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martedì 27 dicembre 2011
domenica 25 dicembre 2011
Ministra Fornero, se ci sei batti un colpo
Oltre 1100 vittime: l'ecatombe dei morti sul lavoro
La tragedia italiana che non va dimenticata
“I morti sul lavoro dall’inizio dell’anno
sono complessivamente più di 1100, di cui 655 sui luoghi di lavoro, e
tutti documentati”. Sembra proprio un’ecatombe l’introduzione alla più
aggiornata analisi pubblicata dall’Osservatorio Indipendente di Bologna
sulle Morti per Infortuni sul Lavoro, proprio dieci giorni dopo a quella
data maledetta (12.12.11) che vale come un punto di non ritorno, con il
superamento di tutte le vittime dell’intero 2008, l’anno peggiore per
le morti bianche da quando l’Osservatorio svolge il suo costante e
minuzioso lavoro di monitoraggio.
“Si può dire con amarezza che sulle morti sul lavoro l’Italia è un Paese unito – scrive Carlo Soricelli – Amministrazioni di centrosinistra o di centro destra, regionali e provinciali, al centro nord e come al sud hanno la stessa mancanza d’attenzione verso categorie che non hanno una forte organizzazione sindacale che esercita controlli sui luoghi di lavoro”. Si contano infatti i morti in agricoltura e in edilizia, spesso in sub appalto e spesso in nero, per un 60% del totale che ha un sapore amarissimo, e a cui nessuno sembra voler porre rimedio.
“Si può dire con amarezza che sulle morti sul lavoro l’Italia è un Paese unito – scrive Carlo Soricelli – Amministrazioni di centrosinistra o di centro destra, regionali e provinciali, al centro nord e come al sud hanno la stessa mancanza d’attenzione verso categorie che non hanno una forte organizzazione sindacale che esercita controlli sui luoghi di lavoro”. Si contano infatti i morti in agricoltura e in edilizia, spesso in sub appalto e spesso in nero, per un 60% del totale che ha un sapore amarissimo, e a cui nessuno sembra voler porre rimedio.
venerdì 23 dicembre 2011
Morti sul lavoro, proposte interessanti
Sicurezza sul lavoro
"Serve una Procura Nazionale"
Tempi lunghi della giustizia e tempi brevi per i magistratidi Santo Della Volpe per Articolo21
Etichette:
economia,
lavoro,
morti bianche,
politica,
società
venerdì 10 giugno 2011
Rapporto annuale sulla violazione dei diritti sul lavoro
Morti e violenze. E' questo il drammatico bilancio
L’analisi annuale del Sindacato Internazionale (ITUC) traccia un quadro sulla condizione di milioni di persone. La repressione più forte in America Latina. In Colombia il primato degli omicidi. Situazioni drammatiche anche in Bangladesh, Pakistan, Filippine, Uganda e Swaziland.
Noam Chomsk: è in atto un’opera di desindacalizzazione, flessibilizzazione e deregolamentazione nei paesi poveri, ma anche industrializzati
È un vero e proprio bollettino di guerra il rapporto annuale del sindacato internazionale ITUC sulle
violazioni dei diritti del lavoro: nel 2010 sono stati uccisi 90
sindacalisti, almeno 2.500 sono stati arrestati e almeno 5 mila
“semplicemente” licenziati.
“In tutto il mondo ci sono lavoratori e cittadini che tentano di rivendicare i diritti elementari a un lavoro dignitoso e a una vita dignitosa, ma in molti paesi queste persone trovano solo violenza e repressione da parte dei governi e delle imprese, fino ai casi estremi degli omicidi”, commenta la segretaria generale Sharan Burrow.
Sindacalisti sotto tiro. La repressione più forte continua a essere registrata in America Latina, dove la Colombia detiene il primato degli omicidi, con 49 casi. Dieci morti anche in Guatemala e altri in Brasile, a El Salvador, in Honduras. L’altra metà è distribuita tra Bangladesh, Pakistan e Filippine, in Asia, e Swaziland e Uganda in Africa. Importante anche il caso dell’Iran, dove il rappresentante degli insegnanti è stato impiccato dopo un processo sommario, nonostante le proteste popolari e le pressioni internazionali. L’unica nota positiva riguardo all’Iran è il rilascio – solo qualche giorno fa – di Mansoor Onsanloo, in carcere da cinque anni per avere avviato uno sciopero dei trasporti a Teheran. Le minacce di morte e le intimidazioni sono molto diffuse anche in altri paesi: dalle dittature evidenti, come la Bielorussia, lo Zimbabwe e la Birmania, alle democrazie apparenti, come la Russia, il Messico e la Nigeria. I due diritti fondamentali del lavoro, ovvero la libertà sindacale e la contrattazione collettiva, sono ancora molto limitati per legge nei paesi emergenti come la Cina o in quelli più ricchi, nell’area mediorientale e del Golfo.
L’attacco globale al lavoro. Un mese fa, a margine della festa del primo maggio, Noam Chomsky aveva scritto che ci troviamo di fronte a un “attacco internazionale al lavoro”. Secondo il linguista americano è in atto un’opera di desindacalizzazione, flessibilizzazione e deregolamentazione mirata a creare insicurezza e condizioni di vita precaria, non solo nei paesi in via di sviluppo ed emergenti, ma anche nei paesi industrializzati. Il rapporto del sindacato internazionale sembra confermare questa teoria. A tre anni dalla crisi finanziaria ed economica che ha creato oltre 30 milioni di disoccupati, sembra esserci stata un’ulteriore erosione dei diritti del lavoro nell’ultimo anno. Secondo l’ITUC, infatti, “ai grandi poteri finanziari ed economici è stato permesso di dominare le politiche dei governi mentre disoccupazione, povertà e insicurezza sociale continuano a crescere”.
Più colpiti i migranti, le donne e i giovani. Ci sono alcune tendenze globali precise che la ricerca mette in
evidenza:
la scelta di molti governi di ignorare le norme fondamentali a tutela
del lavoro; la mancanza di sostegno finanziario alle ispezioni e agli
strumenti di tutela sociale; la mancanza di diritti e l’abuso sui
lavoratori immigrati, in modo particolare nei paesi del Golfo Persico;
lo sfruttamento della forza lavoro, prevalentemente femminile, nelle
zone franche per l’esportazione. Senza parlare della crescente
disoccupazione giovanile, non contrastata da politiche adeguate né da
ammortizzatori sociali, ma solo da azioni repressive che ovunque
scatenano ulteriori rivolte, come bene dimostrano i fatti del Nord
Africa e del Medio Oriente. Il sindacato dedica una parte del rapporto
al mondo arabo, denunciando la brutalità con cui i governi hanno
risposto alla domanda di giustizia sociale e di democrazia, dall’Egitto
alla Tunisia, al Bahrain.
I diritti e lo sviluppo. D’altra parte, per decenni molti governi e alcune istituzioni economiche internazionali hanno scelto di perseguire politiche liberiste con forti accenti antisindacali, nella convinzione che una solida regolamentazione del mercato del lavoro e l’attività dei sindacati indipendenti fosse un ostacolo allo sviluppo e una minaccia alla crescita. Al contrario, secondo le norme internazionali del lavoro, la libertà di associazione e la contrattazione collettiva sono fattori determinanti per uno sviluppo che si possa definire socialmente sostenibile. È soprattutto attraverso la contrattazione che si interviene sui redditi, si legano i salari alla crescita di produttività, si estendono le tutele sociali. Tutto questo serve ad alimentare la domanda interna, il consumo, e perciò favorisce l’economia nel suo complesso. Ma soprattutto favorisce la redistribuzione della ricchezza, unico vero modo di assicurare la stabilità politica e la coesione sociale.
fonte Solleviamoci’s Weblog
L’analisi annuale del Sindacato Internazionale (ITUC) traccia un quadro sulla condizione di milioni di persone. La repressione più forte in America Latina. In Colombia il primato degli omicidi. Situazioni drammatiche anche in Bangladesh, Pakistan, Filippine, Uganda e Swaziland.
Noam Chomsk: è in atto un’opera di desindacalizzazione, flessibilizzazione e deregolamentazione nei paesi poveri, ma anche industrializzati
“In tutto il mondo ci sono lavoratori e cittadini che tentano di rivendicare i diritti elementari a un lavoro dignitoso e a una vita dignitosa, ma in molti paesi queste persone trovano solo violenza e repressione da parte dei governi e delle imprese, fino ai casi estremi degli omicidi”, commenta la segretaria generale Sharan Burrow.
Sindacalisti sotto tiro. La repressione più forte continua a essere registrata in America Latina, dove la Colombia detiene il primato degli omicidi, con 49 casi. Dieci morti anche in Guatemala e altri in Brasile, a El Salvador, in Honduras. L’altra metà è distribuita tra Bangladesh, Pakistan e Filippine, in Asia, e Swaziland e Uganda in Africa. Importante anche il caso dell’Iran, dove il rappresentante degli insegnanti è stato impiccato dopo un processo sommario, nonostante le proteste popolari e le pressioni internazionali. L’unica nota positiva riguardo all’Iran è il rilascio – solo qualche giorno fa – di Mansoor Onsanloo, in carcere da cinque anni per avere avviato uno sciopero dei trasporti a Teheran. Le minacce di morte e le intimidazioni sono molto diffuse anche in altri paesi: dalle dittature evidenti, come la Bielorussia, lo Zimbabwe e la Birmania, alle democrazie apparenti, come la Russia, il Messico e la Nigeria. I due diritti fondamentali del lavoro, ovvero la libertà sindacale e la contrattazione collettiva, sono ancora molto limitati per legge nei paesi emergenti come la Cina o in quelli più ricchi, nell’area mediorientale e del Golfo.
L’attacco globale al lavoro. Un mese fa, a margine della festa del primo maggio, Noam Chomsky aveva scritto che ci troviamo di fronte a un “attacco internazionale al lavoro”. Secondo il linguista americano è in atto un’opera di desindacalizzazione, flessibilizzazione e deregolamentazione mirata a creare insicurezza e condizioni di vita precaria, non solo nei paesi in via di sviluppo ed emergenti, ma anche nei paesi industrializzati. Il rapporto del sindacato internazionale sembra confermare questa teoria. A tre anni dalla crisi finanziaria ed economica che ha creato oltre 30 milioni di disoccupati, sembra esserci stata un’ulteriore erosione dei diritti del lavoro nell’ultimo anno. Secondo l’ITUC, infatti, “ai grandi poteri finanziari ed economici è stato permesso di dominare le politiche dei governi mentre disoccupazione, povertà e insicurezza sociale continuano a crescere”.
Più colpiti i migranti, le donne e i giovani. Ci sono alcune tendenze globali precise che la ricerca mette in
I diritti e lo sviluppo. D’altra parte, per decenni molti governi e alcune istituzioni economiche internazionali hanno scelto di perseguire politiche liberiste con forti accenti antisindacali, nella convinzione che una solida regolamentazione del mercato del lavoro e l’attività dei sindacati indipendenti fosse un ostacolo allo sviluppo e una minaccia alla crescita. Al contrario, secondo le norme internazionali del lavoro, la libertà di associazione e la contrattazione collettiva sono fattori determinanti per uno sviluppo che si possa definire socialmente sostenibile. È soprattutto attraverso la contrattazione che si interviene sui redditi, si legano i salari alla crescita di produttività, si estendono le tutele sociali. Tutto questo serve ad alimentare la domanda interna, il consumo, e perciò favorisce l’economia nel suo complesso. Ma soprattutto favorisce la redistribuzione della ricchezza, unico vero modo di assicurare la stabilità politica e la coesione sociale.
fonte Solleviamoci’s Weblog
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