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lunedì 18 febbraio 2013

Uranio impoverito, l'ultima beffa




Dopo le troppe morti sospette di soldati e non, nel 2009 il ministero della Difesa aveva creato un comitato di prevenzione e controllo. Quattro anni dopo, si scopre che non ha fatto nulla, tranne distribuire soldi in modo non trasparente.

Il poligono di Quirra, in Sardegna


Era nato tra grandi speranze e con una missione importante e delicata: studiare i fattori di rischio per la salute dei militari impegnati in missioni internazionali e nei poligoni, su forte impulso della penultima Commissione d'inchiesta sull'uranio impoverito.
Eppure dal 2009, anno del suo insediamento, il Comitato di prevenzione e controllo delle malattie istituito presso il ministero della Difesa, è accusato di aver inciso poco o nulla sulla questione per la quale è stato costituito. Avendo assunto, come unica iniziativa significativa, la pubblicazione di un bando milionario destinato a finanziare alcuni dei suoi componenti.

E' un passaggio della relazione finale dell'ultima Commissione d'inchiesta sull'uranio impoverito a mettere nero su bianco e in modo esplicito le perplessità per l'operato del Comitato, istituito nel 2007 dall'allora ministro della Difesa Arturo Parisi sulla scia delle testimonianze dei soldati italiani affetti da gravi patologie dopo essere stati impegnati nei poligoni sardi o in missioni internazionali, spesso senza essere dotati delle stesse protezioni in uso alle forze alleate.

La Commissione d'inchiesta, nel testo pubblicato poche settimane fa, esprime un giudizio severo sull'attività finora svolta dai componenti dell'organismo in questione e parla di «scarsi risultati conseguiti». Ma non si ferma qui.

L'unica iniziativa significativa assunta dal Comitato, fa notare la relazione firmata dal presidente della Commissione Rosario Giorgio Costa, è stata la pubblicazione di un bando per l'assegnazione di fondi a carico del Ministero della Difesa e destinati a sostenere progetti di ricerca.

Tra i sette finanziati, per un costo totale di quasi 3 milioni di euro, due fanno capo a membri del Comitato e un terzo è stato assegnato al coordinatore delle strutture operative e di ricerca che agiscono per conto dello stesso organismo.

Si tratta di un milione di euro, soldi destinati a finanziare l'attività di ricerca svolta dalla dottoressa Antonietta Gatti e dai professori Massimo Zucchetti e Raffaele D'Amelio, quest'ultimo operante nelle vesti, appunto, di coordinatore.
Si va dai 650 mila euro ottenuti dal professor D'Amelio per il progetto triennale riguardante «la sicurezza, immunogenicità ed efficacia delle vaccinazioni nel personale militare», ai 202 mila euro previsti per la ricerca della dottoressa Gatti «sull'esposizione alle nanoparticelle ambientali in modelli vegetali», passando per il 100 mila euro richiesti per un progetto biennale, l'ennesimo sulla «tossicità dell'uranio impoverito» dal professor Zucchetti. Somme che sono in gran parte già state erogate.

Anche se si tratta di nomi scientificamente autorevoli, sono gli stessi commissari a storcere il naso di fronte alla procedura seguita per l'assegnazione del denaro:  «La Commissione d'inchiesta ritiene che tale procedimento presenti caratteristiche di inadeguatezza nella valutazione e scarsa trasparenza»

A leggere i nomi dei professori finanziati salta agli occhi anche altro: due di loro risultano essere stati anche consulenti della Commissione d'inchiesta sull'uranio impoverito. Si tratta della dottoressa Gatti e del professor Zucchetti, studiosi di fama mondiale che - mentre collaboravano gratuitamente con i senatori per aiutarli a individuare le responsabilità del ministero della Difesa nelle morti e nelle malattie contratte dai soldati italiani - hanno beneficiato dei fondi elargiti dal Ministero stesso. Nonostante l'autorevolezza degli esperti e la qualità degli studi, la presenza di un potenziale conflitto d'interessi non passa inosservata.

A spulciare l'elenco dei sette studi foraggiati dal Comitato per la Prevenzione ci si imbatte anche in un progetto sulla «incidenza della patolologia neoplastica tra il personale militare e civile operante nel poligono di Salto di Quirra dal 1990 al 2005».

Un tema delicato, alla luce dei molti militari deceduti dopo aver prestato servizio nel poligono sardo. Morti sulle quali la procura di Lanusei ha avviato un'inchiesta nel 2011 per disastro ambientale e omissioni dolose.  

A ricevere il finanziamento del ministero è stato il professor Pierluigi Cocco, per anni il medico competente del poligono, tra le 20 persone per cui i magistrati hanno chiesto il rinvio a giudizio. E' accusato, insieme al sindaco di Pedasdefogu Walter Mura, di aver diffuso 'informazioni sanitarie false' su tutta l'area del poligono mettendo a repentaglio la salute pubblica.
A fronte di un'iniziale richiesta di 266.500 euro al professor Cocco è stato accordato un finanziamento di 170 mila euro.

«Ho segnalato e denunciato la vicenda a Monti e al ministro della Difesa», dice il senatore uscente dell'Idv Giuseppe Caforio, che non sarà ricandidato alle prossime elezioni, «ma nessuno mi ha mai risposto».

(fonte: L'Espresso, a firma di Martino Villosio e Salvatore Ventruto)

link:  http://inchiestauranio.blogspot.it/2013/02/erasmo-savino-morto-nellindifferenza.html

sabato 2 giugno 2012

Finalmente la Sardegna non sarà più l’isola con le stellette


È la fine di un’epoca. Gli oltre 35mila ettari di servitù militare che gravano sulla Sardegna non sono più un tabù, non sono più l’intoccabile e anacronistica eredità della Guerra Fredda che pesava come un macigno sulla vita dell’isola. Il voto unanime della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito ha spazzato via tutto: ombre, ambiguità, interessi e paure. Ha ragione chi la definisce oggi una svolta storica. I valori metapolitici del diritto alla salute e della difesa dell’ambiente hanno alla fine prevalso su logiche di convenienza, su neppure tanto nascosti interessi industriali e su una concezione anacronistica delle forze armate.

Ma soprattutto, dopo oltre mezzo secolo, la Sardegna esce da quella condizione di sussidiarietà rispetto al resto del Paese, che la obbligava a pagare un prezzo infinitamente più alto delle altre regioni alla sicurezza nazionale. Un riequilibrio dei doveri e degli oneri che non sono riusciuti a raggiungere la passionalità politica di Mario Melis, il pragmatismo di Federico Palomba e la rude fermezza di Renato Soru.
È stata la sindrome di Quirra”, con la sua dolorosa catena di morte e sofferenza, a corrodere come un tarlo certezze inossidabili, come il dogma dell’intangibilità del mondo militare. Il sospetto che nei poligoni sardi fosse stato utilizzato munizionamento all’uranio impoverito è stato solo il punto di partenza di un processo lento di presa di coscienza di una condizione drammatica di diritti dimenticati. Fondamentale, in questo senso, è stato il ruolo di associazioni pacifiste come “Gettiamo le basi”, che hanno consentito di tenere sempre alta l’attenzione e la tensione civile.
Dieci anni non sono stati sufficienti per effettuare una ricerca epidemiologica seria e approfondita. Anni nei quali si sono inseguiti improbabili fantasmi (come quello dell’inquinamento da arsenico) e si sono inutilmente succedute commissioni d’inchiesta, commissioni scientifiche e gruppi di lavoro. Dieci anni senza risposte. Poi è arrivato il “ciclone Fiordalisi” che, con la sua indagine, ha portato alla luce la realtà cruda del disastro ambientale di Quirra.
È innegabile che la Commissione parlamentare d’inchiesta, che ha avuto nel senatore del Pd Gian Piero Scanu il motore instancabile, ha avuto così la possibillità di acquisire quegli elementi che consentivano di comporre il mosaico secondo un ordine coerente.
Ieri il procuratore di Lanusei Domenico Fiordalisi ha preferito mantenere una posizione molto defilata sulla decisione politica di chiudere i poligoni di Teulada e Capo Frasca e riconvertire quello del Salto di Quirra: «È una decisione politica e ne prendo rispettosamente atto. Non la commento, ma sono contento».
Resta comunque aperto il capitolo delle responsabilità. L’inchiesta di Fiordalisi è chiusa e approderà nelle prossime settimane davanti al giudice dell’udienza preliminare. Gli indagati sono una ventina.
C’è comunque da fare oggi un bilancio. Ed è quello sul tempo perduto prima di arrivare alla decisione di ridimensionare la presenza militare in Sardegna. È infatti anche il momento di ripensare alle pesanti responsabilità politiche di chi ha contribuito a perpetuare una situazione di incertezza e di pericolo per chi lavora dentro il poligono e per chi ci vive intorno. Anche di chi ha agitato i fantasmi della fame e della disoccupazione per depistare l’attenzione dal cuore oscuro del problema. E cioè la presenza dentro i poligoni di veleni capaci di uccidere.
Ecco perché oggi è giusto non dimenticare che in questa lunga storia molte sono le ambiguità e le opacità che hanno creato il paradosso che le vittime sono diventate a un certo punto i peggiori nemici della verità. E così il diritto al pascolo è diventato più importante di un'ipoteca seria sulla salute e sulla vita. Oppure uno stipendio come impiegato civile nella base è stato capace di dissolvere la paura di una possibile leucemia o di avere un figlio deforme. È la scelta triste del vuoto. O meglio, la rassegnazione a un vuoto che sostituisce speranze, prospettive e progetti. Una solitudine che alla fine corrisponde alla negazione di una consapevolezza politica e spinge fino all'estrema conseguenza del ripetersi quotidiano di un esorcismo inconscio che porta a negare perfino l'evidenza.
A questa gente, alle popolazioni che vivono intorno ai poligoni, oggi spetta il sacrosanto diritto a un risarcimento: il riconoscimento a un lavoro, a una prospettiva, a un progetto di vita. E qui entra in gioco il mondo della politica, soprattutto quello regionale, ieri incredibilmente assente, incredibilmente distratto. Come se tutti questi anni di agghiacciante escalation di tumori o la nascita di bambini deformi siano appartenuti a una storia lontana. Una storia estranea alla nostra vita comunitaria.
Per concludere: oggi è stata anche la vittoria di un sindaco-galantuomo, Antonio Pili, che nel 2002 era primo cittadino di Villaputzu: Fu il primo a denunciare, in solitudine, la tragedia di Quirra.
di Piero Mannironi http://lanuovasardegna.gelocal.it