quarto stato

sabato 17 dicembre 2011

L'ultima giravolta del partito senza memoria

Nel dibattito parlamentare sulla manovra è andata in scena una recita a soggetto che per molti mesi ancora accompagnerà la destra. Alla decadenza del confronto pubblico non sembra esserci più argine. Mentre il Paese si sta giocando la sopravvivenza, a destra si dividono i ruoli in commedia. Da una parte c’è chi cerca di smarcarsi da un governo votato ma poco gradito. E dall’altra chi assume i toni agitatori e annuncia una chiamata alle armi per una battaglia all’ultimo sangue.

La Lega è la più triviale manifestazione di quella sfacciata politica che, diceva Machiavelli, ha una doppia anima, una in piazza e una in palazzo. Dopo aver occupato così a lungo il potere, ed essersi anche distinta per la solerzia nell’attacco ai diritti sindacali (l’imposizione dell’arbitrato nelle controversie di lavoro venne schivato dal Colle che negò la firma), ora il Carroccio scopre una improbabile anima proletaria. È ridicolo passare dalle auto blu, dai fastosi consigli di amministrazione e dalle allegre cene di Arcore ai proclami insurrezionali redatti in nome degli umiliati e offesi.

Con la insulsa sceneggiata di vestirsi in aula con gli abiti operai, le satolle truppe di Bossi cercano di far dimenticare (troppo in fretta!) la loro responsabilità storica per la crisi e la decapitazione del diritto del lavoro. Il famigerato articolo 8 contenuto nella manovra estiva era stato difeso con le unghie anche dalle camicie verdi. Pure nelle occasioni più cupe, la Lega ha fatto da sentinella alle volontà di rottura di ogni coesione sociale sprigionata da Sacconi.

Per una mai dissimulata ingordigia di potere, la Lega ha calato le braghe sulla vicenda Milanese e ha scritto in atti parlamentari che Ruby era la nipote di Mubarak. Proprio il partito del ministro degli Interni ha poi protetto i sodali di maggioranza accusati di collusione con la mafia e la camorra. Sono stati anni fallimentari che hanno devastato l’economia e decurtato i fondi per i servizi locali (alla faccia del federalismo fiscale). Invece della sofferta meditazione sulle malefatte, il Carroccio preferisce dare fuoco alle polveri e coprire le sue colpe epocali sotto il fumo compiacente che tutto oscura.

Uno spirito di rivolta agita anche il Cavaliere ritornato parlante pur di ottenere il rapido oblio sulle responsabilità che hanno provocato il disastro. Il suo piano è di una semplicità infantile. Se le cose, come si augura, non daranno segnali di ripresa, il discredito ricadrà soprattutto sulle vecchie forze d’opposizione contagiate dal governo tecnico. E il Cavaliere potrà risorgere dalle ceneri una volta ancora come il nuovo che avanza dopo i salassi amari delle tasse volute dai truci poteri forti.

L’antipolitica è l’eterna sua carta. Al populismo contro il tecnogoverno cavalcato con impeto da Ferrara si aggiunge ora il rusticano anticapitalismo di Di Pietro. Per il miraggio di avere qualche pugno di voti in più, il partito neoideologico e veteropersonale dell’ex magistrato manda in aria ogni prospettiva coalizionale. Si apre un ciclo insidioso di insana demagogia. La ossessiva campagna antipolitica che il giovedì va in onda a reti unificate, e ogni giorno conquista i titoli conformistici della grande stampa d’opinione, sono una gradita boccata d’ossigeno per il Cavaliere e per chiunque coltivi il progetto di una uscita da destra dalla crisi di sistema.

Colpire le cariche più prestigiose e minare i partiti rientra nel disegno di chi rispolvera persino il caldo concetto novecentesco (ed eversivo) di stato di eccezione per dipingere il ruolo del capo dello Stato, reo di aver sospeso la legalità costituzionale e sospinto le istituzioni in una bellica terra di nessuno priva di garanzie legali e senza più custodi! Berlusconi si è detto già pronto a rivendicare il potere supremo di dare ordini dopo il tempo inutile del «disperato Monti».

L’antipolitica che ha arruolato tanti interpreti cerca ora di saldare il grave disagio sociale con la auspicata crisi dei partiti più sensibili ai richiami del bene pubblico. Lo scenario di una contrazione della democrazia in tempi di recessione non è da fantapolitica. L’antipolitica si arresta solo con partiti dalle radici sociali solide. La sinistra ha modificato su molti punti la manovra, correggendone palesi distorsioni e clamorose omissioni. La battaglia però continua.

Dalla crisi non si esce certo con la mistica del rigore. Servono le grandi idee della sinistra: crescita, dignità del lavoro, lotta alle ineguaglianze, sostegno alla domanda e quindi al reddito, politiche pubbliche, ricostruzione su base europea di un controllo politico del ciclo economico, della moneta e dei flussi finanziari. Anche nell’emergenza, le differenze con la destra restano abissali e solo le idee della sinistra possono battere la crisi.
di M.Prospero www.unità.it

domenica 13 novembre 2011

Ci meritiamo un futuro e una vita degni di questo nome


Si volta pagina. Una dolorosa stagione politica si è finalmente conclusa. Un'epoca durata troppo a lungo, dalla quale il Paese, i giovani, i lavoratori, le famiglie, noi tutti veniamo fuori con le ossa rotte e certamente più impoveriti: eticamente, socialmente ed economicamente.

Il compito ora è quello di ricostruire l'Italia.
Ogni cittadino amante della libertà, della giustizia,della democrazia è chiamato a dare il proprio contributo, ad esigere una parola densa di verità, ad esigere diritti, solidarietà ed equità sociale. Principi irrinunciabili che, archiviato il sig. B.,, vorremmo fossero i criteri ispiratori e fondanti del nascente'esecutivo.O meglio, la caratterizzazione principale del nuovo esecutivo e, cioè, una netta discontinuità rispetto il passato.

L'Italia ha bisogno di uscire dalla difficile situazione in cui le destre, italiana ed europea, hanno affossato il destino di milioni di uomini e donne del vecchio continente. Che a pagare siano finalmente coloro che hanno speculato. Gli intoccabili, quel 10% della popolazione detentore del 60% della ricchezza, di patrimoni accumulati sulla pelle dei ceti produttivi, dei precari, dei pensionati. Solo così possono essere tollerati provvedimenti che chiedono ulteriori sacrifici a quei ceti sociali (i soliti noti) sui cui si regge la fiscalità generale..

Per questo chiunque sarà designato a governare lo faccia rimettendosi in sintonia con l'insieme del Paese, affinchè
il progetto e le conseguenti decisioni legislative siano l'esito dell'ascolto, la sintesi che approccia e risolve i problemi veri delle masse popolari, contribuendo così a riconquistare quella dignità e credibilità perduta dalla politica.

E' bene ribadirlo: nessuno di noi, nonostante la gravità della situazione, concederà assegni in bianco e deleghe ad alcun demiurgo o presunto tale. Nessuno permetterà ad altri di poter più decidere sulla propria testa. Abbiamo già dato e.. patito!.

La rinascita dovrà per davvero segnare una svolta, essere un grande sommovimento in grado di suscitare consenso e speranza. Lo spartiacque dal quale ripartire dopo la lunga notte populista e plebiscitaria, dopo l'abbrutente ubriacatura mediatica, dopo gli intollerabili particolarismi e privilegi, dopo i tormentoni delle leggi ad personam. Cioè l'inizio del cambiamento.

Da cittadini consapevoli e coscienti saremo il cane da guardia che vigilerà su ogni legge, su ogni singolo provvedimento, su ciascun atto. Determinati a ricostruire il nostro personale e comune destino, con in cuore e nella mente i valori costituzionali e i diritti conquistati in anni di dure lotte, a partire, in primo luogo, dal diritto al lavoro, dalla cultura del lavoro e della legalità.

Aver cacciato via l'uomo di Arcore - è bene sottolinearlo - non significa la soluzione dei problemi. Ci aspetta un lavoro lungo e difficile, un cammino irto di insidie, non privo di tortuosità e non esente da possibili lacerazioni. Ma se la posta in gioco è la rinascita dell'Italia, questa fase di transizione dovrà essere per ognuno la riscoperta di un diverso e nuovo agire, di un diverso e nuovo orizzonte umano e culturale in grado di non smarrire solidarietà, civismo, quel bagaglio di valori che esaltano l'unità di tutte le forze sane e sinceramente democratiche.

Da qui ripartiamo. Da questa giornata da molti evocata come un nuovo 25 Aprile, perché ci meritiamo un futuro e una vita degni di questo nome. Da queste pagine un in bocca al lupo collettivo...

A presto

Vladimir

sabato 5 novembre 2011

Politica e transizione

Giorni addietro è apparsa sul Corsera un articolo/riflessione di Casini, leader dell'Udc, a proposito della transizione post-berlusconiana della politica italiana.
Mi sembra utile riproporre qui la risposta apparsa su L'Unità a firma Michele Prospero. Come al solito lascio a voi srotolare il filo della discussione..

Un saluto

Vladimir



Da Berlinguer a Casini, perché in
Italia il 51 per cento non basta mai

Con l’intervista apparsa sul Corriere del 4-11-11, il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini rilancia una antica questione, quella della impossibilità di governare una democrazia difficile con solo il 51 per cento dei voti. Fu Berlinguer, ormai quarant’anni fa, a gettare un’ombra di pessimismo sulla possibilità di far convivere una idea di transizione verso una società diversa con il principio di maggioranze numericamente risicate.

Quella soglia simbolica del 51 per cento, per il Pci, evocava una deteriore pratica dell’alternanza che era consueta in altri sistemi politici europei e però non appariva del tutto congeniale al progetto comunista di costruire una società altra. La parola stessa di alternanza rinviava per Berlinguer a una sterile competizione tra forze sempre più omologate inserite in un gioco di compatibilità destinato a perpetuarsi in eterno senza mai intaccare davvero gli assetti sociali esistenti. Non è certo in questo senso che ora Casini torna a riflettere sui limiti politici del 51 per cento. Nella sua analisi riaffiora una grande preoccupazione sulla persistente anomalia italiana. In Europa non solo si governa con il 51 per cento, ma costituisce un fatto del tutto fisiologico anche il ricorso a governi di minoranza. Lo stesso governo di Kohl, che ha gestito una fase storica convulsa come quella della riunificazione tedesca, contava su un solo voto di scarto. Persino in Paesi che oggi versano in gravi condizioni di emergenza (Spagna, Portogallo, Grecia) non solo non compaiono supplenze di prestigiosi organi istituzionali (che fortunatamente sono intervenuti in Italia per scongiurare vuoti drammatici di potere e per arrestare quindi una paurosa slavina) ma gli assetti bipolari e il gioco dell’alternanza non sono intaccati nella loro consueta oscillazione.

Il fatto è che nella vecchia Europa si riscontra un bipolarismo organico, cioè radicato profondamente nelle culture, nei soggetti e nelle convenzioni istituzionali. In Italia s’incrocia invece un bipolarismo solo meccanico, indotto cioè da meri ingranaggi coercitivi (come gli incentivi forniti dai premi maggioritari). Nessuna delle coalizioni vincenti nella seconda repubblica peraltro ha mai ottenuto il 51 per cento dei voti. Se a questo deficit di consenso si aggiunge pure che nelle ultime regionali circa il 40 per cento degli elettori o si è astenuto o ha votato scheda bianca e nulla, si percepisce tutta la precarietà delle basi di sostegno del sistema politico. Questa difficoltà reale nel funzionamento di un regime politico minato nel suo consenso sociale in Casini si tramuta anche in una impossibilità teorica di consolidare un bipolarismo più maturo che rivendichi in pieno l’attitudine a decidere senza evocare le supplenze di forti oligarchie sempre in agguato.

Il problema centrale di oggi non è di appurare se l’evoluzione della crisi richiederà governi tecnici, di emergenza o grandi coalizioni. In fondo, questi sono dettagli che dipenderanno da fattori al momento imponderabili. Il nodo è piuttosto quello di ridefinire uno spazio della politica in un mondo che abitualmente, così fa spesso il Corriere, contrappone le esigenze tecniche del mercato competitivo ai riti stanchi della democrazia elettorale o “della spesa”, oppure insegue, sulla scia di Repubblica, un qualche condottiero con un dono carismatico. Casini, giustamente, fa piazza pulita delle aspettative miracolistiche riposte in un qualche «improvvisato salvatore» e rivendica con forza il ruolo della politica, della analisi, della scelta controversa. Questo spazio autorevole riservato alla politica in un paese ormai sotto vigilanza però richiederebbe oggi una più chiara prevalenza della prospettiva strategica rispetto alla abilità di manovra, che certo non va accantonata.

Quando Casini sostiene che dopo il voto il terzo polo dovrà «costringere il vincitore a venire a patti» si comporta da novello partito corsaro che opera ai fianchi agitando un potere di ricatto. Le convergenze di analisi (sui limiti del meccanismo elettorale, e di questo sistema artificialmente bipolare) tra Casini e Bersani sono così palesi che sorprende (perché aggrava la crisi) la riottosità a tratteggiare una comune via d’uscita dalla melma berlusconiana.

Se le considerazioni attorno all’insufficienza del 51 per cento sono senza dubbio la parte più caduca della riflessione di Berlinguer, conserva invece ancora oggi validità la parte della riflessione relativa alla preoccupazione storica per la sinistra di impedire, nelle fasi di transizione, che il centro moderato si coaguli con la destra. Quando la sinistra ha offuscato questo nucleo di verità della cultura del compromesso storico ha favorito gravi collassi istituzionali. Ma anche il campo moderato, quando si è sottratto al dialogo con la sinistra, ha accentuato il declino di una democrazia maledettamente difficile come quella italiana.
 

giovedì 3 novembre 2011

Che sta succedendo?

Sembrano vicende ineluttabili, che sfuggono a qualsiasi controllo. Invece non è così.
Parlo della crisi e dello tsunami della finanza internazionale. Sono davvero in pochi a capirci qualcosa. Se si aggiunge poi il forte deficit di rappresentatività della politica e del rapporto tra politica ed economia, la frittata è completa.
Un buco nero...

Invito, chi segue questo blog, a visionare con attenzione la puntata del 30 ottobre 2011 di
Report. Gabanelli e redazione ci aiutano, con la loro solita puntigliosità, a comprendere quanto sta accadendo.
Eccovi il link:


report.rai.it/

Spero di aver fatto cosa utile

A presto

Vladimir

mercoledì 13 luglio 2011

Immigrati: No al "carcere" per gli innocenti


Clandestinità figlia della viltà

Il principio fondante di ogni civiltà umana che pretenda di chiamarsi tale è la giustizia. I grandi pensieri etici che hanno guidato il cammino dell'umanità nel suo travagliato sforzo di riconoscersi come unica, universale ed integra hanno posto l'idea di giustizia al centro del proprio sistema di valori, sia che si trattasse di sistemi religiosi, che laici. La giustizia edifica l'uguaglianza, la giustizia porta alla pace. L'uguaglianza degli esseri umani di fronte alla giustizia è la precondizione della democrazia.

Le strutture di cui una società si dota per garantire il rispetto della giustizia, gli atti costitutivi che contengono le strutture portanti del diritto, le leggi emanate dai Parlamenti hanno il compito di garantire ad ogni persona, in quanto individuo e in quanto membro di collettività, una giustizia giusta. La peggiore delle perversioni per una società di diritto, per una collettività libera e responsabile è quella di accettare, o cosa ancora più grave di legittimare leggi ingiuste.

Una legge è tale quando corrompe i principi stessi dell'idea di giustizia. L'attuale legge sulla clandestinità voluta dal governo delle destre e in particolare dalla sua componente leghista che la rilancia in ogni circostanza con grande passione, è una legge delittuosa. Inventa una figura di reato che mira a colpire la povertà e la disperazione. Trasforma una condizione esistenziale o tutt'al più burocratica in crimine. Il reato di clandestinità è una legge criminogena che discrimina gli uomini in base alla loro sorte, alla loro fragilità e alle loro sofferenze. Come le leggi naziste di Norimberga trasforma esseri umani innocenti in criminali per il solo fatto di essere quello che sono. Non c'è una sola persona che sfugge alle guerre, che cerca di salvarsi dalla fame che voglia fare il clandestino per vocazione.

La sua è una scelta fra la vita e la morte, fra la sicurezza e la fame, fra la salvezza e la tortura, fra la libertà e l'oppressione, fra la dignità e l'umiliazione.

Ma questo governo che fonda il miserabile brandello di legittimità tecnica che ancora gli rimane sulla paura dell'altro, sulla vieta propaganda della menzogna sicuritaria, non pago di avere varato una legge illegale ed ingiusta perché viola i principi più sacri del nostro dettato costituzionale e della dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, ha scelto, con la tipica ferocia della mentalità reazionaria, di portare i tempi di reclusione dei clandestini a 18 mesi, in luoghi di detenzione denotati eufemisticamente da sigle asettiche che in realtà sono galere. Il pretesto è quello dell'identificazione, lo scopo vero è quello dell'accanimento vessatorio contro innocenti indifesi con la miope e vile speranza di scoraggiare l'immigrazione.

L'unico miserabile risultato sarà quello di procurare sofferenze, umiliazioni e violenze ad esseri umani incolpevoli, perché non c'è nessuna legge per quanto crudele che possa arrestare flussi migratori prodotti dalla ricerca di futuro e di prosperità a cui tutti abbiamo diritto. Ma il calcolo politico di questa destra cattiva, cialtrona è anche dannoso per l'equilibrio delle risorse economiche e demografiche di cui il nostro paese ha una vitale necessità.

Questo governo del nulla, privo di cultura, sputa controvento infangando la memoria dei trenta milioni di italiani che furono costretti all'emigrazione nell'arco di un secolo.

Quattro milioni di questi italiani furono clandestini, si! Clandestini!


di Moni Ovadia -Unità.it

Link

Immigrati: No al "carcere" per gli innocenti
Firma anche tu contro una legge ingiusta

Per FIRMARE L'APPELLO: CLICCA QUI 

domenica 10 luglio 2011

Quirra, la verità è sempre più vicina

E ora La Russa non può più dire che non vi sono connessioni dirette tra malattie tumorali e attività svolte nei poligoni militari, primo tra tutti il Pisq di Quirra.
Guardate il filmato e traete le vostre considerazioni. Aggiungo solo che sarebbe il momento di farla finita con le ipocrisie, gli insabbiamenti, le menzogne


rainews24.rai.it/

venerdì 1 luglio 2011

Quirra, un altro agnello deforme. Contaminazione radioattiva?

Un altro animale deforme. Un mostro nato e cresciuto nello stesso allevamento del Salto di Quirra in cui nel 2003 era nato un agnello a due teste. 

Il sospetto è che anche questo animale abbia subito alterazioni genetiche a causa di sostanze radioattive utilizzate negli anni nel poligono. Ieri gli uomini della Forestale di Lanusei hanno sequestrato l'animale, che - come i genitori - nel corso nel corso della sua esistenza ha pascolato nella zona di Ollistincu, nei pressi dell'area utilizzata per il brillamento delle munizioni e dei proiettili ormai inservibili arrivati a Quirra da tutta Italia.
fonte, L'Unione Sarda

link


Quirra, il pm ordina indagine su altre 156 morti sospette

 IMPATTO AMBIENTALE E SANITARIO DELLE BASI MILITARI IN ITALIA. IL CASO SARDEGNA:MADDALENA E QUIRRA.