quarto stato

mercoledì 8 giugno 2011

Ecomafia 2011: le storie e i numeri della criminalità ambientale

30.824 illeciti ambientali accertati nel 2010, 84 al giorno, 3,5 ogni ora. 19,3 miliardi di euro di fatturato, 2 milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi sequestrati, 26.500 nuovi immobili abusivi stimati, 290 i clan coinvolti. Questi solo alcuni dei numeri contenuti nel dossier di Legambiente Ecomafia 2011. In testa alla classifica dell'illegalità è ancora la Campania seguita da Calabria, Sicilia e Puglia ma crescono fortemente gli illeciti in Lombardia.


1.117 chilometri. Più o meno da Reggio Calabria a Milano. Questa la lunga strada che 82.181 tir carichi di rifiuti potrebbero coprire. Una interminabile autocolonna 'immaginata' sommando i quantitativi di rifiuti (2 milioni di tonnellate) sequestrati solo in 12 delle 29 inchieste per traffico illecito di rifiuti messe a segno dalle forze dell’ordine nel corso del 2010. Una strada impressionante eppure ancora sottostimata, perché i quantitativi sequestrati sono disponibili per meno della metà delle inchieste ma anche perché, com’è noto, viene normalmente individuata solo una parte delle merci trafficate illegalmente.
540 campi da calcio, invece, possono rendere l’idea del suolo consumato nel 2010 dall’edilizia abusiva, con 26.500 nuovi immobili stimati. Una vera e propria cittadina illegale, con 18.000 abitazioni costruite ex novo e la cementificazione di circa 540 ettari.
Bastano questi semplici esempi a illustrare la gravità del saccheggio del territorio descritto e analizzato nel rapporto Ecomafia 2011 di Legambiente, presentato ieri a Roma, presso la sede del Cnel, durante una conferenza stampa che ha visto la partecipazione di Antonio Marzano (Presidente CNEL), Vittorio Cogliati Dezza (Presidente nazionale Legambiente), Enrico Fontana (Responsabile Osservatorio Nazionale Ambiente e Legalità - Legambiente), Alfredo Mantovano (Sottosegretario Ministero Interno), Fabio Granata (Vice Presidente Commissione Antimafia), Marcello Tocco (Coordinatore osservatorio socio-economico sulla criminalità – CNEL), Alessandro Bratti (Comm. Bicamerale d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti), Paolo Russo (Presidente Comm. Agricoltura Camera dei Deputati), Roberto Della Seta (Comm. Ambiente, Senato), Cristiana Coppola (Vice Presidente Mezzogiorno Confindustria), Francesco Ferrante (Comm. Ambiente, Senato), Luca Palamara (Presidente Ass. Nazionale Magistrati).
Sono 290 i clan ben impegnati nel business dell’ecomafia censiti nel rapporto, 20 in più rispetto al 2009; 19,3 miliardi di euro invece è il giro d’affari stimato per il solo 2010. Nel complesso, la Campania continua a occupare il primo posto nella classifica dell’illegalità ambientale, con 3.849 illeciti, pari al 12,5% del totale nazionale, 4.053 persone denunciate, 60 arresti e 1.216 sequestri, seguita dalle altre regioni a tradizionale presenza mafiosa: nell’ordine Calabria, Sicilia e Puglia, dove si consuma circa il 45% dei reati ambientali denunciati dalle forze dell’ordine nel 2010. Un dato significativo ma in costante flessione rispetto agli anni precedenti, in virtù della crescita, parallela, dei reati in altre aree geografiche. Si segnala, in particolare, quella nord Occidentale, che si attesta al 12% a causa del forte incremento degli illeciti accertati in Lombardia.

colletti bianchi
Il business dell'ecomafia si propaga e si rafforza anche grazie al coinvolgimento dei cosiddetti 'colletti bianchi'
“Come un virus, con diverse modalità di trasmissione e una micidiale capacità di contagio. Questa l’immagine dell’ecomafia che emerge dal rapporto 2001 – ha dichiarato Enrico Fontana, responsabile dell’Osservatorio Ambiente e legalità dell’associazione -. Un virus che avvelena l’ambiente, inquina l’economia, mette in pericolo la salute delle persone; che ha un sistema genetico locale e una straordinaria capacità di connessione su scala globale: può nascere, infatti, in provincia di Caserta o di Reggio Calabria e riprodursi a Milano, entrare in simbiosi con altre cellule in altre città europee, saldare il suo Dna con ceppi lontani, fino a Hong Kong.
I fenomeni di criminalità ambientale continuano a diffondersi senza incontrare adeguate resistenze, determinando impressionanti sottrazioni di risorse naturali e gravi distorsioni dell’economia, con significativi contraccolpi sulle possibilità di crescita per le imprese virtuose. Eppure, nonostante i ripetuti allarmi, poco o nulla è stato fatto sul versante della prevenzione e degli strumenti indispensabili per prosciugare il 'brodo di cultura' del virus eco mafioso, che così continua a diffondersi e moltiplicarsi approfittando di gravi sottovalutazioni, molte complicità e troppi silenzi”.
“Numerose indagini e i rapporti sull’ecomafia finora realizzati dimostrano che il business dell’ecomafia, con la sua capacità pervasiva e la possibilità di occupare stabilmente posti chiave dell’economia, si propaga e si rafforza anche grazie al coinvolgimento dei cosiddetti colletti bianchi (impiegati e quadri in ruoli chiave delle amministrazioni) e alle infiltrazioni nell’imprenditoria legale – ha dichiarato il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza -. Fenomeno che si aggrava notevolmente nelle fasi di crisi economica e di scarsità finanziaria e che rende difficoltoso la svolgimento delle indagini e la ricerca delle responsabilità che si perdono in un percorso travagliato tra legalità e malaffare. Per porre rimedio a questa situazione, avevamo atteso con ansia il decreto col quale il governo deve recepire la Direttiva europea sulla tutela penale dell’ambiente, inserendo finalmente i delitti ambientali nel Codice Penale. Purtroppo, ad oggi, lo schema approvato rappresenta una vera e propria ‘occasione mancata’.
Si rimane, infatti, nel solco delle fattispecie contravvenzionali, senza riuscire a individuare i delitti, con l’effetto di continuare a fornire alle forze che devono indagare e reprimere armi spuntate: nessuna possibilità di utilizzare le intercettazioni telefoniche e ambientali, impossibilità delle rogatorie internazionali, tempi brevissimi di prescrizione”.

rifiuti
Le forze dell’ordine hanno accertato circa 6.000 illeciti relativi al ciclo dei rifiuti (circa 1 reato ogni 90 minuti)
Gli illeciti accertati sono stati 30.824, con un incremento del 7,8% rispetto 2009: più di 84 reati al giorno, 3,5 ogni ora. I reati relativi al ciclo illegale di rifiuti (dalle discariche ai traffici illeciti) e a quello del cemento (dalle cave all’abusivismo edilizio) rappresentano da soli il 41% sul totale, seguiti dai reati contro la fauna, (19%), dagli incendi dolosi (16%), da quelli nella filiera agroalimentare (15%), mentre tutti le altre tipologie di violazioni non superano complessivamente il 6% degli illeciti accertati.
Dietro questi numeri c’è l’impegno, costante, di tutte le forze dell’ordine: il lavoro svolto in generale dal Corpo forestale dello Stato e da quelli delle regioni a statuto speciale, soprattutto per quanto riguarda il ciclo illegale del cemento; l’attività d’indagine sviluppata dal Comando tutela ambiente dell’Arma dei carabinieri in particolare per quanto riguarda i traffici illegali di rifiuti; l’incremento dei reati denunciati dalle Capitanerie di porto, quasi raddoppiati rispetto al 2009; l’azione della Guardia di finanza per i reati economici in campo ambientale; quella in crescita, così come i risultati, dell’Agenzia delle Dogane e in particolare dell’Ufficio antifrode contro i traffici internazionali di rifiuti e di specie protette; l’attenzione crescente della Polizia di Stato e quella diffusa sul territorio delle diverse Polizie provinciali.
Attività a cui si deve aggiungere il lavoro svolto, come sempre, dal Comando carabinieri per la tutela del patrimonio culturale e il contributo specifico, che pubblichiamo anche quest’anno, della Direzione investigativa antimafia, impegnata in particolare nell’analisi dei fenomeni d’infiltrazione dei clan nel ciclo dei rifiuti.
Il 2010 è un anno da record per le inchieste sull’unico delitto ambientale, quello contro i professionisti del traffico illecito di veleni (art. 260 Dlgs 152/06): sono state ben 29, con l’arresto di 61 persone e la denuncia di 597 e il coinvolgimento di 76 aziende. Altre 6 inchieste di questo tipo si sono svolte nei primi quattro mesi del 2011, mentre in totale – cioè dalla sua entrata in vigore nel 2002 a oggi – sono salite a quota 183. Il fenomeno si è oramai allargato a tutto il paese, consolidandosi in strutture operative flessibili e modulari, in grado di muovere agevolmente tonnellate di veleni da un punto all’altro dello stivale.
I numeri e i dati relativi alle attività d’indagine svolte sui traffici illeciti non esauriscono l’azione di contrasto dei fenomeni di smaltimento illegale. Sempre nel corso del 2010, le forze dell’ordine hanno accertato circa 6.000 illeciti relativi al ciclo dei rifiuti (circa 1 reato ogni 90 minuti). La classifica a livello nazionale è guidata, anche in questo caso, dalle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (nell’ordine Campania, Puglia, Calabria e Sicilia), ma cresce anche il numero di reati accertati nel Lazio e in Lombardia.
E dove ci sono rifiuti c’è sempre qualcuno che ha la sua ricetta facile di smaltimento, illegale, ovviamente. Da Ascoli Piceno a Montenero di Bisaccia, da Brescia a Reggio Emilia, da Palermo a Cuneo, da Chieri a Teramo, il copione svelato dagli investigatori è sempre lo stesso. Si fanno carte false e si spediscono lungo le rotte illegali, che possono anche essere marine e spingersi fino in Cina. Dai porti di Venezia, Napoli, Gioia Tauro, Genova ma anche Cagliari, dove i carabinieri la scorsa estate hanno scoperto una organizzazione che spediva carichi di rifiuti elettrici ed elettronici (Raee) verso Cina, Malesia, Pakistan, Nigeria, Congo.


540 campi da calcio possono rendere l’idea del suolo consumato nel 2010 dall'edilizia abusiva

L’Agenzia delle Dogane ha inoltrato alle autorità competenti più di 100 notizie di reato per traffico internazionale di rifiuti (art. 259 Dlgs 152/06) e sequestrato nei porti italiani ben 11.400 tonnellate di rifiuti speciali e pericolosi, il 54% in più rispetto al 2009. Il 60% di questi diretti in Cina, il 12% in Corea del Sud, il 10% in India, il 4% in Malesia e così via.

Per quanto riguarda il ciclo del cemento, nel 2010 sono stati accertati 6.922 illeciti, con 9.290 persone denunciate, più di una ogni ora. La Calabria è la prima regione come numero d’infrazioni (945) seguita dalla Campania, dove si registra il maggior numero di persone denunciate (1.586) e dal Lazio. Secondo le stime del Cresme, nel 2010 sono stati 26.500 i casi gravi di abusivismo, tra nuove costruzioni (18.000), ampliamenti e cambiamenti di destinazioni d’uso. E, come se non bastasse, si continua a costruire abusivamente e fuori controllo in un territorio ad alto rischio idrogeologico.
Sempre la Calabria, regione con il 100% dei comuni interessati da aree a rischio idrogeologico solcata da torrenti e fiumare, nulla ferma l’avanzata del cemento abusivo. Lungo la costa è accertato un abuso ogni 100 metri, 5.210 in tutta la Regione e 2.000 nella sola Provincia di Reggio Calabria. La Campania dal 1950 al 2008 è stata fra le regioni più colpite da eventi franosi, piangendo anche 431 vittime, e da inondazioni con 211 vittime (Fonte: Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Consiglio nazionale delle ricerche Cnr-Irpi). Ebbene, in un così fragile territorio in soli dieci anni sono state realizzate 60.000 case abusive, 6.000 ogni anno, 16 al giorno.
Anche le frodi alimentari sono state al centro dell’intenso lavoro di tutte le forze dell’ordine, in particolare del Comando Carabinieri per la Tutela della Salute e del Nucleo Agroalimentare e Forestale del Corpo forestale dello Stato. Nel 2010 sono state 4.520 le infrazioni accertate nel settore, 2.557 le denunce e 47 gli arresti; mentre il valore dei sequestri ha raggiunto una cifra che supera i 756 milioni di euro. Il maggior numero di reati è stato riscontrato nel settore delle carni e allevamenti (1.244), della ristorazione (1.095) e dei prodotti alimentari vari. Le strutture chiuse e sequestrate sono state 1.323 con il sequestro di quasi 24 milioni di chili/litri di merci. Secondo la Cia il fatturato si aggira intorno ai 7,5 miliardi di euro.
In questo rapporto viene stimato, dal Comando carabinieri tutela patrimonio culturale, anche il business dell’arte rubata: il valore di opere e reperti recuperati ammonta, solo nel 2010, a più di 216 milioni di euro. In leggera flessione il numero di furti (983, l’anno prima erano stati 1.093), quasi 3 al giorno, ma cresce in maniera esponenziale il numero di oggetti trafugati: 20.320 lo scorso anno, erano 13.219 nel 2009. Nel totale ci sono state 1.237 persone indagate e 52 arresti. Da segnalare anche i furti nel settore dei libri, documenti antichi e beni archivistici di rilevante interesse storico-culturale, a danno di istituti, enti e biblioteche pubbliche e private dove spesso gli ammanchi sono ignorati a causa della incompleta catalogazione dei testi, della estrema facilità di trasporto e parcellizzazione dei beni sottratti. Nel 2010 il numero di documenti e libri denunciati come sottratti è stato nettamente superiore a quello registrato nel 2009 (11.712 a fronte di 3.713). Da sottolineare gli ottimi risultati investigativi in fatto di recupero di oggetti d’arte: nel 2010 la cifra sale a quota 84.869, dei quali 79.260 provenienti direttamente da furti.
Sempre nell’ultimo anno le forze dell’ordine hanno accertato 5.835 reati commessi contro la fauna, quasi 16 al giorno: +13,2% rispetto al 2009 per un business che ogni anno si aggira intorno ai 3 miliardi di euro ed è sempre più globalizzato. Secondo il Corpo Forestale dello Stato, la stragrande maggioranza degli accertamenti, oltre 39.000, è avvenuta in ambito doganale a causa dell’espansione globale dei mercati orientali (a partire da quello cinese) con un volume d’affari di specie animali e vegetali e di prodotti lavorati che supera ormai, a livello mondiale, i 100 miliardi di euro all’anno.
A concludere affari con l’ecomafia è spesso un vero e proprio esercito di colletti bianchi e imprenditori collusi. Ampia disponibilità di denaro liquido da una parte, competenze professionali e società di copertura dall’altra hanno trovato nel business ambientale una perfetta quadratura. I ‘Sistemi criminali’ (dalla definizione del magistrato Roberto Scarpinato) sono la sintesi migliore per capire l’ecomafia di oggi. I ‘Sistemi criminali’, sono network illegali complessi dei quali fanno parte soggetti appartenenti a mondi diversi: politici, imprenditori, professionisti, mafiosi tradizionali.
Il ‘sistema nervoso’ che mette in comunicazione tra loro tutti i soggetti è costituito dai cosiddetti colletti bianchi, persone con un curriculum di rispettabilità, sociale ed economica. Senza il loro concorso, molti affari illegali non si potrebbero neppure immaginare. È in questo ‘Sistema’ che il virus si modifica, cambia strategia di diffusione, cerca di diventare invisibile agli anticorpi.
di Legambiente
 

martedì 7 giugno 2011

Interrogazioni del capogruppo del Pd in commissione Difesa e di Giulio Calvisi

LA MADDALENA. Come una violenta scossa di terremoto. La notizia del trasporto di un colossale carico d'armi su traghetti passeggeri, dall'isola-bunker di Santo Stefano fino a Civitavecchia, scuote nel profondo il mondo della politica riaprendo antiche ferite. È la crudezza stessa della notizia ad imprimere un'accelerazione al dibattito sulla presenza militare in Sardegna. Sul suo ruolo, sui suoi metodi e, soprattutto, sul suo enorme peso sulla vita dell'isola. La notizia del trasporto delle armi non può infatti non coniugarsi con il blocco delle esercitazioni in Sardegna voluto dal Comitato misto paritetico sulle servitù militari, dopo gli sviluppi dell'inchiesta giudiziaria sulle attività nel Poligono del Salto di Quirra. O con le ombre che si sono proiettate sul Teulada, dove è stata segnalata la presenza di personale militare iraniano, interessato ai test sugli elicotteri da combattimento Mangusta.

La reazione del capogruppo del Pd in Commissione Difesa, Gian Piero Scanu, è molto forte: «La gravità della notizia del trasporto di un enorme carico di armi dai depositi di Guardia del Moro alla Penisola, utilizzando traghetti passeggeri, è grave e sconvolgente. Martedì presenterò un'interrogazione urgente al ministro della Difesa e alla presidenza del Consiglio dei ministri con la richiesta di una corsia preferenziale». Dunque, Scanu chiede immediatamente chiarezza. Ma per il senatore del Pd l'episodio riapre un ventaglio di dubbi che possono essere affrontati in chiave politica solo su un piano più generale. Dice infatti Scanu: «Non basta la verifica dei fatti circoscritta a questo gravissimo episodio. Perché diventa naturale chiedersi se, quelli utilizzati in questa circostanza, siano protocolli normali per le forze armate. Se cioè esistono precedenti. Per questo è necessario riaprire il confronto politico sul tema complesso della presenza militare nell'isola, ridefinire ruoli, spazi, attività e soprattutto garanzie per la salute e per la limitazione dei rischi». Scanu conclude chiedendosi perché la Marina abbia deciso di liberare il deposito proprio ora: «Che la decisione sia legata al fatto che La Maddalena interessi di nuovo agli Stati Uniti e alla Nato?».

Anche sul fronte della Camera dei deputati la notizia del trasporto delle armi sequestrate nel 1994 al miliardario russo Alexander Zhukov ha creato un piccolo sisma. Il democratico Giulio Calvisi annuncia un'interrogazione urgente. «Sono esterrefatto. La prima cosa da capire è se per le autorità militari sia una procedura normale far viaggiare carichi su vettori passeggeri invece di utilizzare naviglio militare, con il quale sono garantite tutte le condizioni di sicurezza. A quanto risulta, la Marina non ha smentito la notizia, ma si è limitata a dire che il materiale era stato messo in sicurezza».

Calvisi inquadra poi la vicenda nel disastrato scenario maddalenino: «È l'ennesimo episodio poco chiaro che si consuma nell'arcipelago dopo il G8 mancato, la riconversione economica che non c'è stata e le bonifiche non fatte. Su questo punto c'è molta opacità. Per esempio, non si sa neppure dove siano andati a finire i rifiuti tossici, se e dove siano stati smaltiti o se siano stati nascosti da qualche parte».

«Per finire, poi - dice ancora Calvisi - c'è il capitolo delle dismissioni. Un processo non lineare e che ora rischia di complicarsi. Nonostante le smentite della Difesa e del ministro La Russa, infatti, sembra che le forze armate vogliano indietro aree e strutture. Perché questo ripensamento? Forse perché La Maddalena deve tornare a essere strategica in uno scacchiere militare internazionale?».


di Piero Mannironi

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«La Russa dia chiarimenti»

Trasporto armi. Scanu: «Fatti di gravità inaudita»

Interrogazioni del capogruppo del Pd in commissione Difesa e di Giulio Calvisi

LA MADDALENA. Come una violenta scossa di terremoto. La notizia del trasporto di un colossale carico d'armi su traghetti passeggeri, dall'isola-bunker di Santo Stefano fino a Civitavecchia, scuote nel profondo il mondo della politica riaprendo antiche ferite. È la crudezza stessa della notizia ad imprimere un'accelerazione al dibattito sulla presenza militare in Sardegna. Sul suo ruolo, sui suoi metodi e, soprattutto, sul suo enorme peso sulla vita dell'isola. La notizia del trasporto delle armi non può infatti non coniugarsi con il blocco delle esercitazioni in Sardegna voluto dal Comitato misto paritetico sulle servitù militari, dopo gli sviluppi dell'inchiesta giudiziaria sulle attività nel Poligono del Salto di Quirra. O con le ombre che si sono proiettate sul Teulada, dove è stata segnalata la presenza di personale militare iraniano, interessato ai test sugli elicotteri da combattimento Mangusta.

La reazione del capogruppo del Pd in Commissione Difesa, Gian Piero Scanu, è molto forte: «La gravità della notizia del trasporto di un enorme carico di armi dai depositi di Guardia del Moro alla Penisola, utilizzando traghetti passeggeri, è grave e sconvolgente. Martedì presenterò un'interrogazione urgente al ministro della Difesa e alla presidenza del Consiglio dei ministri con la richiesta di una corsia preferenziale». Dunque, Scanu chiede immediatamente chiarezza. Ma per il senatore del Pd l'episodio riapre un ventaglio di dubbi che possono essere affrontati in chiave politica solo su un piano più generale. Dice infatti Scanu: «Non basta la verifica dei fatti circoscritta a questo gravissimo episodio. Perché diventa naturale chiedersi se, quelli utilizzati in questa circostanza, siano protocolli normali per le forze armate. Se cioè esistono precedenti. Per questo è necessario riaprire il confronto politico sul tema complesso della presenza militare nell'isola, ridefinire ruoli, spazi, attività e soprattutto garanzie per la salute e per la limitazione dei rischi». Scanu conclude chiedendosi perché la Marina abbia deciso di liberare il deposito proprio ora: «Che la decisione sia legata al fatto che La Maddalena interessi di nuovo agli Stati Uniti e alla Nato?».

Anche sul fronte della Camera dei deputati la notizia del trasporto delle armi sequestrate nel 1994 al miliardario russo Alexander Zhukov ha creato un piccolo sisma. Il democratico Giulio Calvisi annuncia un'interrogazione urgente. «Sono esterrefatto. La prima cosa da capire è se per le autorità militari sia una procedura normale far viaggiare carichi su vettori passeggeri invece di utilizzare naviglio militare, con il quale sono garantite tutte le condizioni di sicurezza. A quanto risulta, la Marina non ha smentito la notizia, ma si è limitata a dire che il materiale era stato messo in sicurezza».

Calvisi inquadra poi la vicenda nel disastrato scenario maddalenino: «È l'ennesimo episodio poco chiaro che si consuma nell'arcipelago dopo il G8 mancato, la riconversione economica che non c'è stata e le bonifiche non fatte. Su questo punto c'è molta opacità. Per esempio, non si sa neppure dove siano andati a finire i rifiuti tossici, se e dove siano stati smaltiti o se siano stati nascosti da qualche parte».

«Per finire, poi - dice ancora Calvisi - c'è il capitolo delle dismissioni. Un processo non lineare e che ora rischia di complicarsi. Nonostante le smentite della Difesa e del ministro La Russa, infatti, sembra che le forze armate vogliano indietro aree e strutture. Perché questo ripensamento? Forse perché La Maddalena deve tornare a essere strategica in uno scacchiere militare internazionale?».


di Piero Mannironi

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«La Russa dia chiarimenti»

Missili sulle navi passeggeri, distrutti o destinati a una rotta segreta?

Giallo su dove sono finite le armi di Zhukov. Portate in un sito segreto dopo il trasferimento a Civitavecchia su un traghetto di linea. Guardia del Moro liberata per la Nato o le armi sono state trasferite per essere usate?

LA MADDALENA. La magistratura seguirà la sua strada: definirà i profili di responsabilità, verificherà l'eventuale violazione delle procedure di sicurezza e chiarirà chi e perché ha deciso il trasferimento delle armi, che nel 1994 erano destinate al mattatoio dei Balcani, dall'isola-bunker di Santo Stefano a Civitavecchia su traghetti passeggeri invece che su naviglio militare. Un'operazione che, al di là della sua compatibilità con norme e regolamenti, appare a dir poco non ortodossa se non addirittura molto discutibile. E che apre inevitabilmente un fronte politico.

Le prime reazioni di alcuni parlamentari sardi come Gian Piero Scanu e Giulio Calvisi, ma anche le preoccupazioni espresse dal presidente della Regione Ugo Cappellacci sono infatti il segnale chiaro di un ritorno di attenzione sulla questione più generale della presenza militare nell'isola. Un dibattito che aveva raggiunto toni acuti e momenti di confronto anche ruvido negli anni scorsi tra la Regione e il governo e la Difesa, ma che si è poi progressivamente affievolito.

Negli ultimi mesi qualcosa ha ricominciato a muoversi, per dire la verità, con l'inchiesta aperta dalla procura di Lanusei sulle attività nel poligono interforze del Salto di Quirra e le sue pericolose ricadute sul piano ambientale e della salute pubblica. E hanno alimentato legittime preoccupazioni alcuni episodi inquietanti, come la presenza di personale militare iraniano nel poligono di Teulada per testare l'elicottero da combattimento Mangusta. Circostanza smentita dal comando militare della Sardegna che ha però tenuto a chiarire che le attività all'interno dei poligoni dipendono direttamente da Roma.

Il caso del trasferimento delle armi sequestrate all'oligarca russo Alexander Borisovic Zhukov è però anche la premessa di un giallo politico-militare ancora tutto da chiarire. Prima di tutto: si sa che migliaia di kalashnikov, di razzi e di missili sono partiti dal deposito-bunker di Guardia del Moro, a Santo Stefano, ma non si conosce la loro destinazione. Perché, poi, questo trasferimento è stato deciso proprio ora, cioè a sei anni dalla sentenza della Cassazione che assolse per difetto di giurisdizione Zhukov e altre nove persone, tra le quali l'imprenditore greco Kostantinos Dafermos, il trafficante ungherese Gedda Mezosy e l'ex agente del Kgb Anatolij Fedorenko, considerato in stretti rapporti con la Solnetsevskaja (Brigata del Sole), uno dei più potenti clan della mafia russa?

La magistratura respinse la richiesta di Zhukov di riavere indietro l'arsenale sequestrato (per un valore di decine di milioni di dollari) sulla Jadran Express perché, al di là del mancato riconoscimento della responsabilità penale degli imputati, le armi erano destinate alle fazioni in lotta nella ex Jugoslavia e quindi era stato forzato, illegittimamente per il diritto internazionale, il blocco imposto dall'Onu.

La magistratura torinese dispose quindi la distruzione dell'immenso arsenale che era stato stoccato nelle gallerie sotto roccia di Guardia del Moro. Ma nessuno ha fino a oggi provveduto ad eseguire l'ordine. Quelle armi sono rimaste così conservate a Santo Stefano, quasi a legittimare l'utilità del deposito, proprio mentre si scatenavano furenti polemiche sull'opportunità di dismettere Guardia del Moro e restituire i terreni ai legittimi proprietari.
Ecco dunque la prima domanda che attende una risposta: perché le armi non sono state distrutte? Ma aprendo gli archivi e rileggendo con attenzione il caso della Jadran Express, si scopre che forse merita un approfondimento anche il trasferimento delle armi da Taranto a Santo Stefano, subito dopo il sequestro. Sì, perché pare che, come è accaduto nelle scorse settimane, la Difesa anche allora si sia rivolta a un'impresa privata specializzata nei trasporti. Da qui il dubbio che anche negli anni Novanta, il trasporto dell'arsenale possa essere avvenuto non su naviglio militare, ma su traghetti civili di linea.

C'è poi la domanda forse più importante: dove sono state realmente trasferite le armi di Zhukov? Problema non secondario, questo. Ma ogni risposta apre nuove domande. Per esempio: se sono state destinate alla distruzione si deve capire perché lo si fa proprio ora, 17 anni dopo il sequestro e sei anni dopo la sentenza della Cassazione.

Se invece sono destinate a essere stoccate in un altro deposito nella Penisola, ne consegue in logico interrogativo: perché si è deciso di sgomberare le gallerie di Guardia del Moro? Forse si è deciso di destinarle a un nuovo utilizzo, visto che è stata già presentata la domanda di rinnovo della servitù militare che scade nel febbraio del prossimo anno? E se sì, c'entra qualcosa il crescente interesse della Nato per creare un presidio nell'arcipelago maddalenino come si è appreso nei mesi scorsi da alcune indiscrezioni?

C'è infine un'ultima ipotesi che però probabilmente non potrà mai avere una risposta. Ipotesi fantasiosa, si dirà, ma che ha qualche imbarazzante precedente storico. L'ammiraglio Fulvio Martini, che diresse il servizio segreto militare (allora Sismi), ammise in un'audizione davanti alla Commissione stragi del Parlamento il 6 ottobre 1999: «Negli anni 1985-1987 noi organizzammo una specie di colpo di stato in Tunisia, mettendo Ben Alì alla presidenza e sostituendo Bourghiba, ormai senescente, che voleva fuggire». Insomma, un "golpe morbido" voluto e organizzato dal governo Craxi e attuato proprio dal Sismi.

Martini usò molta prudenza, ma comunque ammise nella sostanza i fatti. Rivelando così l'esistenza di quella politica parallela, occulta, che si sviluppa fuori dai canoni dell'ortodossia diplomatica ufficiale. Per la verità, uno 007 italiano che partecipò al golpe in Tunisia, nome in codice G-71, parlò di un colpo di stato con momenti anche cruenti, anche con il ricorso alle armi. Tutta questa premessa per ipotizzare un possibile, ipotetico, utilizzo delle armi di Zhukov in uno scenario internazionale. Magari nell'area africana.

di Piero Mannironi

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Giallo su dove sono finite le armi di Zhukov

domenica 5 giugno 2011

Quirra. Documento ENEA: le prove dell'avvelenamento


QUIRRA - L'Enea: le polveri del poligono avvelenano aria e acqua ...così muoiono i pastori

Secondo le esperte, c'è una correlazione anche con le malformazioni negli agnelli causate dallo stesso inquinamento che deriva da alcune attività del poligono di Perdasdefogu e del Salto di Quirra.

VILLAPUTZU
Ci sarebbe un rapporto diretto tra la contaminazione dei pascoli e dell'aria di Quirra causata dalle attività del poligono, la nascita negli ovili di agnelli malformati e l'insorgenza dei tumori al sistema emo-linfatico (leucemie e linfomi) nei pastori. Lo sostiene l'Enea (l'Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile), in una relazione spedita il primo marzo al Procuratore di Lanusei, Domenico Fiordalisi.

CONTAMINAZIONE Le esperte Fiorella Carnevali e Marta Piscitelli ne danno una spiegazione scientifica: «Gli elementi chimico-tossici presenti, come è stato accertato, nei pascoli e nell'aria, possono essere stati ingeriti o inalati da animali e persone. Queste sostanze tossiche possono attaccare qualsiasi organo, anche la placenta o il feto, provocando malformazioni o tumori».
INALAZIONE L'ipotesi più probabile, secondo l'Enea, è che le sostanze nocive si siano introdotte negli animali e nelle persone tramite inalazione: «Greggi e pastori frequentano determinate zone del poligono contemporaneamente oppure immediatamente dopo esercitazioni o test che rilasciano polveri sottili tossiche nell'aria», hanno scritto Fiorella Carnevali e Marta Piscitelli al procuratore Domenico Fiordalisi.
LE MALATTIE «Queste sostanze contaminanti - prosegue l'Enea - possono essersi accumulate nell'organismo degli allevatori e aver dato vita, nell'arco di 10-15 anni, a leucemie e linfomi visto che il sistema linfatico funge da "filtro e spazzino" nell'organismo». Quindi la conclusione: «Questa ipotesi sulla genesi di determinate patologie spiegherebbe la concomitanza di nascita di agnelli mostruosi e di tumori linfatici nell'uomo».
URANIO Uno dei presunti killer, ma non l'unico, è l'uranio impoverito che non è stato trovato durante i controlli ambientali pagati dalla Difesa e affidati dalla Nato a una società del gruppo Fiat (la Sgs). L'accusa degli esperti scelti dai Comuni è stata esposta venerdì nel corso di un incontro a Cagliari. «Seguendo le metodologie scientifiche applicate dalla Sgs (pagata dalla difesa), era quasi impossibile trovare nel poligono uranio impoverito».Sostanza potenzialmente pericolosa rinvenuta invece in un agnello nato con due teste da genitori che pascolavano nel Salto di Quirra. Lo ha certificato un laboratorio di Bologna per conto del professor Massimo Zucchetti, docente di impianti nucleari del Politecnico di Torino e consulente della Procura di Lanusei.
LE CONFERME Il parere scientifico dell'Enea fa il paio con ciò che aveva detto Maria Antonietta Gatti, esperta di nano-particelle, nel corso di un convegno a Villaputzu nel gennaio del 2010: «A Quirra i pastori muoiono di leucemia». E conferma, almeno nei risultati, i sospetti dei veterinari delle Asl di Lanusei e Cagliari, Giorgio Mellis e Sandro Lorrai, capaci di contare 10 pastori malati (7 morti) sui 18 in un raggio di 2,7 chilometri dal poligono, in una contrada di Quirra.
LO SGOMBERO Il lavoro delle specialiste dell'Enea è una delle relazioni che ha ispirato il provvedimento di sgombero dei pastori del poligono, chiesto dal pm Fiordalisi e deciso dal gip Paola Murru. Entro il 22 luglio i Comuni dovranno trovare una nuova sistemazione per 66 aziende della zona e circa novemila capi di bestiame.
di Paolo Carta


Quirra, dove un pascolo o un posto di lavoro diventano più importanti della salute
In questa storia di ambiguità e interessi c’è il rischio che siano proprio le vittime i peggiori nemici della verità

«È peggio la fame della morte» dicevano i pastori barbaricini. Sintesi efficace di un pragmatismo primitivo nel quale la vita è declinata al presente e la morte è invece un’eventualità ineluttabile, che appartiene al futuro. Perché la fame è certa, mentre la morte è possibile. Insomma è la necessità che diventa un’i mpropria e semplificata filosofia del vivere. Solo entrando in questi meccanismi di disperazione e di rassegnazione è possibile capire l’atteggiamento della gente del Sarrabus e della bassa Ogliastra rispetto al Poligono interforze del Salto di Quirra.

Ecco che così il diritto al pascolo delle tue capre o delle tue pecore diventa più importante di un’ipoteca seria sulla tua salute e sulla tua vita. Oppure uno stipendio come impiegato civile nella base dissolve la tua paura di una possibile leucemia o di avere un figlio deforme. È la scelta triste del vuoto. O meglio, la rassegnazione a un vuoto che sostituisce speranze, prospettive e progetti. Una solitudine che alla fine corrisponde alla negazione di una consapevolezza politica e spinge fino all’estrema conseguenza del ripetersi quotidiano di un esorcismo inconscio che porta a negare perfino l’evidenza.

Così il numero delle croci non conta, o addirittura viene messo in dubbio, nonostante si conoscano i nomi e i cognomi dei morti. Così i bambini deformi di Escalaplano sembrano appartenere a una remota invenzione mediatica. E perfino le tracce di uranio impoverito nei tessuti di un agnello sembrano paradossalmente materializzare la paura del bisogno e non della morte. Perché tutto deve restare come è. Non importa a che costo. Anche quello di assumersi la responsabilità morale di condannare i propri figli a vivere tra veleni mortali, inaridendo il loro futuro.

Difficilmente condivisibile questo sentire diffuso, ma comunque comprensibile. Ciò che invece sfugge alla comprensione è la quasi totale assenza di indignazione e la mancata pretesa di verità. Che equivale allo smarrimento di una coscienza politica nella quale si perde il senso dei propri diritti. In estrema sintesi: il lavoro non può essere considerato una concessione, o peggio, un’elemosina, ma un diritto. Come pure è un diritto il risarcimento dei danni sia personali che quelli generali di tutta la comunità di Quirra. E il primo risarcimento che la politica deve a questo lembo di Sardegna è quello di rimediare ai danni causati alla salute e all’ambiente e costruire un progetto nuovo di sviluppo e di speranza.

Nella storiaccia di Quirra se c’è una cosa certa è che la verità su quanto accaduto negli ultimi sessant’anni dentro il poligono non è stata cercata. Anzi, gli indizi di depistaggio sono tanti e molto pesanti. Si è perfino arrivati a sfiorare il ridicolo quando è stata attribuita a una miniera di arsenico abbandonata la responsabilità dei tumori. Ma soprattutto non si è fatta alcuna indagine epidemiologica. Tanto che l’assessore regionale alla Sanità Antonello Liori ne parla oggi come di una novità necessaria. Ben dieci anni dopo la terribile denuncia dell’allora sindaco di Villaputzu Antonio Pili. La verità, imbarazzante, è che, fino all’i niziativa del procuratore di Lanusei, non si sono cercate seriamente le tracce degli agenti patogeni, l’origine del disastro. E tutto questo è certificato in atti e documenti consultabili e verificabili.

Per concludere: in questa storia infinita di ambiguità e di interessi miliardari nascosti c’è il rischio di un crudele paradosso. E cioè che i peggiori nemici della verità possano essere alla fine proprio le vittime della tragedia. Per un tozzo di pane.

di P.Mannironi