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martedì 8 gennaio 2013

L'unica industria non in crisi: quella delle armi...


C'è un'industria che non è in crisi, quella delle armi (Foto di Ammar Abd Rabbo da Flickr) (immagini di Fabrizio Ricci)

C'è un settore industriale per il quale la crisi sembra essere già finita, è l'industria bellica europea che, dopo il calo del 2010, vede aumentare del 18,3% gli ordinativi ai paesi dell’Unione Europea per esportazioni di sistemi militari. Nel 2011 (ultimo dato disponibile) la domanda di armi rivolta all'Ue ha superato i 37,5 miliardi di euro (erano 31,7 miliardi nel 2010). I dati sono diffusi dal sito Unimondo.org, che li ha elaborati dall'ultimo rapporto dell'Ue.

Da qui si apprende che crescono soprattutto le autorizzazioni all'esportazione di armi (“licences”) verso le zone di maggior tensione del pianeta (Medio Oriente e Asia), mentre diminuiscono quelle verso gli Usa. Aumentano anche le consegne effettive di materiali militari: ma su queste il Rapporto dell’UE non presenta i dati perché diversi paesi (tra cui Germania e Regno Unito) non li hanno resi noti.

Ma anche l'Italia, secondo l'articolo di Giorgio Beretta pubblicato su Unimondo.org, non eccelle in trasparenza.“Forse – si legge - per adeguarsi allo standard tedesco, il governo tecnico italiano ha pensato di manipolare un po’ le cifre: a fronte degli oltre 2,6 miliardi di consegne riportate nella Relazione governativa nazionale, i funzionari governativi hanno riferito all’UE solo poco più di 1 miliardo. Un “errore” che solleva più di qualche interrogativo sulla trasparenza del Governo Monti in questioni militari”. Inoltre, secondo Unimondo, "gli ultimi due governi italiani (Berlusconi e Monti) appaiono molto simili riguardo alla comunicazione sull’export di armi: non segnalando all’UE le specifiche tipologie nelle consegne di armamenti hanno entrambi mantenuto un prudente riserbo sui sistemi d’arma effettivamente esportati dall’Italia".


Più nel dettaglio, i dati riportati dal sito di informazione indipendente, segnalano una forte ripresa delle esportazioni europee verso i paesi asiatici (dai 4,7 miliardi del 2010 agli oltre 5,5 miliardi di euro del 2011) e, in particolar modo verso il Medio Oriente (da 6,6 miliardi a quasi 8 miliardi di euro). In crescita anche le esportazioni verso l’Africa sub-sahariana che superano i 493 milioni di euro. In calo sono  invece soprattutto le autorizzazioni all’esportazione verso l’America settentrionale (erano 4,6 miliardi nel 2009, sono 3,6 miliardi di euro nel 2011), l’America centro-meridionale, oltre che verso i paesi del Nord Africa verso i quali però, nonostante il 2011 sia stato l’anno delle rivolte popolari della cosiddetta “primavera araba”, i paesi europei hanno autorizzato esportazioni di armamenti per oltre 1,2 miliardi di euro.

Nel 2011, il principale cliente delle industrie militari europee non sono gli Stati Uniti
(solo 3,2 miliardi di euro a fronte dei 3,5 miliardi del 2010 e dei 4,3 miliardi nel 2009), ma l’Arabia Saudita: alla monarchia saudita i paesi europei hanno autorizzato esportazioni di sistemi militari per oltre 4,2 miliardi di euro, di cui soprattutto dal Regno Unito (oltre 2 miliardi) per i caccia Eurofighter Typhoon, “una commessa dai contorni alquanto torbidi – osserva Unimondo - e che riguarda anche le aziende italiane”. Restando nell’area, spiccano le commesse degli Emirati Arabi Uniti (1,9 miliardi di euro): in una parola, semplifica ancora il sito di informazione pacifista, “le monarchie assolute mediorientali sono i principali clienti dell’industria armiera europea e le armi continuano ad essere la merce di scambio privilegiata dei paesi europei per pagare la propria bolletta energetica”.

Non è un caso, quindi – scrive ancora Beretta - che nonostante le rivolte popolari del 2011, siano state autorizzate esportazioni di armamenti anche ad paesi con ampie riserve energetiche e di risorse minerarie come l’Algeria (815 milioni di euro di cui oltre la metà dall’Italia) e il Marocco (335 milioni di euro, soprattutto dalla Francia). Ma stupiscono – vista la violenza della repressione e del conflitto – le autorizzazioni all’esportazione di armi europee verso l’Egitto (303 milioni di euro), la Tunisia (16,5 milioni) e addirittura la Libia che era sotto embargo nel 2011 (34 milioni di euro di cui 17 milioni di euro tra missili, razzi e bombe dalla Francia).

Le armi continuano ad essere merce esportata dai paesi dell’UE anche in altre zone di forte tensione come India (1,5 miliardi di euro) e Pakistan (410 milioni di euro) e finanche l’Afghanistan – un paese tuttora sotto embargo parziale di armi – che nel 2011 ha visto un record di importazioni militari dai paesi UE: oltre 465 milioni di euro di cui 346 milioni di euro dall’Estonia per generici “energetic materials”.
di
rassegna.it

sabato 2 giugno 2012

Finalmente la Sardegna non sarà più l’isola con le stellette


È la fine di un’epoca. Gli oltre 35mila ettari di servitù militare che gravano sulla Sardegna non sono più un tabù, non sono più l’intoccabile e anacronistica eredità della Guerra Fredda che pesava come un macigno sulla vita dell’isola. Il voto unanime della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito ha spazzato via tutto: ombre, ambiguità, interessi e paure. Ha ragione chi la definisce oggi una svolta storica. I valori metapolitici del diritto alla salute e della difesa dell’ambiente hanno alla fine prevalso su logiche di convenienza, su neppure tanto nascosti interessi industriali e su una concezione anacronistica delle forze armate.

Ma soprattutto, dopo oltre mezzo secolo, la Sardegna esce da quella condizione di sussidiarietà rispetto al resto del Paese, che la obbligava a pagare un prezzo infinitamente più alto delle altre regioni alla sicurezza nazionale. Un riequilibrio dei doveri e degli oneri che non sono riusciuti a raggiungere la passionalità politica di Mario Melis, il pragmatismo di Federico Palomba e la rude fermezza di Renato Soru.
È stata la “sindrome di Quirra”, con la sua dolorosa catena di morte e sofferenza, a corrodere come un tarlo certezze inossidabili, come il dogma dell’intangibilità del mondo militare. Il sospetto che nei poligoni sardi fosse stato utilizzato munizionamento all’uranio impoverito è stato solo il punto di partenza di un processo lento di presa di coscienza di una condizione drammatica di diritti dimenticati. Fondamentale, in questo senso, è stato il ruolo di associazioni pacifiste come “Gettiamo le basi”, che hanno consentito di tenere sempre alta l’attenzione e la tensione civile.
Dieci anni non sono stati sufficienti per effettuare una ricerca epidemiologica seria e approfondita. Anni nei quali si sono inseguiti improbabili fantasmi (come quello dell’inquinamento da arsenico) e si sono inutilmente succedute commissioni d’inchiesta, commissioni scientifiche e gruppi di lavoro. Dieci anni senza risposte. Poi è arrivato il “ciclone Fiordalisi” che, con la sua indagine, ha portato alla luce la realtà cruda del disastro ambientale di Quirra.
È innegabile che la Commissione parlamentare d’inchiesta, che ha avuto nel senatore del Pd Gian Piero Scanu il motore instancabile, ha avuto così la possibillità di acquisire quegli elementi che consentivano di comporre il mosaico secondo un ordine coerente.
Ieri il procuratore di Lanusei Domenico Fiordalisi ha preferito mantenere una posizione molto defilata sulla decisione politica di chiudere i poligoni di Teulada e Capo Frasca e riconvertire quello del Salto di Quirra: «È una decisione politica e ne prendo rispettosamente atto. Non la commento, ma sono contento».
Resta comunque aperto il capitolo delle responsabilità. L’inchiesta di Fiordalisi è chiusa e approderà nelle prossime settimane davanti al giudice dell’udienza preliminare. Gli indagati sono una ventina.
C’è comunque da fare oggi un bilancio. Ed è quello sul tempo perduto prima di arrivare alla decisione di ridimensionare la presenza militare in Sardegna. È infatti anche il momento di ripensare alle pesanti responsabilità politiche di chi ha contribuito a perpetuare una situazione di incertezza e di pericolo per chi lavora dentro il poligono e per chi ci vive intorno. Anche di chi ha agitato i fantasmi della fame e della disoccupazione per depistare l’attenzione dal cuore oscuro del problema. E cioè la presenza dentro i poligoni di veleni capaci di uccidere.
Ecco perché oggi è giusto non dimenticare che in questa lunga storia molte sono le ambiguità e le opacità che hanno creato il paradosso che le vittime sono diventate a un certo punto i peggiori nemici della verità. E così il diritto al pascolo è diventato più importante di un'ipoteca seria sulla salute e sulla vita. Oppure uno stipendio come impiegato civile nella base è stato capace di dissolvere la paura di una possibile leucemia o di avere un figlio deforme. È la scelta triste del vuoto. O meglio, la rassegnazione a un vuoto che sostituisce speranze, prospettive e progetti. Una solitudine che alla fine corrisponde alla negazione di una consapevolezza politica e spinge fino all'estrema conseguenza del ripetersi quotidiano di un esorcismo inconscio che porta a negare perfino l'evidenza.
A questa gente, alle popolazioni che vivono intorno ai poligoni, oggi spetta il sacrosanto diritto a un risarcimento: il riconoscimento a un lavoro, a una prospettiva, a un progetto di vita. E qui entra in gioco il mondo della politica, soprattutto quello regionale, ieri incredibilmente assente, incredibilmente distratto. Come se tutti questi anni di agghiacciante escalation di tumori o la nascita di bambini deformi siano appartenuti a una storia lontana. Una storia estranea alla nostra vita comunitaria.
Per concludere: oggi è stata anche la vittoria di un sindaco-galantuomo, Antonio Pili, che nel 2002 era primo cittadino di Villaputzu: Fu il primo a denunciare, in solitudine, la tragedia di Quirra.
di Piero Mannironi http://lanuovasardegna.gelocal.it