Interrogazioni del capogruppo del Pd in commissione Difesa e di Giulio Calvisi
LA MADDALENA. Come una violenta
scossa di terremoto. La notizia del trasporto di un colossale carico
d'armi su traghetti passeggeri, dall'isola-bunker di Santo Stefano fino a
Civitavecchia, scuote nel profondo il mondo della politica riaprendo
antiche ferite. È la crudezza stessa della notizia ad imprimere
un'accelerazione al dibattito sulla presenza militare in Sardegna. Sul
suo ruolo, sui suoi metodi e, soprattutto, sul suo enorme peso sulla
vita dell'isola. La notizia del trasporto delle armi non può infatti non
coniugarsi con il blocco delle esercitazioni in Sardegna voluto dal
Comitato misto paritetico sulle servitù militari, dopo gli sviluppi
dell'inchiesta giudiziaria sulle attività nel Poligono del Salto di
Quirra. O con le ombre che si sono proiettate sul Teulada, dove è stata
segnalata la presenza di personale militare iraniano, interessato ai
test sugli elicotteri da combattimento Mangusta.
La reazione del capogruppo del Pd in Commissione Difesa, Gian Piero
Scanu, è molto forte: «La gravità della notizia del trasporto di un
enorme carico di armi dai depositi di Guardia del Moro alla Penisola,
utilizzando traghetti passeggeri, è grave e sconvolgente. Martedì
presenterò un'interrogazione urgente al ministro della Difesa e alla
presidenza del Consiglio dei ministri con la richiesta di una corsia
preferenziale». Dunque, Scanu chiede immediatamente chiarezza. Ma per il
senatore del Pd l'episodio riapre un ventaglio di dubbi che possono
essere affrontati in chiave politica solo su un piano più generale. Dice
infatti Scanu: «Non basta la verifica dei fatti circoscritta a questo
gravissimo episodio. Perché diventa naturale chiedersi se, quelli
utilizzati in questa circostanza, siano protocolli normali per le forze
armate. Se cioè esistono precedenti. Per questo è necessario riaprire il
confronto politico sul tema complesso della presenza militare
nell'isola, ridefinire ruoli, spazi, attività e soprattutto garanzie per
la salute e per la limitazione dei rischi». Scanu conclude chiedendosi
perché la Marina abbia deciso di liberare il deposito proprio ora: «Che
la decisione sia legata al fatto che La Maddalena interessi di nuovo
agli Stati Uniti e alla Nato?».
Anche sul fronte della Camera dei deputati la notizia del trasporto
delle armi sequestrate nel 1994 al miliardario russo Alexander Zhukov ha
creato un piccolo sisma. Il democratico Giulio Calvisi annuncia
un'interrogazione urgente. «Sono esterrefatto. La prima cosa da capire è
se per le autorità militari sia una procedura normale far viaggiare
carichi su vettori passeggeri invece di utilizzare naviglio militare,
con il quale sono garantite tutte le condizioni di sicurezza. A quanto
risulta, la Marina non ha smentito la notizia, ma si è limitata a dire
che il materiale era stato messo in sicurezza».
Calvisi inquadra poi la vicenda nel disastrato scenario maddalenino: «È
l'ennesimo episodio poco chiaro che si consuma nell'arcipelago dopo il
G8 mancato, la riconversione economica che non c'è stata e le bonifiche
non fatte. Su questo punto c'è molta opacità. Per esempio, non si sa
neppure dove siano andati a finire i rifiuti tossici, se e dove siano
stati smaltiti o se siano stati nascosti da qualche parte».
«Per finire, poi - dice ancora Calvisi - c'è il capitolo delle
dismissioni. Un processo non lineare e che ora rischia di complicarsi.
Nonostante le smentite della Difesa e del ministro La Russa, infatti,
sembra che le forze armate vogliano indietro aree e strutture. Perché
questo ripensamento? Forse perché La Maddalena deve tornare a essere
strategica in uno scacchiere militare internazionale?».
martedì 7 giugno 2011
Trasporto armi. Scanu: «Fatti di gravità inaudita»
Interrogazioni del capogruppo del Pd in commissione Difesa e di Giulio Calvisi
LA MADDALENA. Come una violenta scossa di terremoto. La notizia del trasporto di un colossale carico d'armi su traghetti passeggeri, dall'isola-bunker di Santo Stefano fino a Civitavecchia, scuote nel profondo il mondo della politica riaprendo antiche ferite. È la crudezza stessa della notizia ad imprimere un'accelerazione al dibattito sulla presenza militare in Sardegna. Sul suo ruolo, sui suoi metodi e, soprattutto, sul suo enorme peso sulla vita dell'isola. La notizia del trasporto delle armi non può infatti non coniugarsi con il blocco delle esercitazioni in Sardegna voluto dal Comitato misto paritetico sulle servitù militari, dopo gli sviluppi dell'inchiesta giudiziaria sulle attività nel Poligono del Salto di Quirra. O con le ombre che si sono proiettate sul Teulada, dove è stata segnalata la presenza di personale militare iraniano, interessato ai test sugli elicotteri da combattimento Mangusta.
La reazione del capogruppo del Pd in Commissione Difesa, Gian Piero Scanu, è molto forte: «La gravità della notizia del trasporto di un enorme carico di armi dai depositi di Guardia del Moro alla Penisola, utilizzando traghetti passeggeri, è grave e sconvolgente. Martedì presenterò un'interrogazione urgente al ministro della Difesa e alla presidenza del Consiglio dei ministri con la richiesta di una corsia preferenziale». Dunque, Scanu chiede immediatamente chiarezza. Ma per il senatore del Pd l'episodio riapre un ventaglio di dubbi che possono essere affrontati in chiave politica solo su un piano più generale. Dice infatti Scanu: «Non basta la verifica dei fatti circoscritta a questo gravissimo episodio. Perché diventa naturale chiedersi se, quelli utilizzati in questa circostanza, siano protocolli normali per le forze armate. Se cioè esistono precedenti. Per questo è necessario riaprire il confronto politico sul tema complesso della presenza militare nell'isola, ridefinire ruoli, spazi, attività e soprattutto garanzie per la salute e per la limitazione dei rischi». Scanu conclude chiedendosi perché la Marina abbia deciso di liberare il deposito proprio ora: «Che la decisione sia legata al fatto che La Maddalena interessi di nuovo agli Stati Uniti e alla Nato?».
Anche sul fronte della Camera dei deputati la notizia del trasporto delle armi sequestrate nel 1994 al miliardario russo Alexander Zhukov ha creato un piccolo sisma. Il democratico Giulio Calvisi annuncia un'interrogazione urgente. «Sono esterrefatto. La prima cosa da capire è se per le autorità militari sia una procedura normale far viaggiare carichi su vettori passeggeri invece di utilizzare naviglio militare, con il quale sono garantite tutte le condizioni di sicurezza. A quanto risulta, la Marina non ha smentito la notizia, ma si è limitata a dire che il materiale era stato messo in sicurezza».
Calvisi inquadra poi la vicenda nel disastrato scenario maddalenino: «È l'ennesimo episodio poco chiaro che si consuma nell'arcipelago dopo il G8 mancato, la riconversione economica che non c'è stata e le bonifiche non fatte. Su questo punto c'è molta opacità. Per esempio, non si sa neppure dove siano andati a finire i rifiuti tossici, se e dove siano stati smaltiti o se siano stati nascosti da qualche parte».
«Per finire, poi - dice ancora Calvisi - c'è il capitolo delle dismissioni. Un processo non lineare e che ora rischia di complicarsi. Nonostante le smentite della Difesa e del ministro La Russa, infatti, sembra che le forze armate vogliano indietro aree e strutture. Perché questo ripensamento? Forse perché La Maddalena deve tornare a essere strategica in uno scacchiere militare internazionale?».
LA MADDALENA. Come una violenta scossa di terremoto. La notizia del trasporto di un colossale carico d'armi su traghetti passeggeri, dall'isola-bunker di Santo Stefano fino a Civitavecchia, scuote nel profondo il mondo della politica riaprendo antiche ferite. È la crudezza stessa della notizia ad imprimere un'accelerazione al dibattito sulla presenza militare in Sardegna. Sul suo ruolo, sui suoi metodi e, soprattutto, sul suo enorme peso sulla vita dell'isola. La notizia del trasporto delle armi non può infatti non coniugarsi con il blocco delle esercitazioni in Sardegna voluto dal Comitato misto paritetico sulle servitù militari, dopo gli sviluppi dell'inchiesta giudiziaria sulle attività nel Poligono del Salto di Quirra. O con le ombre che si sono proiettate sul Teulada, dove è stata segnalata la presenza di personale militare iraniano, interessato ai test sugli elicotteri da combattimento Mangusta.
La reazione del capogruppo del Pd in Commissione Difesa, Gian Piero Scanu, è molto forte: «La gravità della notizia del trasporto di un enorme carico di armi dai depositi di Guardia del Moro alla Penisola, utilizzando traghetti passeggeri, è grave e sconvolgente. Martedì presenterò un'interrogazione urgente al ministro della Difesa e alla presidenza del Consiglio dei ministri con la richiesta di una corsia preferenziale». Dunque, Scanu chiede immediatamente chiarezza. Ma per il senatore del Pd l'episodio riapre un ventaglio di dubbi che possono essere affrontati in chiave politica solo su un piano più generale. Dice infatti Scanu: «Non basta la verifica dei fatti circoscritta a questo gravissimo episodio. Perché diventa naturale chiedersi se, quelli utilizzati in questa circostanza, siano protocolli normali per le forze armate. Se cioè esistono precedenti. Per questo è necessario riaprire il confronto politico sul tema complesso della presenza militare nell'isola, ridefinire ruoli, spazi, attività e soprattutto garanzie per la salute e per la limitazione dei rischi». Scanu conclude chiedendosi perché la Marina abbia deciso di liberare il deposito proprio ora: «Che la decisione sia legata al fatto che La Maddalena interessi di nuovo agli Stati Uniti e alla Nato?».
Anche sul fronte della Camera dei deputati la notizia del trasporto delle armi sequestrate nel 1994 al miliardario russo Alexander Zhukov ha creato un piccolo sisma. Il democratico Giulio Calvisi annuncia un'interrogazione urgente. «Sono esterrefatto. La prima cosa da capire è se per le autorità militari sia una procedura normale far viaggiare carichi su vettori passeggeri invece di utilizzare naviglio militare, con il quale sono garantite tutte le condizioni di sicurezza. A quanto risulta, la Marina non ha smentito la notizia, ma si è limitata a dire che il materiale era stato messo in sicurezza».
Calvisi inquadra poi la vicenda nel disastrato scenario maddalenino: «È l'ennesimo episodio poco chiaro che si consuma nell'arcipelago dopo il G8 mancato, la riconversione economica che non c'è stata e le bonifiche non fatte. Su questo punto c'è molta opacità. Per esempio, non si sa neppure dove siano andati a finire i rifiuti tossici, se e dove siano stati smaltiti o se siano stati nascosti da qualche parte».
«Per finire, poi - dice ancora Calvisi - c'è il capitolo delle dismissioni. Un processo non lineare e che ora rischia di complicarsi. Nonostante le smentite della Difesa e del ministro La Russa, infatti, sembra che le forze armate vogliano indietro aree e strutture. Perché questo ripensamento? Forse perché La Maddalena deve tornare a essere strategica in uno scacchiere militare internazionale?».
di Piero Mannironi
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«La Russa dia chiarimenti»
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«La Russa dia chiarimenti»
Missili sulle navi passeggeri, distrutti o destinati a una rotta segreta?
Giallo
su dove sono finite le armi di Zhukov. Portate in un sito segreto dopo
il trasferimento a Civitavecchia su un traghetto di linea. Guardia del
Moro liberata per la Nato o le armi sono state trasferite per essere
usate?
LA
MADDALENA. La magistratura seguirà la sua strada: definirà i profili di
responsabilità, verificherà l'eventuale violazione delle procedure di
sicurezza e chiarirà chi e perché ha deciso il trasferimento delle armi,
che nel 1994 erano destinate al mattatoio dei Balcani,
dall'isola-bunker di Santo Stefano a Civitavecchia su traghetti
passeggeri invece che su naviglio militare. Un'operazione che, al di là
della sua compatibilità con norme e regolamenti, appare a dir poco non
ortodossa se non addirittura molto discutibile. E che apre
inevitabilmente un fronte politico.
Le prime reazioni di alcuni parlamentari sardi come Gian Piero Scanu e Giulio Calvisi, ma anche le preoccupazioni espresse dal presidente della Regione Ugo Cappellacci sono infatti il segnale chiaro di un ritorno di attenzione sulla questione più generale della presenza militare nell'isola. Un dibattito che aveva raggiunto toni acuti e momenti di confronto anche ruvido negli anni scorsi tra la Regione e il governo e la Difesa, ma che si è poi progressivamente affievolito.
Negli ultimi mesi qualcosa ha ricominciato a muoversi, per dire la verità, con l'inchiesta aperta dalla procura di Lanusei sulle attività nel poligono interforze del Salto di Quirra e le sue pericolose ricadute sul piano ambientale e della salute pubblica. E hanno alimentato legittime preoccupazioni alcuni episodi inquietanti, come la presenza di personale militare iraniano nel poligono di Teulada per testare l'elicottero da combattimento Mangusta. Circostanza smentita dal comando militare della Sardegna che ha però tenuto a chiarire che le attività all'interno dei poligoni dipendono direttamente da Roma.
Il caso del trasferimento delle armi sequestrate all'oligarca russo Alexander Borisovic Zhukov è però anche la premessa di un giallo politico-militare ancora tutto da chiarire. Prima di tutto: si sa che migliaia di kalashnikov, di razzi e di missili sono partiti dal deposito-bunker di Guardia del Moro, a Santo Stefano, ma non si conosce la loro destinazione. Perché, poi, questo trasferimento è stato deciso proprio ora, cioè a sei anni dalla sentenza della Cassazione che assolse per difetto di giurisdizione Zhukov e altre nove persone, tra le quali l'imprenditore greco Kostantinos Dafermos, il trafficante ungherese Gedda Mezosy e l'ex agente del Kgb Anatolij Fedorenko, considerato in stretti rapporti con la Solnetsevskaja (Brigata del Sole), uno dei più potenti clan della mafia russa?
La magistratura respinse la richiesta di Zhukov di riavere indietro l'arsenale sequestrato (per un valore di decine di milioni di dollari) sulla Jadran Express perché, al di là del mancato riconoscimento della responsabilità penale degli imputati, le armi erano destinate alle fazioni in lotta nella ex Jugoslavia e quindi era stato forzato, illegittimamente per il diritto internazionale, il blocco imposto dall'Onu.
La magistratura torinese dispose quindi la distruzione dell'immenso arsenale che era stato stoccato nelle gallerie sotto roccia di Guardia del Moro. Ma nessuno ha fino a oggi provveduto ad eseguire l'ordine. Quelle armi sono rimaste così conservate a Santo Stefano, quasi a legittimare l'utilità del deposito, proprio mentre si scatenavano furenti polemiche sull'opportunità di dismettere Guardia del Moro e restituire i terreni ai legittimi proprietari.
Ecco dunque la prima domanda che attende una risposta: perché le armi non sono state distrutte? Ma aprendo gli archivi e rileggendo con attenzione il caso della Jadran Express, si scopre che forse merita un approfondimento anche il trasferimento delle armi da Taranto a Santo Stefano, subito dopo il sequestro. Sì, perché pare che, come è accaduto nelle scorse settimane, la Difesa anche allora si sia rivolta a un'impresa privata specializzata nei trasporti. Da qui il dubbio che anche negli anni Novanta, il trasporto dell'arsenale possa essere avvenuto non su naviglio militare, ma su traghetti civili di linea.
C'è poi la domanda forse più importante: dove sono state realmente trasferite le armi di Zhukov? Problema non secondario, questo. Ma ogni risposta apre nuove domande. Per esempio: se sono state destinate alla distruzione si deve capire perché lo si fa proprio ora, 17 anni dopo il sequestro e sei anni dopo la sentenza della Cassazione.
Se invece sono destinate a essere stoccate in un altro deposito nella Penisola, ne consegue in logico interrogativo: perché si è deciso di sgomberare le gallerie di Guardia del Moro? Forse si è deciso di destinarle a un nuovo utilizzo, visto che è stata già presentata la domanda di rinnovo della servitù militare che scade nel febbraio del prossimo anno? E se sì, c'entra qualcosa il crescente interesse della Nato per creare un presidio nell'arcipelago maddalenino come si è appreso nei mesi scorsi da alcune indiscrezioni?
C'è infine un'ultima ipotesi che però probabilmente non potrà mai avere una risposta. Ipotesi fantasiosa, si dirà, ma che ha qualche imbarazzante precedente storico. L'ammiraglio Fulvio Martini, che diresse il servizio segreto militare (allora Sismi), ammise in un'audizione davanti alla Commissione stragi del Parlamento il 6 ottobre 1999: «Negli anni 1985-1987 noi organizzammo una specie di colpo di stato in Tunisia, mettendo Ben Alì alla presidenza e sostituendo Bourghiba, ormai senescente, che voleva fuggire». Insomma, un "golpe morbido" voluto e organizzato dal governo Craxi e attuato proprio dal Sismi.
Martini usò molta prudenza, ma comunque ammise nella sostanza i fatti. Rivelando così l'esistenza di quella politica parallela, occulta, che si sviluppa fuori dai canoni dell'ortodossia diplomatica ufficiale. Per la verità, uno 007 italiano che partecipò al golpe in Tunisia, nome in codice G-71, parlò di un colpo di stato con momenti anche cruenti, anche con il ricorso alle armi. Tutta questa premessa per ipotizzare un possibile, ipotetico, utilizzo delle armi di Zhukov in uno scenario internazionale. Magari nell'area africana.
di Piero Mannironi
link
Giallo su dove sono finite le armi di Zhukov
Le prime reazioni di alcuni parlamentari sardi come Gian Piero Scanu e Giulio Calvisi, ma anche le preoccupazioni espresse dal presidente della Regione Ugo Cappellacci sono infatti il segnale chiaro di un ritorno di attenzione sulla questione più generale della presenza militare nell'isola. Un dibattito che aveva raggiunto toni acuti e momenti di confronto anche ruvido negli anni scorsi tra la Regione e il governo e la Difesa, ma che si è poi progressivamente affievolito.
Negli ultimi mesi qualcosa ha ricominciato a muoversi, per dire la verità, con l'inchiesta aperta dalla procura di Lanusei sulle attività nel poligono interforze del Salto di Quirra e le sue pericolose ricadute sul piano ambientale e della salute pubblica. E hanno alimentato legittime preoccupazioni alcuni episodi inquietanti, come la presenza di personale militare iraniano nel poligono di Teulada per testare l'elicottero da combattimento Mangusta. Circostanza smentita dal comando militare della Sardegna che ha però tenuto a chiarire che le attività all'interno dei poligoni dipendono direttamente da Roma.
Il caso del trasferimento delle armi sequestrate all'oligarca russo Alexander Borisovic Zhukov è però anche la premessa di un giallo politico-militare ancora tutto da chiarire. Prima di tutto: si sa che migliaia di kalashnikov, di razzi e di missili sono partiti dal deposito-bunker di Guardia del Moro, a Santo Stefano, ma non si conosce la loro destinazione. Perché, poi, questo trasferimento è stato deciso proprio ora, cioè a sei anni dalla sentenza della Cassazione che assolse per difetto di giurisdizione Zhukov e altre nove persone, tra le quali l'imprenditore greco Kostantinos Dafermos, il trafficante ungherese Gedda Mezosy e l'ex agente del Kgb Anatolij Fedorenko, considerato in stretti rapporti con la Solnetsevskaja (Brigata del Sole), uno dei più potenti clan della mafia russa?
La magistratura respinse la richiesta di Zhukov di riavere indietro l'arsenale sequestrato (per un valore di decine di milioni di dollari) sulla Jadran Express perché, al di là del mancato riconoscimento della responsabilità penale degli imputati, le armi erano destinate alle fazioni in lotta nella ex Jugoslavia e quindi era stato forzato, illegittimamente per il diritto internazionale, il blocco imposto dall'Onu.
La magistratura torinese dispose quindi la distruzione dell'immenso arsenale che era stato stoccato nelle gallerie sotto roccia di Guardia del Moro. Ma nessuno ha fino a oggi provveduto ad eseguire l'ordine. Quelle armi sono rimaste così conservate a Santo Stefano, quasi a legittimare l'utilità del deposito, proprio mentre si scatenavano furenti polemiche sull'opportunità di dismettere Guardia del Moro e restituire i terreni ai legittimi proprietari.
Ecco dunque la prima domanda che attende una risposta: perché le armi non sono state distrutte? Ma aprendo gli archivi e rileggendo con attenzione il caso della Jadran Express, si scopre che forse merita un approfondimento anche il trasferimento delle armi da Taranto a Santo Stefano, subito dopo il sequestro. Sì, perché pare che, come è accaduto nelle scorse settimane, la Difesa anche allora si sia rivolta a un'impresa privata specializzata nei trasporti. Da qui il dubbio che anche negli anni Novanta, il trasporto dell'arsenale possa essere avvenuto non su naviglio militare, ma su traghetti civili di linea.
C'è poi la domanda forse più importante: dove sono state realmente trasferite le armi di Zhukov? Problema non secondario, questo. Ma ogni risposta apre nuove domande. Per esempio: se sono state destinate alla distruzione si deve capire perché lo si fa proprio ora, 17 anni dopo il sequestro e sei anni dopo la sentenza della Cassazione.
Se invece sono destinate a essere stoccate in un altro deposito nella Penisola, ne consegue in logico interrogativo: perché si è deciso di sgomberare le gallerie di Guardia del Moro? Forse si è deciso di destinarle a un nuovo utilizzo, visto che è stata già presentata la domanda di rinnovo della servitù militare che scade nel febbraio del prossimo anno? E se sì, c'entra qualcosa il crescente interesse della Nato per creare un presidio nell'arcipelago maddalenino come si è appreso nei mesi scorsi da alcune indiscrezioni?
C'è infine un'ultima ipotesi che però probabilmente non potrà mai avere una risposta. Ipotesi fantasiosa, si dirà, ma che ha qualche imbarazzante precedente storico. L'ammiraglio Fulvio Martini, che diresse il servizio segreto militare (allora Sismi), ammise in un'audizione davanti alla Commissione stragi del Parlamento il 6 ottobre 1999: «Negli anni 1985-1987 noi organizzammo una specie di colpo di stato in Tunisia, mettendo Ben Alì alla presidenza e sostituendo Bourghiba, ormai senescente, che voleva fuggire». Insomma, un "golpe morbido" voluto e organizzato dal governo Craxi e attuato proprio dal Sismi.
Martini usò molta prudenza, ma comunque ammise nella sostanza i fatti. Rivelando così l'esistenza di quella politica parallela, occulta, che si sviluppa fuori dai canoni dell'ortodossia diplomatica ufficiale. Per la verità, uno 007 italiano che partecipò al golpe in Tunisia, nome in codice G-71, parlò di un colpo di stato con momenti anche cruenti, anche con il ricorso alle armi. Tutta questa premessa per ipotizzare un possibile, ipotetico, utilizzo delle armi di Zhukov in uno scenario internazionale. Magari nell'area africana.
di Piero Mannironi
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Giallo su dove sono finite le armi di Zhukov
domenica 5 giugno 2011
Quirra. Documento ENEA: le prove dell'avvelenamento
QUIRRA - L'Enea: le polveri del poligono avvelenano aria e acqua ...così muoiono i pastori
Secondo
le esperte, c'è una correlazione anche con le malformazioni negli
agnelli causate dallo stesso inquinamento che deriva da alcune attività
del poligono di Perdasdefogu e del Salto di Quirra.
VILLAPUTZU
Ci sarebbe un rapporto diretto tra la contaminazione dei pascoli e
dell'aria di Quirra causata dalle attività del poligono, la nascita
negli ovili di agnelli malformati e l'insorgenza dei tumori al sistema
emo-linfatico (leucemie e linfomi) nei pastori. Lo sostiene l'Enea
(l'Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo
economico sostenibile), in una relazione spedita il primo marzo al
Procuratore di Lanusei, Domenico Fiordalisi.
CONTAMINAZIONE
Le esperte Fiorella Carnevali e Marta Piscitelli ne danno una
spiegazione scientifica: «Gli elementi chimico-tossici presenti, come è
stato accertato, nei pascoli e nell'aria, possono essere stati ingeriti o
inalati da animali e persone. Queste sostanze tossiche possono attaccare qualsiasi organo, anche la placenta o il feto, provocando malformazioni o tumori».INALAZIONE L'ipotesi più probabile, secondo l'Enea, è che le sostanze nocive si siano introdotte negli animali e nelle persone tramite inalazione: «Greggi e pastori frequentano determinate zone del poligono contemporaneamente oppure immediatamente dopo esercitazioni o test che rilasciano polveri sottili tossiche nell'aria», hanno scritto Fiorella Carnevali e Marta Piscitelli al procuratore Domenico Fiordalisi.
LE MALATTIE «Queste sostanze contaminanti - prosegue l'Enea - possono essersi accumulate nell'organismo degli allevatori e aver dato vita, nell'arco di 10-15 anni, a leucemie e linfomi visto che il sistema linfatico funge da "filtro e spazzino" nell'organismo». Quindi la conclusione: «Questa ipotesi sulla genesi di determinate patologie spiegherebbe la concomitanza di nascita di agnelli mostruosi e di tumori linfatici nell'uomo».
URANIO Uno dei presunti killer, ma non l'unico, è l'uranio impoverito che non è stato trovato durante i controlli ambientali pagati dalla Difesa e affidati dalla Nato a una società del gruppo Fiat (la Sgs). L'accusa degli esperti scelti dai Comuni è stata esposta venerdì nel corso di un incontro a Cagliari. «Seguendo le metodologie scientifiche applicate dalla Sgs (pagata dalla difesa), era quasi impossibile trovare nel poligono uranio impoverito».Sostanza potenzialmente pericolosa rinvenuta invece in un agnello nato con due teste da genitori che pascolavano nel Salto di Quirra. Lo ha certificato un laboratorio di Bologna per conto del professor Massimo Zucchetti, docente di impianti nucleari del Politecnico di Torino e consulente della Procura di Lanusei.
LE CONFERME Il parere scientifico dell'Enea fa il paio con ciò che aveva detto Maria Antonietta Gatti, esperta di nano-particelle, nel corso di un convegno a Villaputzu nel gennaio del 2010: «A Quirra i pastori muoiono di leucemia». E conferma, almeno nei risultati, i sospetti dei veterinari delle Asl di Lanusei e Cagliari, Giorgio Mellis e Sandro Lorrai, capaci di contare 10 pastori malati (7 morti) sui 18 in un raggio di 2,7 chilometri dal poligono, in una contrada di Quirra.
LO SGOMBERO Il lavoro delle specialiste dell'Enea è una delle relazioni che ha ispirato il provvedimento di sgombero dei pastori del poligono, chiesto dal pm Fiordalisi e deciso dal gip Paola Murru. Entro il 22 luglio i Comuni dovranno trovare una nuova sistemazione per 66 aziende della zona e circa novemila capi di bestiame.
di Paolo Carta
Quirra, dove un pascolo o un posto di lavoro diventano più importanti della salute
In questa storia di ambiguità e interessi c’è il rischio che siano proprio le vittime i peggiori nemici della verità
«È peggio la fame della morte» dicevano i pastori barbaricini. Sintesi efficace di un pragmatismo primitivo nel quale la vita è declinata al presente e la morte è invece un’eventualità ineluttabile, che appartiene al futuro. Perché la fame è certa, mentre la morte è possibile. Insomma è la necessità che diventa un’i mpropria e semplificata filosofia del vivere. Solo entrando in questi meccanismi di disperazione e di rassegnazione è possibile capire l’atteggiamento della gente del Sarrabus e della bassa Ogliastra rispetto al Poligono interforze del Salto di Quirra.
Ecco che così il diritto al pascolo delle tue capre o delle tue pecore diventa più importante di un’ipoteca seria sulla tua salute e sulla tua vita. Oppure uno stipendio come impiegato civile nella base dissolve la tua paura di una possibile leucemia o di avere un figlio deforme. È la scelta triste del vuoto. O meglio, la rassegnazione a un vuoto che sostituisce speranze, prospettive e progetti. Una solitudine che alla fine corrisponde alla negazione di una consapevolezza politica e spinge fino all’estrema conseguenza del ripetersi quotidiano di un esorcismo inconscio che porta a negare perfino l’evidenza.
Così il numero delle croci non conta, o addirittura viene messo in dubbio, nonostante si conoscano i nomi e i cognomi dei morti. Così i bambini deformi di Escalaplano sembrano appartenere a una remota invenzione mediatica. E perfino le tracce di uranio impoverito nei tessuti di un agnello sembrano paradossalmente materializzare la paura del bisogno e non della morte. Perché tutto deve restare come è. Non importa a che costo. Anche quello di assumersi la responsabilità morale di condannare i propri figli a vivere tra veleni mortali, inaridendo il loro futuro.
Difficilmente condivisibile questo sentire diffuso, ma comunque comprensibile. Ciò che invece sfugge alla comprensione è la quasi totale assenza di indignazione e la mancata pretesa di verità. Che equivale allo smarrimento di una coscienza politica nella quale si perde il senso dei propri diritti. In estrema sintesi: il lavoro non può essere considerato una concessione, o peggio, un’elemosina, ma un diritto. Come pure è un diritto il risarcimento dei danni sia personali che quelli generali di tutta la comunità di Quirra. E il primo risarcimento che la politica deve a questo lembo di Sardegna è quello di rimediare ai danni causati alla salute e all’ambiente e costruire un progetto nuovo di sviluppo e di speranza.
Nella storiaccia di Quirra se c’è una cosa certa è che la verità su quanto accaduto negli ultimi sessant’anni dentro il poligono non è stata cercata. Anzi, gli indizi di depistaggio sono tanti e molto pesanti. Si è perfino arrivati a sfiorare il ridicolo quando è stata attribuita a una miniera di arsenico abbandonata la responsabilità dei tumori. Ma soprattutto non si è fatta alcuna indagine epidemiologica. Tanto che l’assessore regionale alla Sanità Antonello Liori ne parla oggi come di una novità necessaria. Ben dieci anni dopo la terribile denuncia dell’allora sindaco di Villaputzu Antonio Pili. La verità, imbarazzante, è che, fino all’i niziativa del procuratore di Lanusei, non si sono cercate seriamente le tracce degli agenti patogeni, l’origine del disastro. E tutto questo è certificato in atti e documenti consultabili e verificabili.
Per concludere: in questa storia infinita di ambiguità e di interessi miliardari nascosti c’è il rischio di un crudele paradosso. E cioè che i peggiori nemici della verità possano essere alla fine proprio le vittime della tragedia. Per un tozzo di pane.
di P.Mannironi
giovedì 26 maggio 2011
Svolta nell'inchiesta: Quirra, s'indaga per omicidio
Dopo le rivelazioni del supertestimone ora s'indaga per omicidio volontario
Caso Quirra, la Procura di Lanusei indagherebbe per omicidio volontario, com'era successo nel caso degli incidenti alle acciaierie Thyssen del 2007, quando sette operai morirono in fabbrica. Nel processo davanti alla Corte d'Assise di Torino, chiuso in primo grado un mese fa, l'amministratore delegato della società tedesca è stato condannato a sedici anni e mezzo di carcere (13 anni per altri dirigenti). È la stessa strada giudiziaria che starebbe seguendo il procuratore di Lanusei Domenico Fiordalisi, responsabile dell'inchiesta sull'eventuale rapporto tra le attività nel poligono e l'insorgenza di tumori tra i pastori che lavorano nei pressi dell'area militare.
UFFICIALE INDAGATO Nei giorni scorsi sarebbe stato iscritto nel registro degli indagati un alto ufficiale in servizio negli anni Ottanta nel poligono del Salto di Quirra. Avrebbe organizzato e diretto i brillamenti degli ordigni arrivati da tutta Italia per essere smaltiti in Sardegna: esplosioni sospettate di aver creato un disastro ambientale, la contaminazione delle falde acquifere, malformazioni e tumori negli animali.
IL PROCURATORE Fiordalisi smentisce la notizia del procedimento per omicidio volontario, che invece è confermata da altre fonti. Nei prossimi giorni sarebbero previsti i primi interrogatori negli uffici della Procura di Lanusei.
L'INDAGINE Da gennaio il procuratore sta cercando di far luce su quel che accaduto a Quirra dal 1970 a oggi. Il primo a finire nel registro degli indagati è stato il generale Tobia Santacroce, che sarebbe stato uno dei responsabili dei brillamenti altamente pericolosi per l'ambiente: l'ufficiale toscano è accusato di omicidio plurimo colposo e di disastro ambientale. Santacroce, durante un interrogatorio, avrebbe chiarito la propria posizione: «Non mi occupavo di brillamenti o attività operative: gestivo soltanto il personale di leva».
LA SGS Indagati anche due esperti della Sgs, la società del gruppo Fiat che ha vinto l'appalto per il controllo ambientale di suoli e acque nel poligono. Gilberto Nobile e Gabriella Fasciani sono accusati di falso: il sospetto è che abbiano interpretato i dati ottenuti dalle analisi al fine di dichiarare che il poligono non fosse inquinato, secondo il pm in chiara connivenza con la Difesa in quanto il gruppo Fiat, negli anni, era stato uno dei maggiori clienti del poligono, teatro delle sperimentazioni di alcuni prodotti, armi comprese, realizzati dalla società industriale torinese.
RADIOATTIVITÀ L'inchiesta della Procura di Lanusei ha appurato che per diversi anni le forze armate straniere, oppure le società che affittavano il poligono per i test, erano solite sotterrare i rifiuti pericolosi (pezzi di razzi, parti elettroniche, pneumatici, amianto) in località Is Pibiris, dov'è stata scoperta una discarica vasta un ettaro. Tantissimi ordigni, alcuni non esplosi, sono stati ritrovati anche nei fondali marini davanti a Quirra. In un deposito dove si sono ammalati due soldati di leva (linfoma), sono stati recuperati pezzi di radar radioattivi custoditi, secondo l'accusa, senza rispettare le leggi in materia di sicurezza sul lavoro.
RIESUMAZIONI Il pm Fiordalisi ha disposto anche il sequestro di 19 salme di pastori morti nella zona, per cercare eventuali residui di sostanze radioattive come l'uranio impoverito, rinvenuto nelle ossa di un agnello nato malformato in un ovile del Salto di Quirra da genitori che avevano sempre pascolato tra bersagli e rampe di missili.
Paolo Carta L'Unione Sarda
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Quirra, ecco come muoiono i pastori La spiegazione scientifica
A-Infos (it) Villaputzu (CA): sul Poligono Interforze del Salto di Quirra
“Sindrome di Quirra”: il flop delle multinazionali e il valzer dei ...
interrogazione in commissione C. 5/04761 / Testo interrogazione in ...
Caso Quirra, la Procura di Lanusei indagherebbe per omicidio volontario, com'era successo nel caso degli incidenti alle acciaierie Thyssen del 2007, quando sette operai morirono in fabbrica. Nel processo davanti alla Corte d'Assise di Torino, chiuso in primo grado un mese fa, l'amministratore delegato della società tedesca è stato condannato a sedici anni e mezzo di carcere (13 anni per altri dirigenti). È la stessa strada giudiziaria che starebbe seguendo il procuratore di Lanusei Domenico Fiordalisi, responsabile dell'inchiesta sull'eventuale rapporto tra le attività nel poligono e l'insorgenza di tumori tra i pastori che lavorano nei pressi dell'area militare.
UFFICIALE INDAGATO Nei giorni scorsi sarebbe stato iscritto nel registro degli indagati un alto ufficiale in servizio negli anni Ottanta nel poligono del Salto di Quirra. Avrebbe organizzato e diretto i brillamenti degli ordigni arrivati da tutta Italia per essere smaltiti in Sardegna: esplosioni sospettate di aver creato un disastro ambientale, la contaminazione delle falde acquifere, malformazioni e tumori negli animali.
IL PROCURATORE Fiordalisi smentisce la notizia del procedimento per omicidio volontario, che invece è confermata da altre fonti. Nei prossimi giorni sarebbero previsti i primi interrogatori negli uffici della Procura di Lanusei.
L'INDAGINE Da gennaio il procuratore sta cercando di far luce su quel che accaduto a Quirra dal 1970 a oggi. Il primo a finire nel registro degli indagati è stato il generale Tobia Santacroce, che sarebbe stato uno dei responsabili dei brillamenti altamente pericolosi per l'ambiente: l'ufficiale toscano è accusato di omicidio plurimo colposo e di disastro ambientale. Santacroce, durante un interrogatorio, avrebbe chiarito la propria posizione: «Non mi occupavo di brillamenti o attività operative: gestivo soltanto il personale di leva».
LA SGS Indagati anche due esperti della Sgs, la società del gruppo Fiat che ha vinto l'appalto per il controllo ambientale di suoli e acque nel poligono. Gilberto Nobile e Gabriella Fasciani sono accusati di falso: il sospetto è che abbiano interpretato i dati ottenuti dalle analisi al fine di dichiarare che il poligono non fosse inquinato, secondo il pm in chiara connivenza con la Difesa in quanto il gruppo Fiat, negli anni, era stato uno dei maggiori clienti del poligono, teatro delle sperimentazioni di alcuni prodotti, armi comprese, realizzati dalla società industriale torinese.
RADIOATTIVITÀ L'inchiesta della Procura di Lanusei ha appurato che per diversi anni le forze armate straniere, oppure le società che affittavano il poligono per i test, erano solite sotterrare i rifiuti pericolosi (pezzi di razzi, parti elettroniche, pneumatici, amianto) in località Is Pibiris, dov'è stata scoperta una discarica vasta un ettaro. Tantissimi ordigni, alcuni non esplosi, sono stati ritrovati anche nei fondali marini davanti a Quirra. In un deposito dove si sono ammalati due soldati di leva (linfoma), sono stati recuperati pezzi di radar radioattivi custoditi, secondo l'accusa, senza rispettare le leggi in materia di sicurezza sul lavoro.
RIESUMAZIONI Il pm Fiordalisi ha disposto anche il sequestro di 19 salme di pastori morti nella zona, per cercare eventuali residui di sostanze radioattive come l'uranio impoverito, rinvenuto nelle ossa di un agnello nato malformato in un ovile del Salto di Quirra da genitori che avevano sempre pascolato tra bersagli e rampe di missili.
Paolo Carta L'Unione Sarda
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Quirra, ecco come muoiono i pastori La spiegazione scientifica
A-Infos (it) Villaputzu (CA): sul Poligono Interforze del Salto di Quirra
“Sindrome di Quirra”: il flop delle multinazionali e il valzer dei ...
interrogazione in commissione C. 5/04761 / Testo interrogazione in ...
domenica 22 maggio 2011
Inchiesta Quirra: parla supertestimone..
Emergono nuove incredibili testimonianze
nella vicenda del procedimento giudiziario aperto dalla procura di
Lanusei sull’eventuale rapporto tra attività del poligono militare del
Salto di Quirra e l’insorgenza di malformazioni e tumori in quella zona
della Sardegna. Adesso ci sarebbe un nuovo supertestimone, un ex soldato che afferma di aver lavorato per circa dieci anni nel Poligono sardo e che fa rivelazioni davvero sconvolgenti su quello che succeva all’interno del territorio della base militare.
Di seguito le dichiarazioni di questo nuovo testimone.
“Per anni e anni abbiamo fatto esplodere 800 chili di esplosivo al giorno nel poligono di Perdasdefogu, dopo aver scavato buche larghe trenta metri e profonde anche venti. Brillamenti capaci di sprigionare nubi nere e bianche, che raggiungevano Quirra o Escalaplano a seconda del vento. In quelle buche poi si raccoglieva l’acqua delle piogge, si abbeverava il bestiame, e poi i veleni filtravano nelle falde sotterranee”.
“Voglio raccontare le cose come stanno, la magistratura deve sapere la verità e accertare quel che è avvenuto non solo a Perdasdefogu ma anche a Capo Frasca. Nel poligono della costa di Arbus abbiamo contato diciotto morti di tumore, il nostro sospetto è che anche in quel caso le acque inquinate possano avere creato gravissimi problemi di salute a persone e animali”.
“Per dieci anni – ha detto l’ex militare – ho lavorato proprio al brillamento delle armi da smaltire in arrivo da tutta Italia. Speciali convogli ferroviari trasportavano gli armamenti sino al porto di Genova, poi il viaggio in una nave speciale sino a Porto Torres, quindi sino al deposito di Serrenti. Le campagne di brillamenti a Perdasdefogu duravano venti giorni al mese per intere stagioni. C’era tutta una procedura per realizzare le buche, per far esplodere le munizioni. No, non sono un artificiere, non sono in grado di dire quali tipi di munizioni o bombe venivano distrutte a Perdasdefogu. Di sicuro dovevamo rifugiarci dentro i camion dopo il botto per evitare di respirare le polveri nere o bianche o grigie che oscuravano il sole. Un mio collega si è ammalato ed è morto di tumore. In quei terreni poi pioveva, si creavano pozze dove si abbeveravano gli animali. Tutto ciò avveniva a Perdasdefogu e anche a Capo Frasca, dove ho lavorato ugualmente per tanti anni. E dove ho assistito alla malattie di tanti amici, tanti colleghi, tanti lavoratori”. Secondo il procuratore della Repubblica di Lanusei, Domenico Fiordalisi, queste attività potrebbero aver avvelenato suoli e falde acquifere del Salto di Quirra. L'ipotesi è che un piccolo impianto di potabilizzazione abbia mandato l'acqua contaminata sino ai rubinetti delle case di Quirra, soprattutto di una parte della frazione, quella dove si è registrato il più alto numero di tumori.
fonte Virgilio Notizie, L'Unione Sarda, Sardegna Blog
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Di seguito le dichiarazioni di questo nuovo testimone.
... ecco come si inquinava l'acqua
Il nuovo supertestimone, un ex soldato appunto, nei giorni scorsi avrebbe contattato il giornale “L’Unione Sarda” fornendo fotografie inedite e per avere un contatto con gli inquirenti che si stanno occupando del caso. Queste le incredibili dichiarazioni rilasciate al quotidiano isolano:“Per anni e anni abbiamo fatto esplodere 800 chili di esplosivo al giorno nel poligono di Perdasdefogu, dopo aver scavato buche larghe trenta metri e profonde anche venti. Brillamenti capaci di sprigionare nubi nere e bianche, che raggiungevano Quirra o Escalaplano a seconda del vento. In quelle buche poi si raccoglieva l’acqua delle piogge, si abbeverava il bestiame, e poi i veleni filtravano nelle falde sotterranee”.
“Voglio raccontare le cose come stanno, la magistratura deve sapere la verità e accertare quel che è avvenuto non solo a Perdasdefogu ma anche a Capo Frasca. Nel poligono della costa di Arbus abbiamo contato diciotto morti di tumore, il nostro sospetto è che anche in quel caso le acque inquinate possano avere creato gravissimi problemi di salute a persone e animali”.
“Per dieci anni – ha detto l’ex militare – ho lavorato proprio al brillamento delle armi da smaltire in arrivo da tutta Italia. Speciali convogli ferroviari trasportavano gli armamenti sino al porto di Genova, poi il viaggio in una nave speciale sino a Porto Torres, quindi sino al deposito di Serrenti. Le campagne di brillamenti a Perdasdefogu duravano venti giorni al mese per intere stagioni. C’era tutta una procedura per realizzare le buche, per far esplodere le munizioni. No, non sono un artificiere, non sono in grado di dire quali tipi di munizioni o bombe venivano distrutte a Perdasdefogu. Di sicuro dovevamo rifugiarci dentro i camion dopo il botto per evitare di respirare le polveri nere o bianche o grigie che oscuravano il sole. Un mio collega si è ammalato ed è morto di tumore. In quei terreni poi pioveva, si creavano pozze dove si abbeveravano gli animali. Tutto ciò avveniva a Perdasdefogu e anche a Capo Frasca, dove ho lavorato ugualmente per tanti anni. E dove ho assistito alla malattie di tanti amici, tanti colleghi, tanti lavoratori”. Secondo il procuratore della Repubblica di Lanusei, Domenico Fiordalisi, queste attività potrebbero aver avvelenato suoli e falde acquifere del Salto di Quirra. L'ipotesi è che un piccolo impianto di potabilizzazione abbia mandato l'acqua contaminata sino ai rubinetti delle case di Quirra, soprattutto di una parte della frazione, quella dove si è registrato il più alto numero di tumori.
fonte Virgilio Notizie, L'Unione Sarda, Sardegna Blog
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Sindrome di Quirra: la resa dei conti e la matrioska delle commissioni d’inchiesta.
mercoledì 18 maggio 2011
Finalmente!
VINTA dal Pd la corsa per Torino e per Bologna, bisogna ancora giocare il secondo tempo della partita per Napoli e per Milano, coi ballottaggi. Ma dopo quasi vent'anni la percezione dei cittadini oggi è che l'Italia abbia deciso di voltare pagina, stufa delle bugie, del parossismo, dell'estremismo che Silvio Berlusconi ha disseminato a piene mani nella campagna elettorale, spinto dall'ansia per un giudizio popolare non soltanto sul suo governo, ma sull'insieme della sua avventura politica. Mentre ancora si deve scegliere il sindaco, quel giudizio c'è stato, e netto. Il Paese vuole cambiare. Ha riscoperto il diritto di credere che il cambiamento è possibile.
È come la riscoperta della politica. Perché quel che è mancato in Italia, negli ultimi due anni, è proprio la politica, nel Paese e nel governo. Entrato a Palazzo Chigi con una maggioranza parlamentare enorme, il Premier l'ha distrutta con le sue mani, confermando nella frattura con Fini quell'incapacità di esercitare la leadership che già aveva manifestato nel '94, rompendo con Bossi. Ha cercato di rimediare comperando singoli parlamentari in offerta speciale, garantendosi così i numeri per le leggi ad personam, confezionate per tagliare prescrizioni e allungare processi, in modo da sfuggire ai suoi giudici e all'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Ma oltre i numeri non ha saputo costruire una strategia, un'alleanza e soprattutto una politica, perché non sono in vendita sul mercato.
Il risultato è un Paese non governato, senza politica estera, senza credibilità internazionale, con una politica economica che bypassa il Premier, prigioniero di un mantra che oscilla tra il negazionismo della crisi e della mancata crescita e il velleitarismo liberista del taglio delle tasse. Tutta l'energia politica del governo è stata prosciugata dall'ossessione giudiziaria del Cavaliere, che ha precipitato e imprigionato due anni di legislatura nella ricerca della sua salvaguardia personale, trasformando l'abuso in privilegio e la difesa di un imputato in affare di Stato. Il risultato è un cozzo istituzionale tra i poteri della Repubblica, sottoposti ad una prova di forza continua, con un'opinione pubblica sollecitata in una tensione permanente, con le categorie primordiali dell'amore e dell'odio, dell'amico e del nemico, della congiura, della metastasi e dell'eversione.
Non si è inteso bene qual era (e qual è, ancora) la posta in gioco in questo test elettorale. Per evitare la conferma popolare del suo declino, il Premier ha tentato il tutto per tutto con una spallata nel suo territorio più simbolico, Milano, dov'è nata la leggenda dell'uomo che si è fatto da sé, e dunque può ben rifare l'Italia. Se lo sfondamento fosse riuscito, il Capo del governo si sarebbe rivolto al sistema politico-istituzionale e ai suoi vertici con una pretesa finale, che già i suoi araldi avevano anticipato: l'anomalia del berlusconismo è semplicemente troppo grande per poter essere risolta, e comunque il consenso popolare l'ha superata e benedetta. Dunque se ne prenda atto. D'altra parte il Paese è stanco delle tensioni e sfibrato dai conflitti. Possono cessare d'incanto: basta che la democrazia si adegui, che la costituzione si adatti, che gli istituti di garanzia si subordinino, accettando che il Premier sia definitivamente sovraordinato rispetto ad ogni altro potere, libero da ogni controllo, finalmente e felicemente sovrano, al posto del popolo, in attesa di assurgere al Quirinale. Il sistema, stravolto ma infine sedato, troverebbe così una sua nuova e deforme coerenza, nel momento in cui la biografia del Capo con le sue necessità diventa fondatrice di un nuovo ordine.
È a tutto questo che gli elettori hanno detto di no, prima ancora di scegliere i sindaci, con i ballottaggi ancora aperti. Hanno capito la portata della sfida, e hanno già saputo rispondere. Dimezzando le preferenze personali di Berlusconi a Milano, cancellando (872 voti su un milione di votanti) quel Lassini che paragonava i magistrati ai brigatisti con manifesti poi benedetti direttamente dal Cavaliere, bocciando al primo turno la Moratti col 41,6 per cento, fermando la Lega nella sua capitale, mandando Pisapia in testa al ballottaggio col 48,1 per cento, a dimostrazione che le menzogne, il livore, gli attacchi alle persone e il fanatismo non passano nemmeno tra la borghesia milanese, perché c'è un limite, persino in Italia. Soltanto in questo Paese un candidato sindaco che viene dalla sinistra radicale può essere accostato al terrorismo - attraverso un falso - e può essere presentato come un politico che vuole consegnare il sagrato del Duomo agli "infedeli". Col risultato che il Paese, finalmente, non ci sta.
Che tutto questo sia accaduto a Milano è molto importante. Qui, dove si svolge il processo Mills, gli elettori stanno scoprendo che il mito fondatore dell'avventura imprenditoriale e politica berlusconiana è bacato, perché la Mondadori è stata acquisita con la truffa, così come il potere terminale della Prima Repubblica - il Caf di Craxi, Andreotti e Forlani - aveva benedetto la scalata televisiva. Oggi Milano sembra ribellarsi a quella favola e alle suggestioni politiche che ha proiettato sul Paese per vent'anni, assicurando riforme, decisionismo, semplificazione, cambiamento. L'Italia è bloccata e impantanata, e il berlusconismo che aveva promesso di liberarla la tiene prigioniera di interessi privati, personali e inconfessabili.
Milano è anche il cuore dell'alleanza tra la Lega e la destra. E Bossi oggi deve prendere atto che quell'alleanza non paga, al di là delle auto blu che portano i leghisti a Roma a tenere il sacco berlusconiano delle leggi ad personam, a dire in Parlamento sì alla menzogna spaventata del Premier su Ruby nipote di Mubarak, a tradire la fiducia nella legalità della base padana, a reggere una politica ideologica sull'immigrazione con un Premier che ha cambiato cinque volte posizione sulla "primavera" dei Paesi arabi: entrando nei vertici internazionali con una posizione per uscirne con la posizione opposta, senza nemmeno aver consultato la Lega.
Ma è il mondo più intimo del berlusconismo, quel partito senza regole, senza autonomia e senza libertà che sta scoppiando per il soffocamento di un carisma autoritario che non ammette il confronto e i distinguo, nell'atrofia vagamente idolatra della riduzione del maggior partito italiano al destino di uno solo, nel vuoto della mancanza di ogni dibattito interno, con gli ex colonnelli ridotti a caporali nei signorsì delle comparsate di una televisione militarizzata. Perché non basta più nemmeno l'eccesso, l'accumulo, l'abuso, la forzatura continua se manca la politica: per fortuna della democrazia, che di politica ha bisogno.
La politica ha riportato il Pd al Nord, dalle cui mappe era stato troppo velocemente cancellato: oggi pesa quanto il Pdl a Milano, ha riconfermato con Fassino il suo primato a Torino, ha rieletto il sindaco a Bologna, porta la destra al ballottaggio a Trieste. Mentre a Napoli è surclassato da De Magistris, dopo un percorso di guerra incomprensibile a chiunque e suicida per tutti nelle primarie. La politica di Bersani, che vuole prima di tutto superare non il berlusconismo ma le sue anomalie, sta incominciando a pagare. A costo zero, con solo l'impiego di un po' di generosità e di preveggenza, un Pd saggio oggi completerebbe l'opera nominando Sergio Chiamparino (autore di un piccolo miracolo torinese) coordinatore delle politiche per il Nord, utilizzando al meglio un'esperienza importante e riconosciuta. Sarebbe un interlocutore sul campo - d'intesa col leader del partito - per i leghisti in libera uscita e i moderati in cerca d'autore: che oggi trovano nel Terzo Polo una forza autonoma dal berlusconismo, e in grado di reggere al gioco al massacro scatenato contro Fini.
Soprattutto l'Italia incomincia a prendere atto che forse sta tramontando l'età del populismo, con il carisma che soffia là dove il leader vuole, inventando partiti e disfacendoli su un predellino. Torna la politica, e non eravamo più abituati. E con la politica, torna il diritto di pensare che il cambiamento è possibile, perché l'Italia non è di Berlusconi.
Ezio Mauro Repubblica.it
REFERENDUM NUCLEARE
GRAZIE SARDEGNA!
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