quarto stato

domenica 10 luglio 2011

Quirra, la verità è sempre più vicina

E ora La Russa non può più dire che non vi sono connessioni dirette tra malattie tumorali e attività svolte nei poligoni militari, primo tra tutti il Pisq di Quirra.
Guardate il filmato e traete le vostre considerazioni. Aggiungo solo che sarebbe il momento di farla finita con le ipocrisie, gli insabbiamenti, le menzogne


rainews24.rai.it/

venerdì 1 luglio 2011

Quirra, un altro agnello deforme. Contaminazione radioattiva?

Un altro animale deforme. Un mostro nato e cresciuto nello stesso allevamento del Salto di Quirra in cui nel 2003 era nato un agnello a due teste. 

Il sospetto è che anche questo animale abbia subito alterazioni genetiche a causa di sostanze radioattive utilizzate negli anni nel poligono. Ieri gli uomini della Forestale di Lanusei hanno sequestrato l'animale, che - come i genitori - nel corso nel corso della sua esistenza ha pascolato nella zona di Ollistincu, nei pressi dell'area utilizzata per il brillamento delle munizioni e dei proiettili ormai inservibili arrivati a Quirra da tutta Italia.
fonte, L'Unione Sarda

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Quirra, il pm ordina indagine su altre 156 morti sospette

 IMPATTO AMBIENTALE E SANITARIO DELLE BASI MILITARI IN ITALIA. IL CASO SARDEGNA:MADDALENA E QUIRRA.

giovedì 16 giugno 2011

Quirra, una nuova indagine: sotto sequestro dodici radar


Il procuratore della Repubblica di Lanusei, Domenico Fiordalisi, ha emesso un decreto di sequestro probatorio, per sei mesi, di 11 radar fissi più uno mobile all'interno del Poligono di Perdasdefogu-Salto di Quirra. Il provvedimento apre un nuovo filone nelle indagini avviate da mesi dal magistrato sulla possibile correlazione fra le attività svolte nella base e le morti di pastori, personale militare e le malformazioni di animali allevati nei pressi del poligono.

Quirra, una nuova indagine: sotto sequestro dodici radar
La decisione è scattata dopo le denunce di alcuni familiari di persone decedute dopo essersi ammalate e che hanno vissuto nei pressi degli impianti radar. Nei giorni scorsi durante alcuni accertamenti un ispettore di Polizia avrebbe appurato che era stata ridotta la potenza delle emissioni elettromagnetiche. Il decreto della Procura prevede anche ispezioni a strumenti legati ai radar. Fiordalisi ha quindi dato incarico al prof. Fiorenzo Marinelli, ricercatore del Cnr di Bologna, perché valuti la nocività delle onde emesse dagli impianti radar nel poligono sardo.
fonte:L'Unione Sarda
Aggiornamenti
"A seguito della notizia diramata della agenzie di stampa dell’avvenuto sequestro probatorio per sei mesi di una dozzina di postazioni radar militari fisse e di una mobile nel poligono sperimentale interforze del Salto di Quirra il deputato radicale Maurizio Turco, cofondatore del Partito per la tutela dei diritti di militari e forze di polizia (Pdm), ha depositato oggi una interrogazione al Ministro della difesa per chiedere chi e per quale motivo abbia ordinato ai militari di abbassare la potenza dei radar durante i controlli tecnici effettuati per rilevare il livello di emissione di onde elettromagnetiche e se non ritenga di dover riferire la Parlamento sulla situazione dei poligoni sardi e in particolare se l’attività di alterazione delle misurazioni in premessa sia connessa e conseguente alla emanazione del documento con cui lo Stato Maggiore della Difesa ha impartito le disposizioni relative al linguaggio della comunicazione che i militari devono adottare nei confronti dei media e richiamato nell’interrogazione n. 4-12303 o se essa non rappresenti una attività di depistaggio delle indagini della Procura."
fonte: Partito per la tutela dei Diritti di Militari e Forze di polizia (Pdm).
 

Quirra, spunta un nuovo mistero: mucca muore e scompare nel nulla

Una vittoria che viene da lontano


2-Riflessioni post elezioni e referendum

Tutto è cominciato poco più di un anno fa, quando la raccolta delle sottoscrizioni per i referendum sull'acqua come bene comune s'impennò fino a raggiungere il picco di un milione e quattrocentomila firme, record nella storia referendaria. Pochi si accorsero di quel che stava accadendo. Molti liquidarono quel fatto come una bizzarria di qualche professore e di uno di quei gruppi di "agitatori" che periodicamente compaiono sulla scena pubblica. O lo considerarono come un inciampo, un fastidio di cui bisognava liberarsi. Basta dare un'occhiata ai giornali di quei mesi.

E invece stava succedendo qualcosa di nuovo. Il travolgente successo nella raccolta delle firme era certamente il frutto di un lavoro da tempo cominciato da alcuni gruppi. In quel momento, però, incontrava una società che cambiava nel profondo, dove l'antipolitica cominciava a rovesciarsi in una rinnovata attenzione per la politica, per un'altra politica.

Ai referendum sull'acqua si affiancarono quelli sul nucleare e sul legittimo impedimento. Nasceva così un'altra agenda politica, alla quale, di nuovo, non veniva riservata l'attenzione necessaria. Mentre i referendari lavoravano per blindare giuridicamente i quesiti e farli dichiarare ammissibili dalla Corte costituzionale, le dinamiche sociali trovavano le loro strade, anzi le loro piazze. Si, le piazze, perché tra l'autunno e l'inverno questi sono stati i luoghi dove i cittadini hanno ritrovato la loro voce e la loro presenza collettiva.

Le donne, le ragazze e i ragazzi, i precari, i lavoratori, il mondo della scuola e della cultura hanno creato una lunga catena che univa luoghi diversi, che si distendeva nel tempo, che faceva crescere consenso sociale intorno a temi veri, nei quali si riconosceva un numero sempre maggiore di persone — il lavoro, la conoscenza, i beni comuni, i diritti fondamentali, la dignità di tutti, il rifiuto del mondo ridotto a merce.

Le piazze italiane prima di quelle che simboleggiano il cambiamento nel nord dell'Africa? Le reti sociali, Facebook e Twitter come motori delle mobilitazioni anche in Italia?
Proprio questo è avvenuto, segno evidente di un rinnovamento dei modi della politica che non può essere inteso con le categorie tradizionali, che sfida le oligarchie, che rende inservibile la discussione da talk show televisivo.

Forse è frettoloso parlare di un nuovo soggetto politico per una realtà frastagliata e mobile. Ma siamo sicuramente al di là di quei "ceti medi riflessivi" che segnarono un'altra stagione della società civile. Di fronte a noi sta un movimento che si dirama in tutta la società, prensile, capace di costruire una agenda politica e di imporla. Mentre tutto questo avveniva, le incomprensioni rimanevano tenaci. Patetici ci appaiono oggi i virtuosi appelli contro il "movimentiamo", provenienti anche da persone e ambienti dell'opposizione, che oggi dovrebbe riflettere seriamente sulla realtà rivelata dalle elezioni amministrative e dai referendum invece di insistere nella ricerca di categorie astratte — il centro, i moderati.

E se la maggioranza vuol cercare le radici della sua sconfitta, deve cercarle proprio nell'incapacità totale d'intendere il cambiamento, con un Presidente del consiglio che ci parlava di piazze piene di fannulloni, una ministra dell'Istruzione che non ha incontrato neppure uno studente, una maggioranza che pensava di domare il nuovo con la prepotente disinformazione del sistema televisivo.

Guardiamo alle novità, allora, e alle prospettive e ai problemi che abbiamo di fronte. Il voto di domenica e lunedì ha restituito agli italiani un istituto fondamentale della democrazia — il referendum, appunto. Ma ci dice anche che bisogna eliminare due anomalie che continuano a inquinarne il funzionamento. E indispensabile riscrivere la demagogica legge sul voto degli italiani all'estero, fonte di distorsioni, se non di vere e proprie manipolazione. E indispensabile ridurre almeno il quorum per la validità dei referendum.
Pensato come strumento per evitare che l'abrogazione delle leggi finisse nelle mani di minoranze non rappresentative, il quorum ha finito con il divenire il mezzo attraverso il quale si cerca di utilizzare l'astensione per negare il diritto dei cittadini di agire come "legislatore negativo".

Si svilisce così anche la virtù del referendum come promotore di discussione democratica su grandi questioni di interesse comune. Ma il punto cruciale è rappresentato dal fatto che ai cittadini è stato chiesto di esprimersi su temi veri, che liberano la politica dallo sguardo corto, dal brevissimo periodo, e la obbligano finalmente a fare i conti con il futuro, con una idea di società, con il rinnovamento delle stesse categorie culturali. Un'altra agenda politica, dunque, che dà evidenza all'importanza dei principi, al rapporto nuovo e diverso tra le persone e il mondo che le circonda, all'uso dei beni necessari a garantire i diritti fondamentali di ognuno.

La regressione culturale sembra arrestata, il risultati delle amministrative e dei referendum ci dicono che un'altra cultura politica è possibile.
Il voto sul nucleare non ipoteca negativamente il futuro dell'Italia. Al contrario, impone finalmente una seria discussione sul piano energetico, fino a ieri elusa proprio attraverso la cortina fumogena del ritorno alla costruzione di centrali nucleari.
Il voto sul legittimo impedimento ci parla di legalità edi eguaglianza, esattamente il contrario della pratica politica di questi anni, fondata sul privilegio e il rifiuto delle regole.
Il voto sull'acqua porta anche in Italia un tema che percorre l'intero mondo, quello dei beni comuni, e così parla di un'altra idea di "pubblico".
Proprio intorno a quest'ultimo referendum si è registrato il massimo di disinformazione e di malafede. Si è ignorato quel che da decenni la cultura giuridica e quella economica mettono in evidenza, e cioè che la qualificazione di un bene come pubblico o privato non dipende dall'etichetta che gli viene appiccicata, ma da chi esercita il vero potere di gestione. Si sono imbrogliate le carte per quanto riguarda la gestione economica del bene, identificandola con il profitto. Si sono ignorate le dinamiche del controllo diffuso, garanzia contro pratiche clientelari, che possono essere sventate proprio dalla presenza dei nuovi soggetti collettivi emersi in questa fase.

Quell'agenda politica deve ora essere attuata ed integrata. E tempo di mettere mano ad una radicale riforma dei beni pubblici, per la quale già esistono in Parlamento proposte di legge. E bisogna guardare ad altre piazze. Quelle che affrontano il tema del lavoro partendo dal reddito universale di base. Quelle che ricordano che le persone omosessuali attendono almeno il riconoscimento delle loro unioni un diritto fondamentale affermato nel 2009 dalla Corte costituzionale e che un Parlamento distratto e inadempiente non ha ancora tradotto in legge, com'è suo dovere.

La fuga dai referendum non è riuscita. Guai se, dopo un risultato così straordinario, qualcuno pensasse ad una fuga dai compiti e dalle responsabilità che milioni di elettori hanno indicato con assoluta chiarezza.

di Stefano Rodotà

mercoledì 15 giugno 2011

L'irruzione del futuro

Analisi e riflessioni post elezioniFORSE, dopo la perdita di Milano e Napoli, la sconfitta al referendum è la più avvilente nella storia di Berlusconi. Si era messo in testa che ignorandolo l'avrebbe ucciso, l'aveva definito "inutile", e il giorno del voto se n'era andato pure al mare, esemplarmente. Niente da fare: il quorum raggiunto e i quattro sì che trionfano non sono solo un colpo inferto alla guida del governo.

È una filosofia politica a franare, come la terra che d'improvviso si stacca dalla montagna e scivola. È un castello di parole, di chimere coltivate con perizia per anni. "Meno male che Silvio c'è", cantavano gli spot che il premier proiettava, squisita primizia, nei festini. Gli italiani non ci credono più, il mito sbrocca: sembra l'epilogo atroce dell'Invenzione di Morel, la realtà-non realtà di Bioy Casares. Per il berlusconismo, è qualcosa come un disastro climatico.

Tante cose precipitano, nel Paese che credeva di conoscere e che invece era un suo gioco di ombre: l'idea del popolo sovrano che unge la corona, e ungendola la sottrae alla legge. L'idea che il cittadino sia solo un consumatore, che ogni tanto sceglie i governi e poi per anni se ne sta muto davanti alla scatola tonta della tv. L'idea che non esistano beni pubblici ma solo privati: il calore dell'aria, l'acqua da bere, la legge uguale per tutti, la politica stessa. L'idea, più fondamentale ancora, che perfino il tempo appartenga al capo, e che un intero Paese sia schiavo 
del presente senza pensare - seriamente, drammaticamente - al futuro. Più che idee, erano assiomi: verità astratte, non messe alla prova. Non avendo ottenuto prove, il popolo è uscito dai dogmi. Lo ha fatto da solo, senza molto leggere i giornali, gettando le proprie rabbie in rete. È una lezione per i politici, i partiti, i giornali, la tv. La fiamma del voto riduce una classe dirigente a mucchietto di cenere.

Pochi hanno visto quello che accadeva: il futuro che d'un tratto irrompe, la stoffa di cui è fatto il tempo lungo che gli italiani hanno cominciato a valutare. Erano abituati, gli elettori, a non votare più ai referendum. Questa volta sono accorsi in massa: a tal punto si sentono inascoltati, mal rappresentati, mal filmati. Nessuna canzoncina incantatrice li ha immobilizzati al punto di spegnerli. Berlusconi lo presentiva forse, dopo Milano e Napoli, ma come un automa è caduto nella trappola in cui cadde Craxi nel 1991 - andare al mare mentre si vota è un rozzo remake - e con le sue mani ha certificato la propria insignificanza. Impreparato, è stato sordo all'immenso interrogativo che gli elettori di domenica gli rivolgevano: se la sovranità del popolo è così cruciale come proclama da anni, se addirittura prevale sulla legge, la Costituzione, come mai il Cavaliere ha mostrato di temere tanto il referendum? Come spiegare la dismisura della contraddizione, che oggi lo punisce?

Il popolo incensato da Berlusconi, usato come scudo per proteggere i suoi interessi di manager privato, non è quello che si è espresso nelle urne. È quello, immaginario, che lui si proiettava sui suoi schermi casalinghi: un popolo divoratore di show, ammaliato dal successo del leader. Chi ha visto Videocracy ricorderà la radice oscena della seduzione, e le parole di Fabrizio Corona: "Io sono Robin Hood. Solo che tolgo ai ricchi, e dò a me stesso". Nel popolo azzurro la libertà è regina, ma è tutta al negativo: non è padronanza di sé ma libertà da ogni interferenza, ogni contropotere. Ha come fondamento la disumanizzazione di chiunque si opponga, di chiunque incarni un contropotere. Di volta in volta sono "antropologicamente diversi" i magistrati, i giornalisti indipendenti, la Consulta, il Quirinale. Ora è antropologicamente diverso anche il popolo elettore, a meno di non disfarsi di lui come Brecht consigliò al potere senza più consensi. Era un Golem, il popolo - idolo d'argilla che il demiurgo esibiva come proprio manufatto - e il Golem osa vivere di vita propria. Il premier lo aveva messo davanti allo sfarfallio di teleschermi che le nuove generazioni guardano appena, perché la scatola tonta ti connette col nulla. E quando ti connette con qualcuno - Santoro, Fazio, Saviano - ecco che questo qualcuno vien chiamato "micidiale" e fatto fuori.

Il popolo magari si ricrederà, ma per il momento ha abolito il Truman Show. Ha deciso di occuparsi lui dei beni pubblici, visto che il governo non ne ha cura. Non sa che farsene del partito dell'amore, perché nella crisi che traversa non chiede amore ai politici ma rispetto, non chiede miraggi ottimisti ma verità. Accampa diritti, ma non si limita a questo. Pensare il bene pubblico in tempi di precarietà e disoccupazione vuol dire scoprire il dovere, la responsabilità. Celentano lunedì sera ha detto che siamo disposti perfino ad avere un po' più freddo, in attesa di energie alternative al nucleare. Per questo si sfalda il dispositivo centrale del berlusconismo: la libertà da ogni vincolo è distruttiva per l'insieme della comunità. Era ammaliante, ma lo si è visto: perché simile libertà cresca, è indispensabile che il popolo sia tenuto ai margini della res publica.
Specialmente nei referendum, dove si vota non per i partiti ma per le politiche che essi faranno, il popolo prende in mano i tempi lunghi cui il governo non pensa, e gli rivolge la domanda cruciale: è al servizio del futuro, un presidente del Consiglio che ha paura dell'informazione indipendente, che ha paura di dover rispondere in tribunale, che elude la crisi iniziata nel 2007, che non medita la catastrofe di Fukushima e considera il no al nucleare un'effimera emozione? Pensa al domani o piuttosto a se stesso, chi sprezza la legalità pur di favorire piccole oligarchie, il cui interesse per le generazioni a venire è nullo? Ai referendum come nelle amministrative il tempo è tornato a essere lungo. Non a caso tanti dicono: si ricomincia a respirare.

La crisi ha insegnato anche questo: non è vero che il privato sia meglio del pubblico, che il mercato coi suoi spiriti animali s'aggiusti da sé, che la politica privatizzata sia la via. I privati non sono in grado di costruire strade, ferrovie, energia pulita per i nipoti. Vogliono profitti subito e a basso costo, senza badare alla qualità e alla durata. Berlusconi si presentò come il Nuovo ed era invece custode di un disordine naufragato nel 2007. Non era Roosevelt o Eisenhower, non ha edificato infrastrutture per le generazioni che verranno.

Ogni persona, dice Deleuze, è un "piccolo pacchetto di potere", e l'etica la costruisce su tale potere. Berlusconi pensava - forse pensa ancora - che questo potere fosse suo: che non fosse così diffuso in pacchetti. Pensava che il cittadino non avesse bisogno di verità; che il coraggio te lo dai nascondendola. Pensava (pensa) che il coraggio consista nel ridurre le tasse, e chi se ne importa se l'Italia precipita come la Grecia o se pagheranno i nipoti. Pensava che, bocciato il legittimo impedimento, puoi farti una prescrizione breve, come se il popolo non avesse proscritto ogni legge ad personam. Il Cavaliere ha eredi nel Pdl. Ma all'eredità come bene consegnato al futuro non ha mai badato, convinto che la crisi sia come la morte (e lui come la vita) per Epicuro: "Finché Silvio c'è, la crisi non esiste. Quando la crisi arriva, Silvio non c'è". Tanti ne sono convinti, e lo incitano a "tornare allo spirito del '94": dunque a mentire sulle tasse, di nuovo.

Chi lo incita sa quello che dice? Ha un'idea di quel che è successo fra il 1994 e il 2011? Rifare il '94 non è da servi liberi, ma da gente che ignora il mondo e ne inventa di falsi. Se fossero liberi e coraggiosi non sarebbero stupidi al punto di consigliare follie. Se insistono, vuol dire che sono servi soltanto. La loro retorica è così smisurata che neppure capiscono la nemesi, che s'è abbattuta sul loro padrone.

di Barbara Spinelli

venerdì 10 giugno 2011

Poligoni sardi, distribuito ai militari manuale per “parlare con i media”

Ecco il manuale di controinformazione dello Stato Maggiore per rendere credibili le istituzioni
Altro che trasparenza, sembra il copione di una piece del teatro dell'assurdo.

L’importante è controinformare: non fa nulla se un cittadino muore o un soldato si ammala. Per agevolare il lavoro di disinformazione, il ministero della Difesa ha inviato nelle caserme interessate un piano di “norme e di linguaggio” per i militari che operano nei poligoni di tiro della Sardegna.

Il “Piano di Comunicazione”, predisposto dallo Stato Maggiore è un vademecum, una sorta di bignamino delle veline che gli interessati devono attivare quando i media tentano di indagare sulle attività addestrative e di sperimentazione svolte dalle forze armate italiane e straniere presso i poligoni di Capo Frasca, Capo Teulada e Salto di Quirra “con particolare riferimento alle problematiche connesse alla tutela dell’ambiente e della salute”.


Gli argomenti posti al bando sono scottanti: in particolare il documento suggerisce di non dare troppi chiarimenti sull’uso di uranio impoverito e sugli effetti delle “nano particelle”. Inoltre, consiglia di non dare spiegazioni sul nesso di causalità esistente tra le sostanze 'sparate' nel poligono e le malattie genetiche e le leucemie riscontrate tra le popolazioni locali e nel personale militare.

Sempre secondo il prontuario, non devono essere enfatizzati i casi di malattia riscontrati fra il bestiame della zona. E ancora, si deve evitare come la peste di parlare dell’inquinamento “elettromagnetico generato dai radar per la guida dei missili e per il controllo delle attività dei poligoni”. Top secret anche le indagini ambientali svolte su input della Difesa.

 

Ai militari è stato inoltre imposto il compito di non dare risalto alla ”indagine anamnestica svolta” nell’area di Quirra dai veterinari dell’ Asl di Cagliari Giorgio Melis e Sandro Lorrai.

Secchiate d'acqua devono essere versate sull'indagine ordinata dalla Procura della Repubblica di Lanusei: secondo lo Stato Maggiore, "potrebbe minare la credibilità dell’istituzione militare” e la “corretta percezione dell’opinione pubblica” sulla veridicità dell’indagine ambientale promossa dal ministero della Difesa nel 2008 per fare “piena chiarezza sulla situazione”.

In definitiva, si è chiesto ai militari di innalzare
una cortina di ferro per salvaguardare la “fattibilità delle attività addestramento e di sperimentazione condotte all’interno del Poligono, per fini istituzionali, da parte degli operatori industriali di ricerca e sperimentazione”.

Le parole d'ordine: "Minimizzare e neutralizzare gli effetti di una comunicazione non supportata da dati oggettivi”; ridurre ai minimi termini “il danno d’immagine” per l’amministrazione e per l’esercito; difendere “il valore delle risultanze delle indagini ambientali” commissionate dalla Difesa.

Per ottenere questi risultati la circolare consiglia di “definire una strategia di comunicazione unitaria” e di designare “figure di riferimento nell’ambito della difesa” e di affiancarli di volta in volta esperti in materia di sanità, armamenti e balistica in gradi di “supportare, confutare, a livello scientifico le tesi riportate dagli organi di stampa”.
Il quadro è agghiacciante: perché non si tiene conto, in alcun modo, della salute degli abitanti, né di quella dei militari.

Ogni comandante, ogni ufficio stampa dell’Esercito deve utilizzare “messaggi chiave”. Qualche ritaglio: “Il ministero della Difesa ha a cuore il benessere del proprio personale e dei civili”; la Difesa ha sempre garantito “indagini ambientali serie, approfondite, trasparenti”; il ministero della Difesa garantisce “grande attenzione alle norme ambientali”; le forze armate “non hanno mai usato o stoccato uranio impoverito al poligono”.

Uno dei piatti forti delle “
norme di linguaggio” imposte dalla Difesa è il comunicato stampa del 27 febbraio 2011 che ha per oggetto le indagini di Lanusei: “In merito a quanto apparso sugli organi di stampa ... è opportuno e doveroso” che i militari sostengano la tesi secondo la quale “tra il materiale finora rinvenuto nel corso delle ispezioni disposte dal magistrato inquirente non figura alcun munizionamento all’uranio impoverito. Si tratta bensì di componenti elettronici per usi industriali (civili e militari) ”.

La mission ha avuto successo: tutti i mass media che si sono occupati delle indagini di Lanusei hanno riportato tutti le stesse parole. Lo Stato Maggiore ha così centrato il suo obiettivo di “ridurre il livello di apprensione ingeneratesi nella collettività … minimizzare/neutralizzare i danni d’immagine per l’Amministrazione della Difesa e le F.A. da notizie non supportate da dati oggettivi”.
Il tutto per la tutela d’informazioni di “carattere classificato”. “Disinformatia”. I pastori hanno lasciato i pascoli di Quirra.

fonte Tiscali notizie

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Nessuna proroga per lo sgombero degli allevamenti dal Poligono di Perdasdefogu-Salto di Quirra. Il Tribunale di Lanusei ha dato il via alle operazioni. Dura la reazione di Coldiretti.
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Rapporto annuale sulla violazione dei diritti sul lavoro

Morti e violenze. E' questo il drammatico bilancio

L’analisi annuale del Sindacato Internazionale (ITUC) traccia un quadro sulla condizione di milioni di persone. La repressione più forte in America Latina. In Colombia il primato degli omicidi. Situazioni drammatiche anche in Bangladesh, Pakistan, Filippine, Uganda e Swaziland.
Noam Chomsk: è in atto un’opera di desindacalizzazione, flessibilizzazione e deregolamentazione nei paesi poveri, ma anche industrializzati

È un vero e proprio bollettino di guerra il rapporto annuale del sindacato internazionale ITUC  sulle violazioni dei diritti del lavoro: nel 2010 sono stati uccisi 90 sindacalisti, almeno 2.500 sono stati arrestati e almeno 5 mila “semplicemente” licenziati.
“In tutto il mondo ci sono lavoratori e cittadini che tentano di rivendicare i diritti elementari a un lavoro dignitoso e a una vita dignitosa, ma in molti paesi queste persone trovano solo violenza e repressione da parte dei governi e delle imprese, fino ai casi estremi degli omicidi”, commenta la segretaria generale Sharan Burrow.

Sindacalisti sotto tiro. La repressione più forte continua a essere registrata in America Latina, dove la Colombia detiene il primato degli omicidi, con 49 casi. Dieci morti anche in Guatemala e altri in Brasile, a El Salvador, in Honduras. L’altra metà è distribuita tra Bangladesh, Pakistan e Filippine, in Asia, e Swaziland e Uganda in Africa. Importante anche il caso dell’Iran, dove il rappresentante degli insegnanti è stato impiccato dopo un processo sommario, nonostante le proteste popolari e le pressioni internazionali. L’unica nota positiva riguardo all’Iran è il rilascio – solo qualche giorno fa – di Mansoor Onsanloo, in carcere da cinque anni per avere avviato uno sciopero dei trasporti a Teheran. Le minacce di morte e le intimidazioni sono molto diffuse anche in altri paesi: dalle dittature evidenti, come la Bielorussia, lo Zimbabwe e la Birmania, alle democrazie apparenti, come la Russia, il Messico e la Nigeria. I due diritti fondamentali del lavoro, ovvero la libertà sindacale e la contrattazione collettiva, sono ancora molto limitati per legge nei paesi emergenti come la Cina o in quelli più ricchi, nell’area mediorientale e del Golfo.
L’attacco globale al lavoro. Un mese fa, a margine della festa del primo maggio, Noam Chomsky aveva scritto che ci troviamo di fronte a un “attacco internazionale al lavoro”. Secondo il linguista americano è in atto un’opera di desindacalizzazione, flessibilizzazione e deregolamentazione mirata a creare insicurezza e condizioni di vita precaria, non solo nei paesi in via di sviluppo ed emergenti, ma anche nei paesi industrializzati. Il rapporto del sindacato internazionale sembra confermare questa teoria. A tre anni dalla crisi finanziaria ed economica che ha creato oltre 30 milioni di disoccupati, sembra esserci stata un’ulteriore erosione dei diritti del lavoro nell’ultimo anno. Secondo l’ITUC, infatti, “ai grandi poteri finanziari ed economici è stato permesso di dominare le politiche dei governi mentre disoccupazione, povertà e insicurezza sociale continuano a crescere”.
Più colpiti i migranti, le donne e i giovani. Ci sono alcune tendenze globali precise che la ricerca mette in evidenza: la scelta di molti governi di ignorare le norme fondamentali a tutela del lavoro; la mancanza di sostegno finanziario alle ispezioni e agli strumenti di tutela sociale; la mancanza di diritti e l’abuso sui lavoratori immigrati, in modo particolare nei paesi del Golfo Persico; lo sfruttamento della forza lavoro, prevalentemente femminile, nelle zone franche per l’esportazione. Senza parlare della crescente disoccupazione giovanile, non contrastata da politiche adeguate né da ammortizzatori sociali, ma solo da azioni repressive che ovunque scatenano ulteriori rivolte, come bene dimostrano i fatti del Nord Africa e del Medio Oriente. Il sindacato dedica una parte del rapporto al mondo arabo, denunciando la brutalità con cui i governi hanno risposto alla domanda di giustizia sociale e di democrazia, dall’Egitto alla Tunisia, al Bahrain.
I diritti e lo sviluppo. D’altra parte, per decenni molti governi e alcune istituzioni economiche internazionali hanno scelto di perseguire politiche liberiste con forti accenti antisindacali, nella convinzione che una solida regolamentazione del mercato del lavoro e l’attività dei sindacati indipendenti fosse un ostacolo allo sviluppo e una minaccia alla crescita. Al contrario, secondo le norme internazionali del lavoro, la libertà di associazione e la contrattazione collettiva sono fattori determinanti per uno sviluppo che si possa definire socialmente sostenibile. È soprattutto attraverso la contrattazione che si interviene sui redditi, si legano i salari alla crescita di produttività, si estendono le tutele sociali. Tutto questo serve ad alimentare la domanda interna, il consumo, e perciò favorisce l’economia nel suo complesso. Ma soprattutto favorisce la redistribuzione della ricchezza, unico vero modo di assicurare la stabilità politica e la coesione sociale.
fonte Solleviamoci’s Weblog