quarto stato

Visualizzazione post con etichetta economia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta economia. Mostra tutti i post

sabato 5 gennaio 2013

Agromafia e caporalato

Analisi

Il caporalato tra passato e presente 

Edilizia e agricoltura: 550mila sotto caporale (foto da Terranews.it) (immagini di Davide Orecchio)Il caporalato è un fenomeno apparentemente antico che caratterizza tuttora le campagne italiane. Non solo quelle meridionali, dove esso sembra più appariscente, ma anche quelle del Centro-nord del Paese. Credevamo che tale metodo di ingaggio della manodopera si fosse attenuato nel tempo, invece è tornato negli ultimi quindici-venti anni in forme particolarmente virulente.
Come è stato possibile? Ci sono delle differenze sostanziali tra il caporalato del passato e quello “globalizzato” dei giorni nostri. Quest’ultimo si è adeguato e adattato ad alcuni radicali processi sociali in atto, in particolare l’erompere dei flussi migratori; e ha prodotto in molti casi una degenerazione dello sfruttamento in schiavismo. C’è un profonda differenza tra i braccianti di oggi e quelli di ieri, quelli di Giuseppe Di Vittorio e di Placido Rizzotto, quelli che hanno lottato per l’imponibile di manodopera, hanno partecipato alle occupazioni delle terre e si sono scontrati contro condizioni di lavoro e di vita inique.
Un tempo i “cafoni” condividevano con il caporale il medesimo orizzonte sociale e culturale, la medesima lingua, le medesime contrade (non sempre, come vedremo nell’ultimo paragrafo, eppure in buona parte è stato così). Pur schierati su versanti contrapposti, appartenevano allo stesso paese, o comunque alla stessa provincia, alla stessa regione. Pertanto venivano a stabilirsi con il caporale, e quindi con il proprietario terriero alle sue spalle, dei rapporti di forza codificati. Certo, c’erano la fame, la malaria, la mortalità infantile, i soprusi, il sotto-salario, la repressione sistematica di ogni moto di ribellione... La “civiltà contadina” è stata anche questo, e non voglio affatto minimizzare un cumulo di violenze peraltro vittima di oblio nell’Italia contemporanea.
Tuttavia oggi accade qualcosa di profondamente diverso. I braccianti stranieri, soprattutto quando stagionali, percepiscono le nostre campagne come una “terra di nessuno” con cui non hanno niente a che spartire: una terra di cui non condividono la lingua, non conoscono le leggi scritte e quelle non scritte. Anche quando si insediano nelle borgate e nei casolari intorno ai paesi, non c’è alcuna forma di integrazione con il loro tessuto urbano e sociale. C’è una distanza siderale: ogni chilometro ne vale cento; ed è proprio questa estraniazione a generare la profonda vulnerabilità che alimenta lo sfruttamento più crudo.

Benché tutto il caporalato non sia riconducibile a forme di neo-schiavismo, sempre più spesso esso si manifesta in casi eclatanti di riduzione in schiavitù, in vari gradi di “soggezione continuativa”, come questa viene definita nell’articolo 600 del Codice penale. “La riduzione o il mantenimento nello stato di soggezione”, vi si legge, “ha luogo quando la condotta è attuata mediante violenza, minaccia, inganno, abuso di autorità o approfittamento di una situazione di inferiorità fisica o psichica o di una situazione di necessità, o mediante la promessa o la dazione di somme di denaro o di altri vantaggi a chi ha autorità sulla persona.” Riproducendosi su larga scala, e per migliaia di lavoratori, tale “soggezione continuativa” diviene elemento strutturale del lavoro agricolo (e, in misura meno appariscente ma ugualmente grave, in altri ambiti come l’edilizia).

I nuovi caporali

Oggi l’organizzazione gerarchica del caporalato è composta da una fitta reti di capi, caporali e sotto-caporali spesso in contatto tra loro da regione a regione. Come racconta Yvan Sagnet, portavoce dei braccianti che hanno organizzato lo sciopero di Nardò nell’estate del 2011 e oggi impegnato nella Flai-Cgil, in Puglia: “ci sono i caporali e ci sono i sotto-caporali. Perché i caporali non possono gestire tutto. Il caporale può avere quattro o cinque campi di raccolta e manda i suoi assistenti a gestire i lavoratori. Ha una squadra, ha gli autisti, degli assistenti, ha i cuochi.

A Nardò c’era il ‘capo de capi’, era un tunisino. Poi c’erano altri caporali che lavoravano per lui. Ci sono varie tipi di nazionalità in particolare africani. Il capo dei capi manda il caporale a gestire gli altri capi. Al capo dei capi spetta una percentuale su ogni cassone, ma il grosso rimane al caporale. Questi è quasi autonomo rispetto al primo livello. Nell’agro di Nardò, c’erano tra i 15 e 20 caporali e controllavano tra i 500 e i 600 lavoratori”.


In cosa le condizioni descritte da Sagnet differiscono da quello che possiamo definire “caporalato classico”? Gli ambiti di sfruttamento, minaccia e ricatto sembrano essersi ampliati, sono diventati sempre più capillari nelle varie sfere della vita quotidiana dei lavoratori agricoli, che dipendono in tutto e per tutto dai caporali, non avendo altre reti a cui far riferimento. Il controllo dei caporali si estende spesso agli stessi alloggi in cui dormono. È questa la principale differenza tra vecchie e nuove forme del caporalato.
Un ulteriore elemento di novità del caporalato “globale” rispetto a quello “classico” è che la provenienza geografica dei caporali è divenuta una variabile che incide fortemente sul reclutamento dei braccianti. Sempre Sagnet racconta che “il mio caporale era sudanese. E qui funziona per nazionalità, prima vengono quelli della nazionalità del caporale, e poi gli altri. Funziona così anche con i tunisini, con i nigeriani”. E lo stesso accade per i lavoratori provenienti dall’Europa dell’est, a volte vittime di condizioni di sottomissione ancora maggiori. Come detto, i nuovi braccianti agricoli non possono far riferimento a quelle che in sociologia si chiamano reti sociali “dense”.
Lo sfruttamento avviene in condizioni di profonda solitudine, o comunque di isolamento. Ovviamente, negli ultimi vent’anni il nuovo caporalato non solo si è intrecciato con i nuovi flussi migratori, traendo vantaggio dal bisogno di occupazione di larghe masse di lavoratori. È stato oltremodo favorito dalla legislazione in materia di immigrazione. La Bossi-Fini è stata spesso un potente alleato dei caporali, rendendo i lavoratori (specie se sprovvisti di un permesso di soggiorno) oltremodo ricattabili davanti ai propri sfruttatori.

Tantissimi lavoratori sono stati denunciati come “irregolari”, dopo essere stati sfruttati dai loro stessi caporali. Tantissimi altri si sono affidati ai “signori della regolarizzazione”, offrendo diverse migliaia di euro per un permesso di soggiorno (il semplice pezzo di carta) in cambio di un lavoro che rimaneva il medesimo. Quando i braccianti abitano in casolari isolati o in tendopoli auto-costruite lontane dai centri abitati, tale invisibilità alimenta la loro vulnerabilità. È alla luce di tutto ciò che vanno valutate le nuove misure varate nel settembre del 2011 (introduzione del reato di caporalato) e nel luglio del 2012 (concessione del permesso di soggiorno ai lavoratori che denunciano i propri sfruttatori).

Tali misure sono di enorme importanza. Per la prima volta in Italia viene formulato giuridicamente il concetto di grave sfruttamento lavorativo: qualcosa cioè che, anche qualora non giunga alle forme estreme di riduzione in schiavitù, è comunque molto più grave del semplice “lavoro nero” o della sola evasione contributiva. E per la prima volta viene offerta una via d’uscita a tutti quei lavoratori ricattati dalla condizione di clandestinità. Tuttavia tali norme possono divenire davvero efficaci, solo se la cappa di vulnerabilità e invisibilità verrà rotta anche sul piano culturale, sociale, economico, sindacale. 

La lezione di Di Vittorio
Tuttavia tra passato e presente ci sono anche profonde analogie da cui trarre importanti insegnamenti. Non solo la giornata-tipo di un bracciante del ventunesimo secolo è tremendamente simile a quella di un bracciante dei primi del Novecento (basta leggere ad esempio le testimonianze “di ieri” raccolte in “La memoria che resta. Vita quotidiana, mito e storia dei braccianti nel Tavoliere di Puglia” di Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero, Edizioni Aramirè, per accorgersi come l’universo materiale, la fame, l’assenza di acqua, l’inospitalità dei casolari, i metodi del dominio siano spesso i medesimi).


C’è un’altra analogia da interrogare, e in buona parte porta a vedere sotto nuova luce quanto detto finora: anche ai primi del Novecento il lavoro agricolo era strettamente intrecciato ai flussi migratori. Non erano flussi globali, beninteso, bensì intraregionali o al massimo interregionali. Ma in alcuni casi mettevano a dura prova - proprio come oggi - il rapporto tra lavoratori “locali” e “forestieri”. Giuseppe Di Vittorio prestò sempre molta attenzione al nesso tra lavoro e flussi migratori, come dimostra un recente libro edito da Donzelli, “Le strade del lavoro”, a cura di Michele Colucci. Vorrei porre l’attenzione sul primo scritto raccolto nel volume, una lettera indirizzata al direttore del “Corriere delle Puglie” nell’aprile del 1914 a proposito dei fatti di Colapatella. Cosa era accaduto? Nella masseria di Colapatella, a pochi chilometri da Cerignola, in provincia di Foggia, c’era stato un sanguinoso scontro tra lavoratori locali e lavoratori “forestieri” provenienti dalla provincia di Bari, che aveva lasciato in mezzo ai campi un morto e diversi feriti. Alle spalle di tanta violenza tra gli stessi lavoratori, vi era la particolare struttura del lavoro agricolo nella Puglia di primo Novecento. 

 Nonostante le profonde differenze tra ieri e oggi già analizzate, in genere si pensa che il “lavoro migrante” sia approdato in agricoltura solo negli ultimi quindicivent’anni con l’arrivo nelle nostre campagne dei braccianti stranieri, africani o esteuropei, che hanno rimpiazzato i vecchi braccianti pugliesi, siciliani, calabresi; e si deduce che l’intreccio tra vulnerabilità dei nuovi arrivati, scarsa sindacalizzazione, paghe da fame e casi di grave sfruttamento lavorativo sia una fatto relativamente recente. Come se prima, un secolo fa, a lavorare la terra e a raccogliere i suoi frutti, fossero unicamente braccianti stanziali, residenti a pochi chilometri dai fondi agricoli, “etnicamente” compatti. Molte volte non era affatto così.

Il Tavoliere era una complessa area d’immigrazione anche un secolo fa. Solo che allora gli “stranieri” che approdavano nell’agro di Cerignola perché a casa loro soffrivano la fame provenivano dalle altre province pugliesi, seguendo massicce migrazioni stagionali molto simili a quelle attuali. Da dove nasceva il dissidio? Mentre i braccianti cerignolani erano da tempo organizzati in una Lega combattiva, che aveva ottenuto (almeno in parte) il rispetto dei propri diritti e un sostanziale aumento delle retribuzioni, i “forestieri” provenienti dalla provincia di Bari - scarsamente organizzati - accettavano di lavorare anche per 40-50 centesimi in meno al giorno, all’epoca una cifra enorme. Ovviamente i proprietari terrieri, e i loro “suprastanti”, avevano tutto l’interesse a ingaggiare questi ultimi per indebolire la Lega. Da qui gli scontri sanguinosi.  

L’intelligenza di Di Vittorio fu nell’intuire che il lavoro migrante è connaturato all’essenza stessa dell’agricoltura stagionale, e che ogni forma di organizzazione sindacale - nata per unire tutti i lavoratori - ne avrebbe dovuto tenere conto. Era inutile accusare i nuovi arrivati di crumiraggio: il problema era semmai trovare il modo di ricostituire un’alleanza plurale tra diversi lavoratori, informandoli sui loro diritti soprattutto nelle province di partenza, interpretando lo stesso sindacato come una struttura “migrante” dal momento che deve avere a che fare con dei lavoratori “migranti”. Ma di quale Puglia stiamo parlando, di quella di un secolo fa o di quella dei giorni nostri? Stiamo parlando di entrambe, e risiede proprio in questo il grande interesse degli scritti di Di Vittorio. Da qui occorre ripartire per disegnare nuove forme di intervento e analisi. Lottare contro il caporalato vuol dire innanzitutto comprendere il mondo che ci circonda. Cogliere tutti i nessi possibili tra passato e presente. 
di Alessandro Leogrande
dal sito di http://www.rassegna.it/articoli/2012/12/21/95486/il-caporalato-tra-passato-e-presente

[il pezzo qui riprodotto è un estratto di Agromafia e caporalato, il primo rapporto sull'Italia. La ricerca dell'Osservatorio Placido Rizzotto presentata dalla Flai Cgil, il sindacato del settore agroalimentare. L'illegalità è in continua espansione. 400mila persone vittime del caporalato. 27 clan nel business dell'agro- ed ecomafia. Il rapporto si può scaricare integralmente in formato digitale (pdf) nello shop di rassegna.it, al prezzo di 2,99 euro]. 



 

sabato 7 gennaio 2012

Uscire dalla crisi senza offendere la nostra intelligenza

Non so voi, ma io continuo a non credere che per uscire dalla crisi bisogna falcidiare, sino quasi ad abbatterlo, lo stato sociale, cioè l'unica vera idea restata per una reale distrubuzione della ricchezza in termini di equità e giustizia sociale.
Ad ogni manovra, un po' per volta, sta venendo meno qualcosa di pubblico, qualcosa che appartiene a noi tutti, quasi la privatizzazione di beni e servizi pubblici fosse la panacea per restituire lavoro, diritti e una sicurezza per il domani.
Certo, al governo Monti va riconosciuto il pregio di aver palesato la reale situazione del Paese, dopo anni di bugie e sottovalutazioni della situazione (una vera mistificazione o, se volete, virtualizzazione della realtà) operata dall'esecutivo del sig.B.
Sia chiaro, però, che questo riconoscimento non significa affatto fiducia cieca rispetto le scelte operate dal nuovo governo, scelte che offendono l'intelligenza se portano a credere che si esce dalla crisi ritornando soldi al sistema finanziario, risorse che ottenute abbattendo quell'unico strumento reale di redistribuzione della ricchezza rappresentato dallo stato sociale o negando e riducendo la sfera dei diritti.

Voglio proporre all'attenzione di chi passa per queste pagine la rilettura del 13° Rapporto di Sbilanciamoci proposte, analisi, soluzioni e idee concrete per uscire dalla crisi salvaguardando equità e conquiste sociali. Una vera e propria controfinanziaria su cui vale la pena meditare.

Concludo segnalandovi questo articolo apparso su Rassegna.it (giornale online della Cgil) :Robert Reich: il bene pubblico è in agonia  e il rapporto dell'Ocse, il quale dimostra che negli ultimi 30 anni il dislivello, la forbicetra ricchi e poveri, tra i redditi si è allargata a dismisura. In Italia il 10% più ricco guadagna 10 volte più del 10% più povero. E le cosiddette riforme per accrescere la competitività hanno aggravato la situazione.

A presto
Vladimir

link:
Istat: mai così tanti giovani disoccupati
»
La crisi fa i ricchi più ricchi | I salari sono fermi
» L'inflazione vola al 2,8%

domenica 25 dicembre 2011

Ministra Fornero, se ci sei batti un colpo

Oltre 1100 vittime: l'ecatombe dei morti sul lavoro
La tragedia italiana che non va dimenticata

“I morti sul lavoro dall’inizio dell’anno sono complessivamente più di 1100, di cui 655 sui luoghi di lavoro, e tutti documentati”. Sembra proprio un’ecatombe l’introduzione alla più aggiornata analisi pubblicata dall’Osservatorio Indipendente di Bologna sulle Morti per Infortuni sul Lavoro, proprio dieci giorni dopo a quella data maledetta (12.12.11) che vale come un punto di non ritorno, con il superamento di tutte le vittime dell’intero 2008, l’anno peggiore per le morti bianche da quando l’Osservatorio svolge il suo costante e minuzioso lavoro di monitoraggio.

“Si può dire con amarezza che sulle morti sul lavoro l’Italia è un Paese unito – scrive Carlo Soricelli – Amministrazioni di centrosinistra o di centro destra, regionali e provinciali, al centro nord e come al sud hanno la stessa mancanza d’attenzione verso categorie che non hanno una forte organizzazione sindacale che esercita controlli sui luoghi di lavoro”. Si contano infatti i morti in agricoltura e in edilizia, spesso in sub appalto e spesso in nero, per un 60% del totale che ha un sapore amarissimo, e a cui nessuno sembra voler porre rimedio.

venerdì 23 dicembre 2011

Morti sul lavoro, proposte interessanti

Sicurezza sul lavoro
"Serve una Procura Nazionale"

Tempi lunghi della giustizia e tempi brevi per i magistrati
di Santo Della Volpe per Articolo21


Basterebbero 5 righe per non interrompere il lavoro di anni  e la prospettiva di creare una Procura Nazionale per la Sicurezza sui luoghi di lavoro: 5 righe di modifica all’articolo 19 del decreto legislativo n. 160/2006 che potrebbero recitare così: “le disposizioni dei commi 1,2 e 2-bis del presente articolo non si applicano ai magistrati che esercitano funzioni giudicanti e requirenti di primo e secondo grado addetti alle sezioni e ai gruppi di lavoro specializzati nella trattazione dei procedimenti penali aventi per oggetto reati commessi con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza durante l’attività lavorativa”.

sabato 26 marzo 2011

... sta arrivando una catastrofe

Le pallottole ricoperte di zucchero del “libero mercato” stanno uccidendo i nostri figli. L’atto dell’uccidere è orchestrato, con fare distaccato, attraverso il commercio di programmi per il computer nelle Borse Merci di New York e Chicago, dove vengono stabiliti i prezzi mondiali del riso, del frumento e del granturco. Persone di paesi diversi vengono simultaneamente impoverite a causa del meccanismo del mercato mondiale. Una piccola parte di istituzioni finanziarie e società per azioni mondiali ha la capacità di determinare i prezzi degli alimenti base quotati nelle Borse Merci, con ripercussioni dirette sul tenore di vita di milioni di persone in tutto il mondo.

Così si esprime il professor Michel Chossudovsky nell’ultima pubblicazione del Global Research Institute di Ottawa, “The Global Economic Crisis: The Great Depression of the XXI Century”. Un bilancio drammatico: la crisi economica mondiale ormai dilagante è la vera “grande depressione del XXI secolo”. Un vertiginoso «processo di impoverimento mondiale» che ha raggiunto la massima svolta, «portando alla diffusione simultanea di carestie nelle principali regioni in via di sviluppo». Espressione biblica: carestia. E’ quella che l’economista canadese, direttore del prestigioso centro studi indipendente, non esita ad usare: «La carestia è la conseguenza di un processo di ristrutturazione del “libero mercato” dell’economia mondiale, che trova le radici nella crisi del debito pubblico dei primi anni Ottanta del secolo scorso».

siccitàNon si tratta di un fenomeno recente, collegato alla crisi economico-finanziaria del 2008-2009, come suggerito da numerosi analisti occidentali: «La povertà e la denutrizione cronica erano condizioni già esistenti». Spiega Chossudovsky: «Le impennate drammatiche nel prezzo del cibo e del carburante, che hanno preceduto il crollo finanziario del 2008-2009, hanno contribuito all’inasprimento e all’aggravamento della crisi del cibo», di fatto già esplosa. «Queste impennate nei prezzi, che raggiunsero un picco nel luglio 2008, hanno colpito il mercato degli alimenti base, inclusi i prezzi al dettaglio nazionali, in tutte le regioni del mondo». Di qui il dilagare dei movimenti di protesta: prima delle rivolte in Tunisia e in Egitto, le impennate dei prezzi del cibo e della benzina avevano fatto scoppiare proteste in diverse regioni del mondo. Particolarmente critica la situazione in paesi come Haiti, Nicaragua, Guatemala, India e Bangladesh.

Un copione molto simile quasi ovunque: prezzi alle stelle, aumenti improvvisi del 40%, il costo del riso che raddoppia e diventa proibitivo per un operaio bengalese costretto a vivere con 25 dollari al mese. Tra il 2007 e il 2008 le prime rivolte: in Bangladesh, al Cairo, in Costa d’Avorio dove in migliaia hanno marciato verso la casa del presidente Laurent Gbagbo, scandendo slogan come “abbiamo fame” e “la vita è troppo cara, ci ucciderete”.
Manifestazioni analoghe, con scioperi e scontri, si sono succedute in Bolivia, Perù e Messico, in Indonesia e nelle Filippine, in Pakistan e in Uzbekistan, in Thailandia, nello Yemen, in Etiopia e nella maggior parte dell’Africa sub-sahariana.

Un capitolo a parte nella nuova geografia dell’apocalisse riguarda la Somalia, dove dal 2008 la vertiginosa ascesa dei prezzi del cibo e del carburante ha precipitato la popolazione nell’incubo della fame, cui si aggiunge la penuria d’acqua: il bestiame di cui le persone si nutrono cade improvvisamente morto sulla sabbia, gli abitanti dei villaggi stanno morendo di fame e di sete: «Molti somali stanno cercando di contenere l’inedia con una farina sottile cotta nell’acqua, prodotta da rami schiacciati di biancospino, chiamata “jerrin”». Gli anziani raccontano che i bambini «si masticano le labbra e la lingua» perché non hanno altro da mangiare. Per Chossudovsky, è «una catastrofe in divenire»: in alcune aree della Somalia i prezzi sono aumentati del 500%, la popolazione è disperata e si teme che il peggio debba ancora arrivare.
E’ infinita la lista dei paesi ridotti in miseria, non certo aiutati dall’ultima crisi finanziaria mondiale: se i prezzi-base sono improvvisamente crollati alla fonte, non sono invece cambiati per i consumatori poveri: «I meccanismi basilari della manipolazione dei prezzi mondiali, per i forti interessi collettivi e per gli speculatori istituzionali, sono rimasti intatti sotto un punto di vista funzionale», accusa Chossudovsky. «Non si può escludere una nuova ondata di commercio speculativo negli alimenti di base e nel carburante», ovvero nei beni primari: «Regolari provviste di cibo, carburante e acqua sono un requisito per la sopravvivenza della specie umana. Costituiscono le fondamenta economiche e ambientali per lo sviluppo di una società civilizzata».

Acqua, cibo e petrolio: «Senza precedenti nella storia dell’umanità, questi tre prodotti di base o beni essenziali, che in un certo senso determinano la riproduzione della vita economica e sociale sul pianeta Terra, sono sotto il controllo di un ristretto numero di società per azioni e istituzioni finanziarie mondiali. Il destino di milioni di esseri – continua Chossudovsky – viene deciso dietro le porte chiuse delle sale di consiglio d’amministrazione delle società, come parte di un’agenda guidata esclusivamente dal profitto». In più, «organizzazioni governative o intergovernative sono complici di questi granosviluppi: le politiche economiche e finanziarie dello Stato sono controllate da interessi societari privati».
Il commercio speculativo, scrive Chossudovsky, non è oggetto di politiche regolatrici. E’ anzi valido il contrario: «La cornice del mercato speculativo nelle Borse Merci è protetta dallo Stato. Per di più, le forniture di cibo, acqua e carburante non sono più soggette alla regolamentazione o all’intervento governativo o intergovernativo con lo scopo di alleviare la povertà o evitare la rapida diffusione di carestie». Siamo a un capolinea drammatico, che si tende a non vedere: «Ampiamente offuscata dai rapporti ufficiali e da quelli dei media, sia la “crisi del cibo” che la “crisi del petrolio” sono il risultato di una manipolazione speculativa delle valute di mercato da parte dei potenti attori dell’economia». Attori che agiscono tramite un meccanismo di mercato apparentemente neutro e “invisibile”, con conseguenze «devastanti», che «vengono disinvoltamente accantonate come il risultato di considerazioni tra domanda e offerta».
Non ci si sta occupando di “crisi” del cibo, carburante o acqua, distinte e separate, ma di un processo mondiale di ristrutturazione economica e sociale, avverte Chossudovsky. L’impennata drammatica dei prezzi di queste tre materie prime non è un caso: «Tutte e tre le variabili, compresi i prezzi degli alimenti di base, dell’acqua per la produzione e il consumo, e del carburante, sono oggetto di un processo di manipolazione del mercato deliberata e simultanea». Tra il 2005 e il 2008, quando la crisi del cibo fu un crescendo di prezzi degli alimenti, aumentarono di colpo anche il prezzo del petrolio e quello dell’acqua privatizzata, indispensabile risorsa per la produzione agricola e industriale, per l’infrastruttura sociale, per la sanità pubblica e il consumo domestico.
Proprio la privatizzazione dell’acqua su scala mondiale ha fatto crescere enormemente il prezzo della risorsa vitale più preziosa: «Stiamo affrontando il più importante sconvolgimento economico e sociale, e una crisi globale senza precedenti, caratterizzata dalla relazione triangolare tra acqua, cibo e carburante – tre variabili fondamentali che insieme si ripercuotono sugli stessi mezzi di sopravvivenza umana». Impennate dei prezzi, continua Chossudovsky, che impoveriscono e distruggono le vite delle persone. «Per di più, il collasso mondiale nel tenore di vita si sta verificando in un periodo di guerra: è strettamente correlato al programma militare».
Le guerre nel Medio Oriente e nell’Asia Centrale stringono una relazione diretta con il controllo del petrolio e delle riserve d’acqua. Sebbene l’acqua non sia al momento una materia prima venduta a livello internazionale come può valere per il petrolio e gli alimenti di base, è anche oggetto della manipolazione del mercato attraverso la sua privatizzazione. L’acqua è una risorsa naturale oggetto sia di acquisto che di vendita. La tendenza punta verso la sua commercializzazione. «Sia lo Stato, così come la serie di organizzazioni internazionali – a cui spesso ci si riferisce come “comunità internazionale” – sono al servizio degli interessi spregiudicati del capitalismo mondiale».
I principali organi intergovernativi, incluse le Nazioni Unite, le istituzioni della Bretton Woods e l’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) hanno sottoscritto il Nuovo Ordine Mondiale (New World Order) a favore dei loro finanziatori societari. Tutti i governi, accusa Chossudovsky, hanno abbandonato il loro ruolo storico di regolatori delle variabili economiche chiave, così come quello di garanti dei mezzi di sussistenza minimi del loro popolo. E i media «hanno sviato con noncuranza l’opinione pubblica in fame 1merito alle cause dell’impennata dei prezzi del 2005-2008, concentrandosi quasi esclusivamente su questioni come i costi di produzione, il clima e altri fattori», irrilevanti nel giustificare l’impressionante impennata dei prezzi.
Da New York a Chicago, c’è chi manovra per fare miliardi sulla pelle dell’umanità: «I prezzi del grano vengono intenzionalmente incrementati tramite operazioni speculative di larga scala». Il Chicago Board of Trade e il Chicago Mercantile Exchange hanno costituito la più grande entità mondiale che si occupa del commercio delle materie prime, «inclusa una vasta gamma di strumenti speculativi (premi, premi sui futures, fondi comuni d’investimento indicizzato, e così via)». Il commercio speculativo del frumento, del riso o dei cereali «può verificarsi in assenza di una transazione vera delle materie prime».
Le istituzioni che speculano nel mercato del grano, dice Chossudovsky, non sono necessariamente coinvolte nell’effettiva vendita o consegna del grano stesso. «Le transazioni possono utilizzare i fondi comuni d’investimento indicizzato delle materie prime, ovvero scommesse sul generale movimento di rialzo o ribasso dei prezzi di queste materie». Una “vendita a premio”, che scommette sul calo del prezzo o sul suo aumento. Gli utili si ottengono quando il prezzo cresce. Al contrario, se lo speculatore vende allo scoperto, se ne trarranno guadagni quando il prezzo crolla. «Attraverso manipolazioni interessate, speculatori istituzionali e istituzioni finanziarie fanno crescere il prezzo e poi piazzano le loro scommesse su un movimento in rialzo nel prezzo di una particolare materia prima». Proprio la speculazione «dà vita alla volatilità del mercato». A sua volta, «l’instabilità che ne deriva incoraggia ulteriori attività speculative». E il mondo, nel frattempo, rischia di morire di fame
(info:
www.megachip.info).
tratto da www.libreidee.org