Raffaele D'Amelio, quest'ultimo operante nelle vesti, appunto, di coordinatore.
Si va dai 650 mila euro ottenuti dal professor D'Amelio per il progetto triennale riguardante «la sicurezza, immunogenicità ed efficacia delle vaccinazioni nel personale militare», ai 202 mila euro previsti per la ricerca della dottoressa Gatti «sull'esposizione alle nanoparticelle ambientali in modelli vegetali», passando per il 100 mila euro richiesti per un progetto biennale, l'ennesimo sulla «tossicità dell'uranio impoverito» dal professor Zucchetti. Somme che sono in gran parte già state erogate.
Anche se si tratta di nomi scientificamente autorevoli, sono gli stessi commissari a storcere il naso di fronte alla procedura seguita per l'assegnazione del denaro: «La Commissione d'inchiesta ritiene che tale procedimento presenti caratteristiche di inadeguatezza nella valutazione e scarsa trasparenza»
A leggere i nomi dei professori finanziati salta agli occhi anche altro: due di loro risultano essere stati anche consulenti della Commissione d'inchiesta sull'uranio impoverito. Si tratta della dottoressa Gatti e del professor Zucchetti, studiosi di fama mondiale che - mentre collaboravano gratuitamente con i senatori per aiutarli a individuare le responsabilità del ministero della Difesa nelle morti e nelle malattie contratte dai soldati italiani - hanno beneficiato dei fondi elargiti dal Ministero stesso. Nonostante l'autorevolezza degli esperti e la qualità degli studi, la presenza di un potenziale conflitto d'interessi non passa inosservata.
A spulciare l'elenco dei sette studi foraggiati dal Comitato per la Prevenzione ci si imbatte anche in un progetto sulla «incidenza della patolologia neoplastica tra il personale militare e civile operante nel poligono di Salto di Quirra dal 1990 al 2005».
Un tema delicato, alla luce dei molti militari deceduti dopo aver prestato servizio nel poligono sardo. Morti sulle quali la procura di Lanusei ha avviato un'inchiesta nel 2011 per disastro ambientale e omissioni dolose.
A ricevere il finanziamento del ministero è stato il professor Pierluigi Cocco, per anni il medico competente del poligono, tra le 20 persone per cui i magistrati hanno chiesto il rinvio a giudizio. E' accusato, insieme al sindaco di Pedasdefogu Walter Mura, di aver diffuso 'informazioni sanitarie false' su tutta l'area del poligono mettendo a repentaglio la salute pubblica.
A fronte di un'iniziale richiesta di 266.500 euro al professor Cocco è stato accordato un finanziamento di 170 mila euro.
«Ho segnalato e denunciato la vicenda a Monti e al ministro della Difesa», dice il senatore uscente dell'Idv Giuseppe Caforio, che non sarà ricandidato alle prossime elezioni, «ma nessuno mi ha mai risposto».
(fonte: L'Espresso, a firma di Martino Villosio e Salvatore Ventruto)
link: http://inchiestauranio.blogspot.it/2013/02/erasmo-savino-morto-nellindifferenza.html
martedì 8 gennaio 2013
L'unica industria non in crisi: quella delle armi...
C'è un settore industriale per il quale la crisi sembra essere già finita, è l'industria bellica europea che, dopo il calo del 2010, vede aumentare del 18,3% gli ordinativi ai paesi dell’Unione Europea per esportazioni di sistemi militari. Nel 2011 (ultimo dato disponibile) la domanda di armi rivolta all'Ue ha superato i 37,5 miliardi di euro (erano 31,7 miliardi nel 2010). I dati sono diffusi dal sito Unimondo.org, che li ha elaborati dall'ultimo rapporto dell'Ue.
Da qui si apprende che crescono soprattutto le autorizzazioni all'esportazione di armi (“licences”) verso le zone di maggior tensione del pianeta (Medio Oriente e Asia), mentre diminuiscono quelle verso gli Usa. Aumentano anche le consegne effettive di materiali militari: ma su queste il Rapporto dell’UE non presenta i dati perché diversi paesi (tra cui Germania e Regno Unito) non li hanno resi noti.
Ma anche l'Italia, secondo l'articolo di Giorgio Beretta pubblicato su Unimondo.org, non eccelle in trasparenza.“Forse – si legge - per adeguarsi allo standard tedesco, il governo tecnico italiano ha pensato di manipolare un po’ le cifre: a fronte degli oltre 2,6 miliardi di consegne riportate nella Relazione governativa nazionale, i funzionari governativi hanno riferito all’UE solo poco più di 1 miliardo. Un “errore” che solleva più di qualche interrogativo sulla trasparenza del Governo Monti in questioni militari”. Inoltre, secondo Unimondo, "gli ultimi due governi italiani (Berlusconi e Monti) appaiono molto simili riguardo alla comunicazione sull’export di armi: non segnalando all’UE le specifiche tipologie nelle consegne di armamenti hanno entrambi mantenuto un prudente riserbo sui sistemi d’arma effettivamente esportati dall’Italia".
Più nel dettaglio, i dati riportati dal sito di informazione indipendente, segnalano una forte ripresa delle esportazioni europee verso i paesi asiatici (dai 4,7 miliardi del 2010 agli oltre 5,5 miliardi di euro del 2011) e, in particolar modo verso il Medio Oriente (da 6,6 miliardi a quasi 8 miliardi di euro). In crescita anche le esportazioni verso l’Africa sub-sahariana che superano i 493 milioni di euro. In calo sono invece soprattutto le autorizzazioni all’esportazione verso l’America settentrionale (erano 4,6 miliardi nel 2009, sono 3,6 miliardi di euro nel 2011), l’America centro-meridionale, oltre che verso i paesi del Nord Africa verso i quali però, nonostante il 2011 sia stato l’anno delle rivolte popolari della cosiddetta “primavera araba”, i paesi europei hanno autorizzato esportazioni di armamenti per oltre 1,2 miliardi di euro.
Nel 2011, il principale cliente delle industrie militari europee non sono gli Stati Uniti (solo 3,2 miliardi di euro a fronte dei 3,5 miliardi del 2010 e dei 4,3 miliardi nel 2009), ma l’Arabia Saudita: alla monarchia saudita i paesi europei hanno autorizzato esportazioni di sistemi militari per oltre 4,2 miliardi di euro, di cui soprattutto dal Regno Unito (oltre 2 miliardi) per i caccia Eurofighter Typhoon, “una commessa dai contorni alquanto torbidi – osserva Unimondo - e che riguarda anche le aziende italiane”. Restando nell’area, spiccano le commesse degli Emirati Arabi Uniti (1,9 miliardi di euro): in una parola, semplifica ancora il sito di informazione pacifista, “le monarchie assolute mediorientali sono i principali clienti dell’industria armiera europea e le armi continuano ad essere la merce di scambio privilegiata dei paesi europei per pagare la propria bolletta energetica”.
Non è un caso, quindi – scrive ancora Beretta - che nonostante le rivolte popolari del 2011, siano state autorizzate esportazioni di armamenti anche ad paesi con ampie riserve energetiche e di risorse minerarie come l’Algeria (815 milioni di euro di cui oltre la metà dall’Italia) e il Marocco (335 milioni di euro, soprattutto dalla Francia). Ma stupiscono – vista la violenza della repressione e del conflitto – le autorizzazioni all’esportazione di armi europee verso l’Egitto (303 milioni di euro), la Tunisia (16,5 milioni) e addirittura la Libia che era sotto embargo nel 2011 (34 milioni di euro di cui 17 milioni di euro tra missili, razzi e bombe dalla Francia).
Le armi continuano ad essere merce esportata dai paesi dell’UE anche in altre zone di forte tensione come India (1,5 miliardi di euro) e Pakistan (410 milioni di euro) e finanche l’Afghanistan – un paese tuttora sotto embargo parziale di armi – che nel 2011 ha visto un record di importazioni militari dai paesi UE: oltre 465 milioni di euro di cui 346 milioni di euro dall’Estonia per generici “energetic materials”.
di rassegna.it
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sabato 5 gennaio 2013
Agromafia e caporalato
Analisi
Il caporalato tra passato e presente
Come è stato possibile? Ci sono delle differenze sostanziali tra il caporalato del passato e quello “globalizzato” dei giorni nostri. Quest’ultimo si è adeguato e adattato ad alcuni radicali processi sociali in atto, in particolare l’erompere dei flussi migratori; e ha prodotto in molti casi una degenerazione dello sfruttamento in schiavismo. C’è un profonda differenza tra i braccianti di oggi e quelli di ieri, quelli di Giuseppe Di Vittorio e di Placido Rizzotto, quelli che hanno lottato per l’imponibile di manodopera, hanno partecipato alle occupazioni delle terre e si sono scontrati contro condizioni di lavoro e di vita inique.
Un tempo i “cafoni” condividevano con il caporale il medesimo orizzonte sociale e culturale, la medesima lingua, le medesime contrade (non sempre, come vedremo nell’ultimo paragrafo, eppure in buona parte è stato così). Pur schierati su versanti contrapposti, appartenevano allo stesso paese, o comunque alla stessa provincia, alla stessa regione. Pertanto venivano a stabilirsi con il caporale, e quindi con il proprietario terriero alle sue spalle, dei rapporti di forza codificati. Certo, c’erano la fame, la malaria, la mortalità infantile, i soprusi, il sotto-salario, la repressione sistematica di ogni moto di ribellione... La “civiltà contadina” è stata anche questo, e non voglio affatto minimizzare un cumulo di violenze peraltro vittima di oblio nell’Italia contemporanea.
Tuttavia oggi accade qualcosa di profondamente diverso. I braccianti stranieri, soprattutto quando stagionali, percepiscono le nostre campagne come una “terra di nessuno” con cui non hanno niente a che spartire: una terra di cui non condividono la lingua, non conoscono le leggi scritte e quelle non scritte. Anche quando si insediano nelle borgate e nei casolari intorno ai paesi, non c’è alcuna forma di integrazione con il loro tessuto urbano e sociale. C’è una distanza siderale: ogni chilometro ne vale cento; ed è proprio questa estraniazione a generare la profonda vulnerabilità che alimenta lo sfruttamento più crudo.
Benché tutto il caporalato non sia riconducibile a forme di neo-schiavismo, sempre più spesso esso si manifesta in casi eclatanti di riduzione in schiavitù, in vari gradi di “soggezione continuativa”, come questa viene definita nell’articolo 600 del Codice penale. “La riduzione o il mantenimento nello stato di soggezione”, vi si legge, “ha luogo quando la condotta è attuata mediante violenza, minaccia, inganno, abuso di autorità o approfittamento di una situazione di inferiorità fisica o psichica o di una situazione di necessità, o mediante la promessa o la dazione di somme di denaro o di altri vantaggi a chi ha autorità sulla persona.” Riproducendosi su larga scala, e per migliaia di lavoratori, tale “soggezione continuativa” diviene elemento strutturale del lavoro agricolo (e, in misura meno appariscente ma ugualmente grave, in altri ambiti come l’edilizia).
I nuovi caporali
Oggi l’organizzazione gerarchica del caporalato è composta da una fitta reti di capi, caporali e sotto-caporali spesso in contatto tra loro da regione a regione. Come racconta Yvan Sagnet, portavoce dei braccianti che hanno organizzato lo sciopero di Nardò nell’estate del 2011 e oggi impegnato nella Flai-Cgil, in Puglia: “ci sono i caporali e ci sono i sotto-caporali. Perché i caporali non possono gestire tutto. Il caporale può avere quattro o cinque campi di raccolta e manda i suoi assistenti a gestire i lavoratori. Ha una squadra, ha gli autisti, degli assistenti, ha i cuochi.
A Nardò c’era il ‘capo de capi’, era un tunisino. Poi c’erano altri caporali che lavoravano per lui. Ci sono varie tipi di nazionalità in particolare africani. Il capo dei capi manda il caporale a gestire gli altri capi. Al capo dei capi spetta una percentuale su ogni cassone, ma il grosso rimane al caporale. Questi è quasi autonomo rispetto al primo livello. Nell’agro di Nardò, c’erano tra i 15 e 20 caporali e controllavano tra i 500 e i 600 lavoratori”.
In cosa le condizioni descritte da Sagnet differiscono da quello che possiamo definire “caporalato classico”? Gli ambiti di sfruttamento, minaccia e ricatto sembrano essersi ampliati, sono diventati sempre più capillari nelle varie sfere della vita quotidiana dei lavoratori agricoli, che dipendono in tutto e per tutto dai caporali, non avendo altre reti a cui far riferimento. Il controllo dei caporali si estende spesso agli stessi alloggi in cui dormono. È questa la principale differenza tra vecchie e nuove forme del caporalato.
Un ulteriore elemento di novità del caporalato “globale” rispetto a quello “classico” è che la provenienza geografica dei caporali è divenuta una variabile che incide fortemente sul reclutamento dei braccianti. Sempre Sagnet racconta che “il mio caporale era sudanese. E qui funziona per nazionalità, prima vengono quelli della nazionalità del caporale, e poi gli altri. Funziona così anche con i tunisini, con i nigeriani”. E lo stesso accade per i lavoratori provenienti dall’Europa dell’est, a volte vittime di condizioni di sottomissione ancora maggiori. Come detto, i nuovi braccianti agricoli non possono far riferimento a quelle che in sociologia si chiamano reti sociali “dense”.
Lo sfruttamento avviene in condizioni di profonda solitudine, o comunque di isolamento. Ovviamente, negli ultimi vent’anni il nuovo caporalato non solo si è intrecciato con i nuovi flussi migratori, traendo vantaggio dal bisogno di occupazione di larghe masse di lavoratori. È stato oltremodo favorito dalla legislazione in materia di immigrazione. La Bossi-Fini è stata spesso un potente alleato dei caporali, rendendo i lavoratori (specie se sprovvisti di un permesso di soggiorno) oltremodo ricattabili davanti ai propri sfruttatori.
Tantissimi lavoratori sono stati denunciati come “irregolari”, dopo essere stati sfruttati dai loro stessi caporali. Tantissimi altri si sono affidati ai “signori della regolarizzazione”, offrendo diverse migliaia di euro per un permesso di soggiorno (il semplice pezzo di carta) in cambio di un lavoro che rimaneva il medesimo. Quando i braccianti abitano in casolari isolati o in tendopoli auto-costruite lontane dai centri abitati, tale invisibilità alimenta la loro vulnerabilità. È alla luce di tutto ciò che vanno valutate le nuove misure varate nel settembre del 2011 (introduzione del reato di caporalato) e nel luglio del 2012 (concessione del permesso di soggiorno ai lavoratori che denunciano i propri sfruttatori).
Tali misure sono di enorme importanza. Per la prima volta in Italia viene formulato giuridicamente il concetto di grave sfruttamento lavorativo: qualcosa cioè che, anche qualora non giunga alle forme estreme di riduzione in schiavitù, è comunque molto più grave del semplice “lavoro nero” o della sola evasione contributiva. E per la prima volta viene offerta una via d’uscita a tutti quei lavoratori ricattati dalla condizione di clandestinità. Tuttavia tali norme possono divenire davvero efficaci, solo se la cappa di vulnerabilità e invisibilità verrà rotta anche sul piano culturale, sociale, economico, sindacale.
La lezione di Di Vittorio
Tuttavia tra passato e presente ci sono anche profonde analogie da cui trarre importanti insegnamenti. Non solo la giornata-tipo di un bracciante del ventunesimo secolo è tremendamente simile a quella di un bracciante dei primi del Novecento (basta leggere ad esempio le testimonianze “di ieri” raccolte in “La memoria che resta. Vita quotidiana, mito e storia dei braccianti nel Tavoliere di Puglia” di Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero, Edizioni Aramirè, per accorgersi come l’universo materiale, la fame, l’assenza di acqua, l’inospitalità dei casolari, i metodi del dominio siano spesso i medesimi).
C’è un’altra analogia da interrogare, e in buona parte porta a vedere sotto nuova luce quanto detto finora: anche ai primi del Novecento il lavoro agricolo era strettamente intrecciato ai flussi migratori. Non erano flussi globali, beninteso, bensì intraregionali o al massimo interregionali. Ma in alcuni casi mettevano a dura prova - proprio come oggi - il rapporto tra lavoratori “locali” e “forestieri”. Giuseppe Di Vittorio prestò sempre molta attenzione al nesso tra lavoro e flussi migratori, come dimostra un recente libro edito da Donzelli, “Le strade del lavoro”, a cura di Michele Colucci. Vorrei porre l’attenzione sul primo scritto raccolto nel volume, una lettera indirizzata al direttore del “Corriere delle Puglie” nell’aprile del 1914 a proposito dei fatti di Colapatella. Cosa era accaduto? Nella masseria di Colapatella, a pochi chilometri da Cerignola, in provincia di Foggia, c’era stato un sanguinoso scontro tra lavoratori locali e lavoratori “forestieri” provenienti dalla provincia di Bari, che aveva lasciato in mezzo ai campi un morto e diversi feriti. Alle spalle di tanta violenza tra gli stessi lavoratori, vi era la particolare struttura del lavoro agricolo nella Puglia di primo Novecento.
Nonostante le profonde differenze tra ieri e oggi già analizzate, in genere si pensa che il “lavoro migrante” sia approdato in agricoltura solo negli ultimi quindicivent’anni con l’arrivo nelle nostre campagne dei braccianti stranieri, africani o esteuropei, che hanno rimpiazzato i vecchi braccianti pugliesi, siciliani, calabresi; e si deduce che l’intreccio tra vulnerabilità dei nuovi arrivati, scarsa sindacalizzazione, paghe da fame e casi di grave sfruttamento lavorativo sia una fatto relativamente recente. Come se prima, un secolo fa, a lavorare la terra e a raccogliere i suoi frutti, fossero unicamente braccianti stanziali, residenti a pochi chilometri dai fondi agricoli, “etnicamente” compatti. Molte volte non era affatto così.
Il Tavoliere era una complessa area d’immigrazione anche un secolo fa. Solo che allora gli “stranieri” che approdavano nell’agro di Cerignola perché a casa loro soffrivano la fame provenivano dalle altre province pugliesi, seguendo massicce migrazioni stagionali molto simili a quelle attuali. Da dove nasceva il dissidio? Mentre i braccianti cerignolani erano da tempo organizzati in una Lega combattiva, che aveva ottenuto (almeno in parte) il rispetto dei propri diritti e un sostanziale aumento delle retribuzioni, i “forestieri” provenienti dalla provincia di Bari - scarsamente organizzati - accettavano di lavorare anche per 40-50 centesimi in meno al giorno, all’epoca una cifra enorme. Ovviamente i proprietari terrieri, e i loro “suprastanti”, avevano tutto l’interesse a ingaggiare questi ultimi per indebolire la Lega. Da qui gli scontri sanguinosi.
L’intelligenza di Di Vittorio fu nell’intuire che il lavoro migrante è connaturato all’essenza stessa dell’agricoltura stagionale, e che ogni forma di organizzazione sindacale - nata per unire tutti i lavoratori - ne avrebbe dovuto tenere conto. Era inutile accusare i nuovi arrivati di crumiraggio: il problema era semmai trovare il modo di ricostituire un’alleanza plurale tra diversi lavoratori, informandoli sui loro diritti soprattutto nelle province di partenza, interpretando lo stesso sindacato come una struttura “migrante” dal momento che deve avere a che fare con dei lavoratori “migranti”. Ma di quale Puglia stiamo parlando, di quella di un secolo fa o di quella dei giorni nostri? Stiamo parlando di entrambe, e risiede proprio in questo il grande interesse degli scritti di Di Vittorio. Da qui occorre ripartire per disegnare nuove forme di intervento e analisi. Lottare contro il caporalato vuol dire innanzitutto comprendere il mondo che ci circonda. Cogliere tutti i nessi possibili tra passato e presente.
di Alessandro Leogrande
dal sito di http://www.rassegna.it/articoli/2012/12/21/95486/il-caporalato-tra-passato-e-presente
[il pezzo qui riprodotto è un estratto di Agromafia e caporalato, il primo rapporto sull'Italia. La ricerca dell'Osservatorio Placido Rizzotto presentata dalla Flai Cgil, il sindacato del settore agroalimentare. L'illegalità è in continua espansione. 400mila persone vittime del caporalato. 27 clan nel business dell'agro- ed ecomafia. Il rapporto si può scaricare integralmente in formato digitale (pdf) nello shop di rassegna.it, al prezzo di 2,99 euro].
mercoledì 23 maggio 2012
Bombe, stragi e verità
Capaci e via D'Amelio vent'anni dopo
Falcone e Borsellino, così la retorica di Stato uccide verità e memoria
[Vi riporto parte della prefazione di Roberto Scarpinato, procuratore
generale di Caltanissetta, a "Le ultime parole di Falcone e Borsellino"
(a cura di Antonella Mascali, Chiarelettere). In questo libro gli
interventi, le interviste, le parole di Giovanni Falcone (1939--1992) e
Paolo Borsellino (1940--1992) a vent’anni
dalla loro morte.]
di Roberto Scarpinato
Più
trascorrono gli anni e più cresce la mia sensazione di disagio nel
partecipare il 23 maggio e il 19 luglio alle pubbliche cerimonie
commemorative delle stragi di Capaci e di via D’Amelio.
La retorica
di Stato ha i suoi rigidi protocolli ed esige che il discorso pubblico
venga epurato da ogni sconveniente riferimento alle travagliate vicende
che segnarono le vite di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino,
preparandone lentamente la morte.
Relegando nel fuori scena della
storia quelle vicende, questa forma di autocensura consegna così alla
memoria collettiva una narrazione tragica e, nello stesso tempo,
semplice e pacificata, che si può riassumere nei seguenti termini:
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino furono assassinati perché con il
loro lavoro di integerrimi magistrati, culminato nelle condanne inflitte
con il maxiprocesso, erano il simbolo di uno Stato che aveva sferrato
un colpo mortale a Cosa nostra, mandando in frantumi il mito della sua
invincibilità. I carnefici, i portatori del male di mafia, sono stati
identificati e condannati. Hanno i volti noti di coloro che
l’immaginario collettivo ha già elevato a icone assolute e totalizzanti
della mafia: Totò Riina, Bernardo Provenzano e altri personaggi di tal
fatta; per lo più ex villici che si esprimono in un italiano
maldigerito, i cui tratti fisiognomici, duri e sprezzanti, quasi
appaiono lombrosianamente rivelatori della loro intima natura crudele.
Secondo
questa rappresentazione, la mafia è costituita da una minoranza di
criminali che, come si usa ripetere, costituisce una sorta di fungo
malefico, di tumore all’interno di una società costituita da un’assoluta
maggioranza di onesti: una netta linea di confine separa la città
dell’ombra, abitata dai portatori del male di mafia, dalla città della
luce, popolata dagli innocenti.
Il male, dunque, è fuori di noi e può essere catarticamente proiettato sul monstrum (colui che viene messo in mostra).
A
volte qualcuno tra gli oratori si spinge ai limiti dell’arditezza,
alludendo anche alla corresponsabilità di colletti bianchi che si
muovono ambiguamente lungo quella linea di confine. E, tuttavia, quasi a
voler rassicurare se stesso oltre che l’uditorio, l’oratore provvede
subitaneamente a ridimensionare quest’ardita digressione – che
rischierebbe di incrinare le serene certezze di tanti – specificando che
nella maggior parte dei casi si tratta di «semplice» responsabilità
morale e, per il residuo, di singole mele marce nel paniere delle mele
buone. Del resto, in quale buona famiglia non esiste qualche pecora
nera?
Fine della cerimonia e saluti delle autorità, tra le quali
purtroppo siedono, talora in prima fila, anche personaggi dai dubbi
trascorsi, ai quali si è costretti a stringere la mano per dovere di
ruolo.
Si ritorna quindi a casa e coloro che, come me e pochi altri,
hanno vissuto queste vicende in prima persona, portandone dentro segni
indelebili, vengono colti da un senso di spaesamento per l’impossibilità
di riconoscersi in una simile narrazione degli eventi.
Il peso del rimosso, della parte della storia relegata nel fuori scena, è infatti tale da stravolgerne completamente la chiave di lettura e il senso globale.
La
realtà che abbiamo vissuto e sofferto con Giovanni e Paolo racconta
che, diversamente da quanto si ripete nelle cerimonie ufficiali, il male
di mafia non è affatto solo fuori di noi, è anche «tra noi».
Racconta
che gli assassini e i loro complici non hanno solo i volti truci e
crudeli di coloro che sulla scena dei delitti si sono sporcati le mani
di sangue, ma anche i volti di tanti, di troppi sepolcri imbiancati. Un
popolo di colletti bianchi che hanno frequentato le nostre stesse scuole
e che affollano i migliori salotti: presidenti del Consiglio, ministri,
parlamentari nazionali e regionali, presidenti della Regione siciliana,
vertici dei servizi segreti e della polizia, alti magistrati, avvocati
di grido dalle parcelle d’oro, personaggi apicali dell’economia e della
finanza e molti altri. Tutte responsabilità penali certificate da
sentenze definitive, costate lacrime e sangue, e tuttavia rimosse da una
retorica pubblica e da un sistema dei media che, tranne poche
eccezioni, illuminano a viva luce solo la faccia del pianeta mafioso
abitata dalla mafia popolare, quella del racket e degli stupefacenti,
elevando una parte a simbolo del tutto.
Mediante tale selettività
a senso unico dei materiali utilizzati per la costruzione del sapere
sociale sulla mafia, si pone così in essere un riduzionismo della storia
globale che realizza una sorta di amnistia permanente della memoria per
amnesia collettiva.
In realtà il gorgo che ha inghiottito migliaia di vite chiama in causa quello che lucidamente Giovanni Falcone definiva «il
gioco grande» del potere, di cui il sistema mafioso sin dall’Unità
d’Italia è sempre stato importante coprotagonista, come dimostrano la
lezione della storia, gli esiti di tanti processi, e come confermano, da
ultimo, anche le indagini sulle stragi del 1992.
Indagini segnate da
inquietanti depistaggi (falsi collaboratori introdotti nel processo per
la strage di via D’Amelio), dalla sparizione di documenti cruciali
(l’agenda rossa di Paolo Borsellino e, prima ancora, i documenti
custoditi nell’abitazione di Salvatore Riina). Indagini che, come quella
sulla trattativa tra alcuni esponenti dello Stato e la mafia per porre
fine alle stragi, hanno anche innescato una sorta di triste sagra di
Stato degli smemorati di Collegno, intessuta di tanti «non ricordo», di
reciproche smentite, di rivelazioni parziali. Frammenti di verità che
emergono solo a distanza di decenni dagli eventi, dopo essere stati
estratti con il forcipe delle indagini penali a imbarazzati e riottosi
custodi di segreti consumatisi in quel fuori scena della storia da sempre bandito dalle cerimonie ufficiali.
La delegittimazione di Falcone e Borsellino
Questo
libro raccoglie alcuni degli scritti e degli interventi di Giovanni
Falcone e Paolo Borsellino, ma il lettore immemore delle vicende di
quegli anni difficilmente potrebbe intravedere attraverso il prisma
delle loro parole, sofferte ma sempre doverosamente misurate, il vero
volto dell’immane sistema di potere con il quale essi dovettero
misurarsi, rischiando sempre di soccombere.
La vera chiave di lettura dei testi sta nel fuori testo, nel non detto e nel non dicibile.
Giovanni
e Paolo dovevano fare un attento governo delle parole nella
comunicazione pubblica, non solo per il senso di responsabilità proprio
dei delicati ruoli istituzionali ricoperti, ma anche per la
consapevolezza che le loro parole potevano essere strumentalizzate e
ritorte contro di loro da un variegato mondo di potenti che li viveva
come variabili indipendenti dagli equilibri esistenti e, dunque,
pericolosamente incontrollabili. Quel mondo che li lavorava ai fianchi
tentando di isolarli all’interno dei loro stessi uffici con occulte
manovre di potere, che incessantemente rovesciava loro addosso un
impressionante volume di fuoco di parole per delegittimarli e
neutralizzarli, li attendeva proprio al varco delle loro parole di
risposta, per isolarli e travolgerli definitivamente.
Ne fece
diretta esperienza Paolo Borsellino quando, in due interviste rilasciate
nel luglio 1988 ai giornalisti Attilio Bolzoni e Saverio Lodato, lanciò
in campo nazionale l’allarme sulla silenziosa opera di smobilitazione
del pool antimafia posta in essere dal consigliere Antonino Meli, nuovo
capo dell’Ufficio istruzione che aveva preso il posto di Antonino
Caponnetto e che era stato preferito dal Consiglio superiore della
magistratura a Giovanni Falcone, da tutti ritenuto invece il suo
successore naturale:
Vogliono smantellare il pool antimafia.
Fino a poco tempo fa tutte le indagini antimafia, proprio per
l’unitarietà dell’organizzazione chiamata Cosa nostra, venivano
fortemente centralizzate nel pool della Procura e dell’Ufficio
istruzione. Oggi invece i processi vengono dispersi in mille rivoli.
Tutti si devono occupare di tutto, è questa la spiegazione ufficiale, ma
è una spiegazione che non convince. La verità è che Giovanni Falcone
purtroppo non è più il punto di riferimento principale [...] Le indagini
si disperdono in mille canali e intanto Cosa nostra si è riorganizzata,
come prima e più di prima.
Una rigorosa ispezione
ministeriale disposta dal ministro della Giustizia Giuliano Vassalli
avrebbe accertato poco tempo dopo che i fatti denunciati da Paolo
Borsellino rispondevano a verità. Eppure Paolo per quell’intervista fu
trascinato dinanzi al Consiglio superiore della magistratura rischiando
il procedimento disciplinare, da cui scampò solo perché Giovanni Falcone
venne in suo soccorso, comunicando il 30 luglio la sua richiesta di
essere trasferito ad altro ufficio con parole che nel loro rompere gli
argini denunciavano che la sconfitta del pool si era ormai consumata:
Ho
tollerato in silenzio in questi ultimi anni in cui mi sono occupato di
istruttorie sulla criminalità mafiosa le inevitabili accuse di
protagonismo o di scorrettezze nel mio lavoro. Ritenendo di compiere un
servizio utile alla società, ero pago del dovere compiuto e consapevole
che si trattava di uno dei tanti inconvenienti connessi alle funzioni
affidatemi. Ero inoltre sicuro che la pubblicità dei relativi
dibattimenti avrebbe dimostrato, come in effetti è avvenuto, che le
istruttorie cui io ho collaborato erano state condotte nel più assoluto
rispetto della legalità. Quando poi si è prospettato il problema della
sostituzione del consigliere istruttore di Palermo, dottor Caponnetto,
ho avanzato la mia candidatura, ritenendo che questa fosse l’unica
maniera per evitare la dispersione di un patrimonio prezioso di
conoscenze e di professionalità che l’ufficio a cui appartengo aveva
globalmente acquisito. Forse peccavo di presunzione e forse altri
potevano assolvere egregiamente all’esigenza di assicurare la continuità
dell’ufficio. È certo però che esulava completamente dalla mia mente
l’idea di chiedere premi o riconoscimenti di alcun genere per lo
svolgimento della mia attività.
Il ben noto esito di questa
vicenda non mi riguarda sotto l’aspetto personale e non ha per nulla
influito, come i fatti hanno dimostrato, sul mio impegno professionale.
Anche
in quella occasione però ho dovuto registrare infami calunnie e una
campagna denigratoria di inaudita bassezza cui non ho reagito solo
perché ritenevo, forse a torto, che il mio ruolo mi imponesse il
silenzio. Ma adesso la situazione è profondamente cambiata e il mio
riserbo non ha più ragione di essere.
Quello che
paventavo è purtroppo avvenuto: le istruttorie nei processi di mafia si
sono inceppate e quel delicatissimo congegno che è costituito dal gruppo
cosiddetto antimafia dell’Ufficio istruzione di Palermo, per cause che
in questa sede non intendo analizzare, è ormai in stato di stallo. Paolo
Borsellino, della cui amicizia mi onoro, ha dimostrato ancora una volta
il suo senso dello Stato e il suo coraggio denunciando pubblicamente
omissioni e inerzie nella repressione del fenomeno mafioso che sono
sotto gli occhi di tutti.
Come risposta è stata innescata
un’indegna manovra per tentare di stravolgere il profondo valore morale
del suo gesto, riducendo tutto a una bega tra «cordate» di magistrati, a
una «reazione», cioè, tra magistrati «protagonisti», «oscurati» da
altri magistrati che, con diversa serietà professionale e con maggiore
incisività, condurrebbero le indagini in tema di mafia.
Tuttavia,
essendo prevedibile che mi saranno chiesti chiarimenti sulle questioni
poste sul tappeto dal procuratore di Marsala, ritengo di non poterlo
fare se non a condizione che non vi sia nemmeno il sospetto di tentativi
da parte mia di sostenere pretese situazioni di privilegio (ciò,
inevitabilmente, si dice adesso a proposito dei titolari di indagini in
tema di mafia). E allora, dopo lunga riflessione, mi sono reso conto che
l’unica via praticabile a tal fine è quella di cambiare immediatamente
ufficio. E questa scelta, a mio avviso, è resa ancora più opportuna dal
fatto che i miei convincimenti sui criteri di gestione delle istruttorie
divergono radicalmente da quelle del consigliere istruttore divenuto
titolare, per sua precisa scelta, di tutte le istruttorie in tema di
mafia.
Mi rivolgo pertanto alla sensibilità del
presidente del Tribunale affinché, nel modo che riterrà più opportuno,
mi assegni ad altro ufficio nel più breve tempo possibile; per intanto
chiedo di poter iniziare a usufruire delle ferie con decorrenza
immediata. Prego vivamente, inoltre, l’onorevole Consiglio superiore
della magistratura di voler rinviare la mia eventuale audizione a epoca
successiva alla mia assegnazione ad altro ufficio.
Mi auguro che
queste mie istanze, profondamente sentite, non vengano interpretate come
un gesto di iattanza, ma per quello che riflettono: il profondo disagio
di chi è costretto a svolgere un lavoro delicato in condizioni tanto
sfavorevoli e l’esigenza di poter esprimere compiutamente il proprio
pensiero senza condizionamenti di sorta.
Le dimissioni di
Falcone furono respinte, l’allarme di Borsellino venne ignorato, il pool
antimafia venne smobilitato e le inchieste su Cosa nostra, prima
centralizzate nell’Ufficio istruzione, furono disseminate in una
molteplicità di uffici giudiziari siciliani, determinando così l’esito
infausto di molte indagini.
A rileggerla a distanza di quasi un
quarto di secolo, tutta questa vicenda ha quasi dell’incredibile.
Borsellino e Falcone, artefici della straordinaria riscossa dello Stato
contro la mafia grazie al nuovo metodo di indagine inaugurato con
Antonino Caponnetto, sollevano un problema reale e drammatico. Il Csm,
invece di prestare loro attento ascolto, mette sotto inchiesta
Borsellino e alla fine assiste con vigile indifferenza al compimento
della smobilitazione del pool e all’arretramento dell’impegno dello
Stato in una fase cruciale.
La chiave di comprensione di questa e
di altre complesse vicende – come quella che in precedenza, grazie a
una accorta regia, aveva impedito che Falcone venisse nominato capo
dell’Ufficio istruzione di Palermo – non si trova all’interno della
«città dell’ombra» abitata dai semianalfabeti Riina e Provenzano, ma nei
recessi della «città della luce» popolata dagli onesti nonché da una
folla di piccoli e grandi Don Rodrigo, senza i quali quelli come Riina,
eredi dei «bravi» di manzoniana memoria, sarebbero stati archiviati da
tempo come relitti di un passato premoderno o si sarebbero acconciati a
pagare in silenzio il prezzo della galera per i loro crimini, senza
poter contare su protezioni eccellenti e senza mai osare sfidare lo
Stato.
Il pool antimafia viene in realtà smobilitato perché era
divenuto il terreno di manovra di un war game in cui la vera posta in
gioco era la sopravvivenza stessa del sistema di potere siciliano, una
delle architravi portanti di quello nazionale.
Per tentare di
comprendere nel breve spazio di una prefazione come e perché ciò fosse
avvenuto bisogna riavvolgere velocemente all’indietro il nastro della
memoria fermandolo a qualche anno prima che iniziasse l’avventura del
pool antimafia.
Gli anni Ottanta e il sacrificio di Costa e Chinnici
È
l’agosto del 1980. In una chiesa di Palermo si celebrano i funerali di
Gaetano Costa, procuratore della Repubblica di Palermo assassinato a
colpi di pistola il giorno 6 di quel mese dai killer della mafia. Ad
assistere al rito funebre sono presenti solo parenti, amici e le
autorità. È assente l’establishment di Palermo, quel gotha di politici,
imprenditori, finanzieri che signoreggia sulla Sicilia e che non fa mai
mancare la propria presenza ai funerali dei potenti. Assenza
significativa ove si tenga conto che il procuratore della Repubblica di
Palermo è sempre stato considerato uno degli uomini più potenti della
città e del paese. Mancano molti, troppi magistrati del Palazzo di
giustizia.
Manca, soprattutto, la gente comune, quella folla
sterminata di persone che nel 1992, dopo le stragi di Capaci e di via
D’Amelio, riempirà le chiese, le piazze e le vie della città.
Cosa
significa quell’assenza, segno tangibile di una solitudine tanto più
rimarchevole ove si consideri la statura dell’uomo di Stato di cui si
celebrano le esequie: ex partigiano e magistrato integerrimo,
precursore, già quando in precedenza aveva ricoperto l’incarico di
procuratore di Caltanissetta, delle prime indagini bancarie sul
riciclaggio mafioso?
È la stessa solitudine, consegnata solo al
segreto dei propri diari o a pochi intimi, che avrebbe attanagliato
anche Rocco Chinnici, capo dell’Ufficio istruzione del Tribunale di
Palermo, assassinato con un’autobomba il 29 luglio 1983, Carlo Alberto
dalla Chiesa, prefetto di Palermo, assassinato il 3 settembre 1982, e
altri uomini accomunati dall’essere avanguardie isolate di un’antimafia
che stava iniziando la sua travagliata e sanguinosa marcia, facendosi
strada tra l’indifferenza popolare e l’occhiuta insofferenza dei
potenti.
È la stessa solitudine che faceva dire in quegli anni a
Falcone che talora gli sembrava che la gente assistesse alla lotta
contro la mafia come il pubblico che sugli spalti assiste a una corrida.
Taluni tifavano per il torero, altri per il toro, ma tutti erano
comunque spettatori passivi di uno spettacolo gladiatorio il cui
epilogo, la morte violenta, emozionava per un attimo per poi dileguarsi
nell’oblio.
Negli scritti raccolti in questo volume si trovano alcuni
passaggi che rievocano quel clima e che indicano alcune possibili
spiegazioni dell’indifferenza della società civile.
Una motivazione
andava certamente ricercata nella generalizzata ignoranza della realtà
della mafia di cui per decenni si era voluta pervicacemente negare
l’esistenza, riducendola a semplice fenomeno di costume, a invenzione
dei comunisti per screditare il buon nome dell’isola o a semplice
criminalità comune, nonostante l’inesauribile stillicidio di omicidi e
di stragi che sin dall’Unità d’Italia aveva lasciato sul terreno
centinaia di vittime.
A questo riguardo, nello scritto La mafia come Antistato, Falcone afferma:
Mi
sembra di rileggere un copione già scritto perché tante altre volte
sono stati assunti questi atteggiamenti e tante altre volte sono stati
contestati, in quanto espressione della sostanziale indifferenza della
società italiana rispetto al problema, o peggio, della assuefazione
rispetto al triste rito delle morti che scandisce le dinamiche mafiose.
[...] Debbo purtroppo registrare che questi problemi suscitano
l’attenzione dell’opinione pubblica solo in presenza di fatti eclatanti
e, malgrado l’importanza del fenomeno, non trovano approfondimento
scientifico se non da parte di studiosi stranieri, tranne qualche
lodevole eccezione; [...] Mi ha stupito sentir dire da un noto sociologo
che la cosiddetta organizzazione mafiosa è un’accozzaglia di bande in
perenne lotta l’una contro l’altra e che se i mafiosi si ammazzano tra
loro non è un grosso problema. Se così si ritiene dagli studiosi del
fenomeno non ci si può meravigliare se in certe sentenze si sostiene
qualcosa di analogo che sicuramente non risponde alla realtà criminale.
Sul punto ritorna anche nello scritto La mafia non è invincibile:
Anche
fra i rappresentanti della legge c’era chi dubitava perfino
dell’esistenza della mafia come organizzazione criminale. Ricordo la
domanda che mi rivolse un collega dell’Ufficio istruzione, con
un’esperienza pluriennale: «Ma tu credi veramente che esista la mafia?».
[...] Era il periodo in cui nei quotidiani locali si aveva ritegno a
nominare la mafia, tanto che gli omicidi mafiosi venivano quasi sempre
etichettati come opera di una «bieca mano assassina» e in cui le
indagini [...] erano ormai avviate verso il totale insuccesso. [...] Il
disinteresse dello Stato nei confronti della mafia era pressoché totale
[...]. Non c’è da meravigliarsi, dunque, se i fenomeni criminali della
mafia, della camorra, della ’ndrangheta venivano vissuti dall’opinione
pubblica nazionale in maniera disattenta e svogliata [...].
A
proposito della manipolazione mistificatoria che ha sempre
contrassegnato la costruzione sociale del sapere sulla mafia – prima
negata sic et simpliciter, poi ridotta ad «accozzaglia di bande
in perenne lotta l’una contro l’altra» e, infine, a storia di bassa
macelleria criminale di cui sarebbero protagonisti solo personaggi come
Riina e Provenzano – va ricordato come ancora nel 1982 il sindaco di
Palermo Nello Martellucci, esponente di punta della corrente
andreottiana, si fosse opposto pubblicamente alla concessione di poteri
speciali al prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa per coordinare la lotta
alla mafia, dichiarando che la mafia lui non l’aveva mai vista e che
quella di Palermo era solo criminalità comune, come ve ne era in tutto
il paese. E ciò, si badi bene, avveniva dopo l’impressionante catena di
omicidi mafiosi che aveva lasciato sul terreno Michele Reina, segretario
provinciale della Democrazia cristiana (9 marzo 1979), Boris Giuliano,
capo della Squadra mobile di Palermo (21 luglio 1979), Cesare Terranova,
già capo dell’Ufficio istruzione di Palermo (25 settembre 1979),
Piersanti Mattarella, presidente della Regione siciliana (6 gennaio
1980), Emanuele Basile, capitano dei carabinieri (4 maggio 1980),
Gaetano Costa, procuratore della Repubblica di Palermo (6 agosto 1980),
Pio La Torre, segretario regionale del Pci (30 aprile 1982).
Ma a
parte l’ignoranza, in buona misura indotta, vi era un’altra ragione
ancora più profonda che alimentava l’indifferenza della società civile:
la gente non riusciva a identificarsi nello Stato.
Questo è uno dei leitmotiv che attraversa dolosamente le riflessioni che Borsellino affida ai suoi scritti e ai suoi interventi.
Così in Una lezione su mafia e legalità, un discorso tenuto agli studenti di Bassano del Grappa il 26 gennaio 1989, affermava:
[...]
il cittadino del Meridione si è sentito lontano, si è sentito estraneo
allo Stato. [...] lo Stato non si presenta con la faccia pulita [...].
Che cosa si è fatto per dare allo Stato, in queste regioni e comunque
dappertutto in Italia, un’immagine credibile? [...] la vera soluzione
sta nell’invocare, nel lavorare affinché lo Stato diventi più credibile,
perché noi ci dobbiamo identificare di più in queste istituzioni.
A uno studente che gli chiedeva se si sentisse protetto dallo Stato e se avesse fiducia nello Stato, risponde:
Io
non mi sento protetto dallo Stato perché oggi la lotta alla criminalità
mafiosa viene sostanzialmente delegata soltanto alla magistratura e
alle forze dell’ordine. [...] non si incide sulle cause a fondo di
questo particolare fenomeno criminale.
Spiega quindi come
questa delega – tra l’altro compromessa da mille difficoltà frapposte a
magistrati e poliziotti ai quali venivano fatte mancare risorse e
solidarietà – determinasse la loro sostanziale sovraesposizione,
rendendoli quasi vittime sacrificali. A questo proposito cita, tra gli
altri, l’esempio di Gaetano Costa e di Rocco Chinnici, ricordando come
«coloro
che cominciarono a interessarsi di questi problemi non è che raccolsero
grossa solidarietà all’interno del Palazzo di giustizia».
Lo Stato non è credibile
Riprendendo il filo di queste riflessioni e attingendo all’inesauribile riserva di fatti confinati nella sfera del fuori scena,
sebbene accertati con sentenze definitive, si può aggiungere che la
gente non riusciva a identificarsi con istituzioni che non apparivano
credibili perché si manifestavano con i volti impresentabili di
personaggi come Salvo Lima e Vito Ciancimino, uomini simbolo di una
sterminata fauna politica che annoverava migliaia di esponenti, maschere
e replica seriale di un potere corrotto, in larga misura connivente o
«convivente» con la mafia e interessato solo alla propria
autoriproduzione.
Lo Stato non appariva credibile neanche a Roma,
dove uno di coloro che nell’immaginario collettivo ne costituiva quasi
la personificazione, Giulio Andreotti, sette volte presidente del
Consiglio, ventidue volte ministro, vertice nazionale di una corrente il
cui plenipotenziario in Sicilia era proprio Salvo Lima (per questo
motivo definito «il viceré»), aveva allora rapporti organici con la
mafia, come è stato definitivamente accertato con sentenza della Corte
di appello di Palermo del 2 maggio 2003, confermata in Cassazione il 15
ottobre 2004, nella cui motivazione si legge tra l’altro:
E i
fatti che la Corte ha ritenuto provati dicono che il senatore Andreotti
ha avuto piena consapevolezza che suoi sodali siciliani intrattenevano
amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha, quindi, a sua volta,
coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss; ha loro chiesto
favori; li ha incontrati; ha interagito con essi; ha loro indicato il
comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione
Mattarella, sia pure senza riuscire, in definitiva, a ottenere che le
stesse indicazioni venissero seguite; ha indotto i medesimi a fidarsi di
lui e a parlargli anche di fatti gravissimi (come l’assassinio del
presidente Mattarella) nella sicura consapevolezza di non correre il
rischio di essere denunciati; ha omesso di denunciare le loro
responsabilità, in particolare in relazione all’omicidio del presidente
Mattarella, malgrado potesse, al riguardo, offrire utilissimi elementi
di conoscenza.
Come la Corte ha ritenuto provato in altre
pagine della motivazione, proprio nello stesso anno in cui era stato
assassinato Gaetano Costa, Giulio Andreotti era volato segretamente in
Sicilia per partecipare a un summit mafioso che aveva come oggetto un
affare scottante: l’omicidio di Piersanti Mattarella, anomalo presidente
democristiano della Regione siciliana, assassinato perché aveva osato
mettere in pericolo gli interessi economici del sistema di potere
mafioso, promuovendo un’incisiva azione di moralizzazione della politica
regionale.
Presenti a quella riunione erano alcuni dei più
importanti capi della mafia militare che aveva eseguito l’omicidio,
Salvo Lima e i potentissimi cugini Nino e Ignazio Salvo, esponenti
apicali della borghesia mafiosa a capo di una holding imprenditoriale
tra le più rilevanti del Meridione.
Ma non basta. Lo Stato non
era credibile anche perché prefetti, questori e alti magistrati
partecipavano alle feste, alle cerimonie di inaugurazione di nuove
imprese, alle battute di caccia di personaggi che tutti sapevano essere
mafiosi: come Benedetto Santapaola, capo della mafia corleonese a
Catania, più volte fotografato sorridente insieme al prefetto e ad altre
autorità.
Come Michele Greco, capo della Commissione, organo di
vertice di Cosa nostra, il quale, a guisa di criptico messaggio, prima
di iniziare un interrogatorio, ricordò a Giovanni Falcone che aveva
avuto il piacere di ospitare nella sua tenuta tanti alti magistrati.
Come
i predetti cugini Salvo, le cui feste, documentate dalle foto del
tempo, erano affollate da rappresentanti di uno Stato che, anche per
questo motivo, appariva non credibile.
Ma non basta ancora.
Lo
Stato non era credibile neppure in quella articolazione dalla quale
sarebbe partita la sua riscossa: la magistratura. E qui conviene
ricordare le parole con le quali Giovanni Falcone, nel difendersi
dall’accusa di essere un «giudice sceriffo» perché cercava attivamente
le prove invece di limitarsi a vagliare quelle raccolte dalle forze di
polizia, tratteggia nello scritto Emergenza e Stato di diritto
il ritratto della magistratura di quegli anni, ristagnante in una
tranquilla routine burocratica mentre venivano falcidiati uno dopo
l’altro in tragica successione temporale alcuni tra i più importanti
vertici delle istituzioni:
Qualcuno, forse, potrà rimpiangere
i «bei tempi andati» in cui il pubblico ministero si limitava a dare
una prima scrematura degli elementi di prova forniti dalla polizia
giudiziaria, e il giudice istruttore soleva compiere un’ulteriore
verifica delle prove, spesso con effetto di ulteriore ridimensionamento
dei rapporti di denunzia. E io ricordo ancora quell’alto magistrato che
mi diceva che il giudice istruttore non ha mai scoperto niente e occorre
lasciare che la polizia svolga tranquillamente le indagini. Ciò del
resto – per fortuna in settori sempre meno estesi – è talora
l’atteggiamento di alcuni ufficiali di polizia giudiziaria, che mal
sopportano e ritengono essere una indebita ingerenza il diretto
coordinamento delle indagini da parte del magistrato istruttore. In
realtà, bisogna che tutti si rendano conto che il modello di magistrato
inerte e privo di spirito di iniziativa, se poteva essere rispondente
alle esigenze di un determinato periodo storico e funzionale a un
determinato equilibrio socio-politico, non è mai stato fondato su un uso
legittimo dei poteri istituzionali.
I «bei tempi andati»,
espressione di quell’equilibrio sociopolitico al quale Falcone accenna,
erano anche quelli nei quali, alcuni anni prima, il procuratore generale
presso la Suprema corte di cassazione – il magistrato più alto in grado
di tutta la magistratura inquirente – si era complimentato
pubblicamente con Genco Russo, divenuto capo della mafia siciliana dopo
la morte del suo predecessore, Don Calogero Vizzini, scrivendo su una
rivista giuridica:
Si è detto che la mafia disprezza polizia e
magistratura: è una inesattezza. La mafia ha sempre rispettato la
magistratura, la Giustizia, e si è inchinata alle sue sentenze e non ha
ostacolato l’opera del giudice. Nelle persecuzioni ai banditi e ai
fuorilegge... ha affiancato addirittura le forze dell’ordine [...] Oggi
si fa il nome di un autorevole successore nella carica tenuta da Don
Calogero Vizzini in seno alla consorteria occulta. Possa la sua opera
essere indirizzata sulla via del rispetto alle leggi dello Stato e del
miglioramento sociale della collettività.
Nel Palazzo di
giustizia, c’era qualcosa di ancora più inquietante dei ritardi
culturali e delle passività burocratiche: qualcosa con cui Falcone e
Borsellino avrebbero dovuto misurarsi negli anni seguenti, risultando
alla fine perdenti.
A quel qualcosa di inquietante aveva osato fare
riferimento proprio Gaetano Costa, l’uomo lasciato solo a morire dopo
essere stato vissuto come un corpo estraneo, quando il 10 luglio 1978,
insediatosi nel suo nuovo ufficio di procuratore capo a Palermo, aveva
dichiarato: «Non accetterò spinte o pressioni, agirò con spirito di
indipendenza». Frase che aveva suscitato scandalizzati commenti negativi
e che lo aveva connotato da subito come un non allineato, destinato a
essere isolato, perché equivaleva a dire: «So bene che in questo palazzo
vi sono magistrati che subiscono spinte e pressioni. Ma vi avverto, non
provateci con me, perché sono di un’altra razza».
Veleni al Palazzo di giustizia di Palermo
Ma
quali erano le pressioni alle quali faceva riferimento Gaetano Costa di
cui non vi era traccia nei documenti pubblici e alle quali nessuno
aveva mai osato fare aperto riferimento?
Erano, ad esempio, quelle
ripetutamente e invano esercitate su Rocco Chinnici, capo dell’Ufficio
istruzione di Palermo, altro magistrato non allineato: colui che aveva
il merito di avere reclutato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nel suo
Ufficio e che gettò i primi semi della nascita della straordinaria
stagione dell’antimafia palermitana decollata negli anni successivi.
A
testimonianza del clima di assedio vissuto in quegli anni da Costa e
Chinnici in quel Palazzo di giustizia dove i giovani Falcone e
Borsellino iniziavano a lavorare, va ricordato che i due, quando
dovevano parlare di argomenti delicati, si vedevano costretti, per
sottrarsi all’ascolto di orecchie indiscrete, a rinchiudersi
nell’ascensore riservato di servizio, facendo su e giù per i piani per
tutto il tempo necessario.
Nessuno sa cosa si siano detti. Si può
ipotizzare che Chinnici abbia confidato a Costa anche qualcuno degli
episodi di «spinte e pressioni» esercitate in quel Palazzo per pilotare
l’esito di indagini che coinvolgevano i potenti. Episodi che egli ebbe
cura di annotare in un diario, ritrovato dopo il suo tragico assassinio e
di cui vale la pena di ricordare alcuni frammenti:
Così, alla pagina del 18 settembre 1980, Chinnici scrive:
Il
procuratore generale [...] mi raccomanda caldamente il proc. contro
Cuccio Giuseppe imputato di frode valutaria. Lo stesso mi ha
raccomandato il processo contro il di lui genero imputato di falsità in
titolo di credito.
Alla pagina del 14 luglio 1981 si legge:
ore
13. G. Falcone mi comunica che il Primo Presidente della Corte gli ha
caldamente raccomandato il cavaliere del lavoro Graci implicato nella
faccenda Sindona; dopo averlo convocato nel suo ufficio.
Di
episodi simili Chinnici ne annota diversi, ma ve ne è uno
particolarmente emblematico. Si tratta di un incontro avvenuto il 18
maggio 1982 con il presidente della Corte di appello, di cui Chinnici fa
un analitico resoconto:
ore 12 – [Il Presidente] Mi investe
in malo modo dicendomi che all’ufficio istruzione stiamo rovinando
l’economia palermitana disponendo indagini e accertamenti a mezzo della
guardia di finanza. Mi dice chiaramente che devo caricare di processi
semplici Falcone in maniera che «cerchi di scoprire nulla perché i
giudici istruttori non hanno mai scoperto nulla». [...] Cerca di
dominare la sua ira ma non ci riesce. Mi dice che verrà a ispezionare
l’ufficio (e io lo invito a farlo); è indignato perché [non è stata
archiviata] la sporca faccenda dei contributi (miliardi per la
elettrificazione delle loro aziende agricole); l’uomo che a Palermo non
ha mai fatto nulla per colpire la mafia [...] non sa più nascondere le
sue reazioni e il suo vero volto. Mi dice che la dobbiamo finire, che
non dobbiamo più disporre accertamenti nelle banche.
Quante
volte sarà accaduto che nel segreto di quelle stanze siano state
esercitate pressioni su magistrati? E quante volte sarà accaduto che
schiene meno dritte di quelle di Chinnici e Costa si siano piegate, per
timore reverenziale, per quieto vivere, per umana debolezza?
Come
vedremo più avanti, anche Falcone alla fine degli anni Ottanta annoterà
nel suo diario episodi simili da lui constatati alla Procura della
Repubblica di Palermo, dove sarebbe divenuto procuratore aggiunto, a
testimonianza della persistenza nel tempo di un fuori scena che
costituisce il pezzo mancante e insieme una imprescindibile chiave di
lettura per comprendere perché l’avvento di magistrati come Costa,
Chinnici, Falcone, Borsellino avesse determinato l’apertura di una
interna linea di frattura tra due diverse anime della magistratura.
L’una che viveva se stessa e il Palazzo di giustizia come componente
organica del «Palazzo» di pasoliniana memoria, attenta dunque a
esercitare una giurisdizione che si faceva carico delle compatibilità
generali di sistema all’insegna del motto aureo del quieta non movere et mota quietare.
L’altra che voleva invece inverare nella prassi quotidiana il principio
costituzionale dell’indipendenza e dell’autonomia dell’Ordine
giudiziario dal «Palazzo», premessa indispensabile per realizzare il
valore dell’uguaglianza di tutti i cittadini – potenti e impotenti –
dinanzi alla legge, sancito dall’articolo 3 della Costituzione: vera e
propria rivoluzione democratica in un paese come l’Italia dove per
troppo secoli – come aveva scritto Gaetano Salvemini – la legge non era
stata ritenuta rispettabile perché vissuta come la «voce del padrone» e
l’incarnazione di uno Stato forte con i deboli e debole con i forti.
Poiché
le pressioni interne al Palazzo di giustizia per non svolgere più
indagini sui rapporti mafia-economia che coinvolgevano i potenti del
tempo si erano rivelate inefficaci, Chinnici riceve un altro
avvertimento. Ne riferisce Paolo Borsellino in una testimonianza resa il
4 agosto 1983 nel processo per l’omicidio di Chinnici: dopo che
l’Ufficio istruzione aveva emesso un mandato di cattura contro il
cavaliere del lavoro Costanzo, imprenditore catanese ritenuto contiguo
alla mafia, e contro Di Fresco, uomo politico democristiano, Chinnici
era stato sollecitato da un senatore, ex magistrato, a recarsi nella sua
abitazione di Palermo. Qui aveva incontrato l’onorevole Lima – vertice
del potere politico mafioso in Sicilia – il quale gli aveva fatto
presente che le iniziative giudiziarie del suo ufficio venivano
considerate una forma di persecuzione politica per la Dc.
Il 29
luglio 1983 il testardo e non allineato Chinnici viene massacrato sotto
casa insieme agli agenti della sua scorta con un’auto bomba imbottita di
tritolo.
A ucciderlo saranno gli uomini della mafia militare ma,
come riferirà in udienza uno degli esecutori materiali, Giovanni Brusca,
la richiesta di assassinarlo era venuta dal mondo dei colletti bianchi.
A volerne la morte erano stati i potentissimi cugini Salvo, sui quali
Chinnici si era ostinato a indagare sino alla fine.
Gli stessi
cugini Salvo che avevano partecipato con Lima, Andreotti e i quadri
militari della mafia al summit sull’omicidio di Piersanti Mattarella.
Gli stessi cugini Salvo che ospitavano nelle loro feste tanti esponenti
dello Stato. Gli stessi «intoccabili» il cui arresto a seguito del
mandato di cattura emesso negli anni seguenti da Falcone e Borsellino
segnerà l’inizio della fine del pool antimafia di Palermo.
(20 maggio 2012)
sabato 7 gennaio 2012
Uscire dalla crisi senza offendere la nostra intelligenza
Non so voi, ma io continuo a non credere che per uscire dalla crisi bisogna falcidiare, sino quasi ad abbatterlo, lo stato sociale, cioè l'unica vera idea restata per una reale distrubuzione della ricchezza in termini di equità e giustizia sociale.
Ad ogni manovra, un po' per volta, sta venendo meno qualcosa di pubblico, qualcosa che appartiene a noi tutti, quasi la privatizzazione di beni e servizi pubblici fosse la panacea per restituire lavoro, diritti e una sicurezza per il domani.
Certo, al governo Monti va riconosciuto il pregio di aver palesato la reale situazione del Paese, dopo anni di bugie e sottovalutazioni della situazione (una vera mistificazione o, se volete, virtualizzazione della realtà) operata dall'esecutivo del sig.B.
Sia chiaro, però, che questo riconoscimento non significa affatto fiducia cieca rispetto le scelte operate dal nuovo governo, scelte che offendono l'intelligenza se portano a credere che si esce dalla crisi ritornando soldi al sistema finanziario, risorse che ottenute abbattendo quell'unico strumento reale di redistribuzione della ricchezza rappresentato dallo stato sociale o negando e riducendo la sfera dei diritti.
A presto
Vladimir
link:
Istat: mai così tanti giovani disoccupati
» La crisi fa i ricchi più ricchi | I salari sono fermi
» L'inflazione vola al 2,8%
venerdì 6 gennaio 2012
Spese militari: cosa tagliare?
Quello delle spese militari è un tema più che mai bollente. In tempo di crisi e sacrifici da cavallo da più parti se ne chiede, in termini di bilancio, una drastica riduzione.
Voglio iniziare il confronto riportando tre articoli che mi pare impostino bene la questione. Eccoli
Art.1 da Sbilanciamoci .org Un brutto affare Spese militari: costi esagerati e sprechi
Art,2: da Unità.it Dai caccia ai generali: ecco le spese da tagliare
Art.3: da E-Il mensileonlineTaglia le ali alle armi Art.1 da Sbilanciamoci .org Un brutto affare Spese militari: costi esagerati e sprechi
Art,2: da Unità.it Dai caccia ai generali: ecco le spese da tagliare
Per non appesantire, vi riporto integralmente solo quello tratto da Sbilanciamoci.org. Il resto basta cliccare per leggerlo. ________________________________________________________________________________
(Art.1)
Un brutto affare. Spese militari:
costi esagerati e sprechi
Nonostante la crisi finanziaria e la successiva recessione globale, le spese militari nel mondo continuano a crescere: nel 2010 infatti, secondo quanto registrato dal SIPRI, il prestigioso Istituto Internazionale di Ricerche per la Pace di Stoccolma, la spesa militare ha raggiunto i 1630 miliardi di dollari, con un incremento in termini reali dell’1,3% rispetto all’anno precedente. L’Italia anche quest’anno si conferma al decimo posto, secondo il SIPRI, con 37 miliardi di dollari, un dato che è tuttavia “stimato”, vista l’impossibilità, anche per l’istituto di ricerca, di avere dati precisi. Il Bilancio della Difesa è pari per il 2012 (con l’approvazione del Bilancio dello Stato lo scorso 12 novembre) a 19.962 milioni di euro. Per la funzione difesa, riferita alle tre armi esercito, marina ed aeronautica sono stanziati 14.111 milioni di euro, a questi vanno aggiunti 5.850 milioni di euro per la funzione sicurezza del territorio (i Carabinieri). Ma si arriva facilmente ad una spesa complessiva -verificata- di oltre 23 miliardi di euro se a tutto ciò si sommano le spese per le missioni all’estero e e gli stanziamenti del ministero dello Sviluppo Economico per i sistemi d’arma.
martedì 27 dicembre 2011
Magistratura. Morti sul lavoro, allarme da Torino
Lo Stato smantella i pool specializzati
La normativa sulle rotazioni decennali obbliga i sostituti più esperti in materia a cambiare settore o sede. Decimato il gruppo che ha ottenuto risultati importanti nei casi Thyssen e Eternit. La richiesta di una Procura nazionale ad hoc. Oltre mille vittime nel 2011
Lo Stato sembra abdicare nella difficilissima battaglia per la sicurezza sui posti di lavoro. Non lo dice esplicitamente, ma, di fatto, agisce "come se" nel momento in cui, l'applicazione delle sue stesse norme porta praticamente a smantellare pool di provata esperienza come quello di Torino impegnato nelle delicatissime questioni della Thyssen 1e della Eternit 2. La norma in questione è quella cosiddetta della "decennalità" (dl 160/2006) in base alla quale i magistrati, ogni dieci anni devono "ruotare" e cambiare settore d'impegno. Norma che, ovviamente, ha una sua ratio e dovrebbe impedire il "fossilizzarsi" dei magistrati in un campo d'attività e far affluire forze nuove nei settori di maggiore specializzazione. Tutto bene salvo il fatto che, a Torino, entro la fine dell'anno, sei sostituti procuratori su nove che fanno parte del pool che si occupa di sicurezza sul lavoro saranno costretti a cambiare attività o sede (in totale gli spostamenti sono 13), a Milano sono 17, a Roma 11, a Padova 9, a Reggio Emilia 7. Ad essi subentreranno, tutti in una volta, colleghi che, evidentemente, non hanno conoscenza adeguata della materia e impiegherebbero mesi per formarsi una certa esperienza. Il tutto a scapito di tecniche e procedure consolidate che hanno permesso al gruppo torinese che si è raccolto intorno al procuratore Raffaelle Guariniello di ottenere brillanti successi portando a sentenza con rapidità ed efficacia casi di estrema delicatezza e di grande rilevanza come, appunto, la Thyssen e la Eternit.
domenica 25 dicembre 2011
Ministra Fornero, se ci sei batti un colpo
Oltre 1100 vittime: l'ecatombe dei morti sul lavoro
La tragedia italiana che non va dimenticata
“I morti sul lavoro dall’inizio dell’anno
sono complessivamente più di 1100, di cui 655 sui luoghi di lavoro, e
tutti documentati”. Sembra proprio un’ecatombe l’introduzione alla più
aggiornata analisi pubblicata dall’Osservatorio Indipendente di Bologna
sulle Morti per Infortuni sul Lavoro, proprio dieci giorni dopo a quella
data maledetta (12.12.11) che vale come un punto di non ritorno, con il
superamento di tutte le vittime dell’intero 2008, l’anno peggiore per
le morti bianche da quando l’Osservatorio svolge il suo costante e
minuzioso lavoro di monitoraggio.
“Si può dire con amarezza che sulle morti sul lavoro l’Italia è un Paese unito – scrive Carlo Soricelli – Amministrazioni di centrosinistra o di centro destra, regionali e provinciali, al centro nord e come al sud hanno la stessa mancanza d’attenzione verso categorie che non hanno una forte organizzazione sindacale che esercita controlli sui luoghi di lavoro”. Si contano infatti i morti in agricoltura e in edilizia, spesso in sub appalto e spesso in nero, per un 60% del totale che ha un sapore amarissimo, e a cui nessuno sembra voler porre rimedio.
“Si può dire con amarezza che sulle morti sul lavoro l’Italia è un Paese unito – scrive Carlo Soricelli – Amministrazioni di centrosinistra o di centro destra, regionali e provinciali, al centro nord e come al sud hanno la stessa mancanza d’attenzione verso categorie che non hanno una forte organizzazione sindacale che esercita controlli sui luoghi di lavoro”. Si contano infatti i morti in agricoltura e in edilizia, spesso in sub appalto e spesso in nero, per un 60% del totale che ha un sapore amarissimo, e a cui nessuno sembra voler porre rimedio.
venerdì 23 dicembre 2011
Morti sul lavoro, proposte interessanti
Sicurezza sul lavoro
"Serve una Procura Nazionale"
Tempi lunghi della giustizia e tempi brevi per i magistratidi Santo Della Volpe per Articolo21
Etichette:
economia,
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sabato 17 dicembre 2011
L'ultima giravolta del partito senza memoria
Nel dibattito parlamentare sulla manovra è andata in scena una recita a
soggetto che per molti mesi ancora accompagnerà la destra. Alla
decadenza del confronto pubblico non sembra esserci più argine. Mentre
il Paese si sta giocando la sopravvivenza, a destra si dividono i ruoli
in commedia. Da una parte c’è chi cerca di smarcarsi da un governo
votato ma poco gradito. E dall’altra chi assume i toni agitatori e
annuncia una chiamata alle armi per una battaglia all’ultimo sangue.
La Lega è la più triviale manifestazione di quella sfacciata politica che, diceva Machiavelli, ha una doppia anima, una in piazza e una in palazzo. Dopo aver occupato così a lungo il potere, ed essersi anche distinta per la solerzia nell’attacco ai diritti sindacali (l’imposizione dell’arbitrato nelle controversie di lavoro venne schivato dal Colle che negò la firma), ora il Carroccio scopre una improbabile anima proletaria. È ridicolo passare dalle auto blu, dai fastosi consigli di amministrazione e dalle allegre cene di Arcore ai proclami insurrezionali redatti in nome degli umiliati e offesi.
Con la insulsa sceneggiata di vestirsi in aula con gli abiti operai, le satolle truppe di Bossi cercano di far dimenticare (troppo in fretta!) la loro responsabilità storica per la crisi e la decapitazione del diritto del lavoro. Il famigerato articolo 8 contenuto nella manovra estiva era stato difeso con le unghie anche dalle camicie verdi. Pure nelle occasioni più cupe, la Lega ha fatto da sentinella alle volontà di rottura di ogni coesione sociale sprigionata da Sacconi.
Per una mai dissimulata ingordigia di potere, la Lega ha calato le braghe sulla vicenda Milanese e ha scritto in atti parlamentari che Ruby era la nipote di Mubarak. Proprio il partito del ministro degli Interni ha poi protetto i sodali di maggioranza accusati di collusione con la mafia e la camorra. Sono stati anni fallimentari che hanno devastato l’economia e decurtato i fondi per i servizi locali (alla faccia del federalismo fiscale). Invece della sofferta meditazione sulle malefatte, il Carroccio preferisce dare fuoco alle polveri e coprire le sue colpe epocali sotto il fumo compiacente che tutto oscura.
La Lega è la più triviale manifestazione di quella sfacciata politica che, diceva Machiavelli, ha una doppia anima, una in piazza e una in palazzo. Dopo aver occupato così a lungo il potere, ed essersi anche distinta per la solerzia nell’attacco ai diritti sindacali (l’imposizione dell’arbitrato nelle controversie di lavoro venne schivato dal Colle che negò la firma), ora il Carroccio scopre una improbabile anima proletaria. È ridicolo passare dalle auto blu, dai fastosi consigli di amministrazione e dalle allegre cene di Arcore ai proclami insurrezionali redatti in nome degli umiliati e offesi.
Con la insulsa sceneggiata di vestirsi in aula con gli abiti operai, le satolle truppe di Bossi cercano di far dimenticare (troppo in fretta!) la loro responsabilità storica per la crisi e la decapitazione del diritto del lavoro. Il famigerato articolo 8 contenuto nella manovra estiva era stato difeso con le unghie anche dalle camicie verdi. Pure nelle occasioni più cupe, la Lega ha fatto da sentinella alle volontà di rottura di ogni coesione sociale sprigionata da Sacconi.
Per una mai dissimulata ingordigia di potere, la Lega ha calato le braghe sulla vicenda Milanese e ha scritto in atti parlamentari che Ruby era la nipote di Mubarak. Proprio il partito del ministro degli Interni ha poi protetto i sodali di maggioranza accusati di collusione con la mafia e la camorra. Sono stati anni fallimentari che hanno devastato l’economia e decurtato i fondi per i servizi locali (alla faccia del federalismo fiscale). Invece della sofferta meditazione sulle malefatte, il Carroccio preferisce dare fuoco alle polveri e coprire le sue colpe epocali sotto il fumo compiacente che tutto oscura.
Uno spirito di rivolta agita anche il Cavaliere ritornato parlante pur
di ottenere il rapido oblio sulle responsabilità che hanno provocato il
disastro. Il suo piano è di una semplicità infantile. Se le cose, come
si augura, non daranno segnali di ripresa, il discredito ricadrà
soprattutto sulle vecchie forze d’opposizione contagiate dal governo
tecnico. E il Cavaliere potrà risorgere dalle ceneri una volta ancora
come il nuovo che avanza dopo i salassi amari delle tasse volute dai
truci poteri forti.
L’antipolitica è l’eterna sua carta. Al populismo contro il tecnogoverno cavalcato con impeto da Ferrara si aggiunge ora il rusticano anticapitalismo di Di Pietro. Per il miraggio di avere qualche pugno di voti in più, il partito neoideologico e veteropersonale dell’ex magistrato manda in aria ogni prospettiva coalizionale. Si apre un ciclo insidioso di insana demagogia. La ossessiva campagna antipolitica che il giovedì va in onda a reti unificate, e ogni giorno conquista i titoli conformistici della grande stampa d’opinione, sono una gradita boccata d’ossigeno per il Cavaliere e per chiunque coltivi il progetto di una uscita da destra dalla crisi di sistema.
Colpire le cariche più prestigiose e minare i partiti rientra nel disegno di chi rispolvera persino il caldo concetto novecentesco (ed eversivo) di stato di eccezione per dipingere il ruolo del capo dello Stato, reo di aver sospeso la legalità costituzionale e sospinto le istituzioni in una bellica terra di nessuno priva di garanzie legali e senza più custodi! Berlusconi si è detto già pronto a rivendicare il potere supremo di dare ordini dopo il tempo inutile del «disperato Monti».
L’antipolitica è l’eterna sua carta. Al populismo contro il tecnogoverno cavalcato con impeto da Ferrara si aggiunge ora il rusticano anticapitalismo di Di Pietro. Per il miraggio di avere qualche pugno di voti in più, il partito neoideologico e veteropersonale dell’ex magistrato manda in aria ogni prospettiva coalizionale. Si apre un ciclo insidioso di insana demagogia. La ossessiva campagna antipolitica che il giovedì va in onda a reti unificate, e ogni giorno conquista i titoli conformistici della grande stampa d’opinione, sono una gradita boccata d’ossigeno per il Cavaliere e per chiunque coltivi il progetto di una uscita da destra dalla crisi di sistema.
Colpire le cariche più prestigiose e minare i partiti rientra nel disegno di chi rispolvera persino il caldo concetto novecentesco (ed eversivo) di stato di eccezione per dipingere il ruolo del capo dello Stato, reo di aver sospeso la legalità costituzionale e sospinto le istituzioni in una bellica terra di nessuno priva di garanzie legali e senza più custodi! Berlusconi si è detto già pronto a rivendicare il potere supremo di dare ordini dopo il tempo inutile del «disperato Monti».
L’antipolitica che ha arruolato tanti interpreti cerca ora di saldare il
grave disagio sociale con la auspicata crisi dei partiti più sensibili
ai richiami del bene pubblico. Lo scenario di una contrazione della
democrazia in tempi di recessione non è da fantapolitica. L’antipolitica
si arresta solo con partiti dalle radici sociali solide. La sinistra ha
modificato su molti punti la manovra, correggendone palesi distorsioni e
clamorose omissioni. La battaglia però continua.
Dalla crisi non si esce certo con la mistica del rigore. Servono le grandi idee della sinistra: crescita, dignità del lavoro, lotta alle ineguaglianze, sostegno alla domanda e quindi al reddito, politiche pubbliche, ricostruzione su base europea di un controllo politico del ciclo economico, della moneta e dei flussi finanziari. Anche nell’emergenza, le differenze con la destra restano abissali e solo le idee della sinistra possono battere la crisi.
di M.Prospero www.unità.itDalla crisi non si esce certo con la mistica del rigore. Servono le grandi idee della sinistra: crescita, dignità del lavoro, lotta alle ineguaglianze, sostegno alla domanda e quindi al reddito, politiche pubbliche, ricostruzione su base europea di un controllo politico del ciclo economico, della moneta e dei flussi finanziari. Anche nell’emergenza, le differenze con la destra restano abissali e solo le idee della sinistra possono battere la crisi.
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