30.824
illeciti ambientali accertati nel 2010, 84 al giorno, 3,5 ogni ora.
19,3 miliardi di euro di fatturato, 2 milioni di tonnellate di rifiuti
pericolosi sequestrati, 26.500 nuovi immobili abusivi stimati, 290 i
clan coinvolti. Questi solo alcuni dei numeri contenuti nel dossier di
Legambiente Ecomafia 2011. In testa alla classifica dell'illegalità è
ancora la Campania seguita da Calabria, Sicilia e Puglia ma crescono
fortemente gli illeciti in Lombardia.
1.117
chilometri. Più o meno da Reggio Calabria a Milano. Questa la lunga
strada che 82.181 tir carichi di rifiuti potrebbero coprire. Una
interminabile autocolonna 'immaginata' sommando i quantitativi di
rifiuti (2 milioni di tonnellate) sequestrati solo in 12 delle 29
inchieste per traffico illecito di rifiuti messe a segno dalle
forze dell’ordine nel corso del 2010. Una strada impressionante eppure
ancora sottostimata, perché i quantitativi sequestrati sono disponibili
per meno della metà delle inchieste ma anche perché, com’è noto, viene
normalmente individuata solo una parte delle merci trafficate
illegalmente.
540 campi da calcio, invece, possono rendere l’idea del suolo consumato nel 2010 dall’edilizia abusiva,
con 26.500 nuovi immobili stimati. Una vera e propria cittadina
illegale, con 18.000 abitazioni costruite ex novo e la cementificazione
di circa 540 ettari.
Bastano questi semplici esempi a illustrare la gravità del saccheggio del territorio descritto e analizzato nel rapporto Ecomafia 2011
di Legambiente, presentato ieri a Roma, presso la sede del Cnel,
durante una conferenza stampa che ha visto la partecipazione di Antonio
Marzano (Presidente CNEL), Vittorio Cogliati Dezza (Presidente nazionale
Legambiente), Enrico Fontana (Responsabile Osservatorio Nazionale
Ambiente e Legalità - Legambiente), Alfredo Mantovano (Sottosegretario
Ministero Interno), Fabio Granata (Vice Presidente Commissione
Antimafia), Marcello Tocco (Coordinatore osservatorio socio-economico
sulla criminalità – CNEL), Alessandro Bratti (Comm. Bicamerale
d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti), Paolo Russo (Presidente Comm.
Agricoltura Camera dei Deputati), Roberto Della Seta (Comm. Ambiente,
Senato), Cristiana Coppola (Vice Presidente Mezzogiorno Confindustria),
Francesco Ferrante (Comm. Ambiente, Senato), Luca Palamara (Presidente
Ass. Nazionale Magistrati).
Sono 290 i clan ben impegnati nel business dell’ecomafia
censiti nel rapporto, 20 in più rispetto al 2009; 19,3 miliardi di euro
invece è il giro d’affari stimato per il solo 2010. Nel complesso, la
Campania continua a occupare il primo posto nella classifica
dell’illegalità ambientale, con 3.849 illeciti, pari al 12,5% del totale
nazionale, 4.053 persone denunciate, 60 arresti e 1.216 sequestri,
seguita dalle altre regioni a tradizionale presenza mafiosa: nell’ordine
Calabria, Sicilia e Puglia, dove si consuma circa il 45% dei reati
ambientali denunciati dalle forze dell’ordine nel 2010. Un dato
significativo ma in costante flessione rispetto agli anni precedenti, in
virtù della crescita, parallela, dei reati in altre aree geografiche.
Si segnala, in particolare, quella nord Occidentale, che si attesta al
12% a causa del forte incremento degli illeciti accertati in Lombardia.

Il business dell'ecomafia si propaga e si rafforza anche grazie al coinvolgimento dei cosiddetti 'colletti bianchi'
“Come un virus, con diverse
modalità di trasmissione e una micidiale capacità di contagio. Questa
l’immagine dell’ecomafia che emerge dal rapporto 2001 – ha dichiarato
Enrico Fontana, responsabile dell’Osservatorio Ambiente e legalità
dell’associazione -. Un virus che avvelena l’ambiente, inquina
l’economia, mette in pericolo la salute delle persone; che ha un sistema
genetico locale e una straordinaria capacità di connessione su scala
globale: può nascere, infatti, in provincia di Caserta o di Reggio
Calabria e riprodursi a Milano, entrare in simbiosi con altre cellule in
altre città europee, saldare il suo Dna con ceppi lontani, fino a Hong
Kong.
I fenomeni di criminalità ambientale
continuano a diffondersi senza incontrare adeguate resistenze,
determinando impressionanti sottrazioni di risorse naturali e gravi
distorsioni dell’economia, con significativi contraccolpi sulle
possibilità di crescita per le imprese virtuose. Eppure, nonostante i
ripetuti allarmi, poco o nulla è stato fatto sul versante della
prevenzione e degli strumenti indispensabili per prosciugare il 'brodo
di cultura' del virus eco mafioso, che così continua a diffondersi e
moltiplicarsi approfittando di gravi sottovalutazioni, molte complicità e
troppi silenzi”.
“Numerose indagini e i rapporti
sull’ecomafia finora realizzati dimostrano che il business
dell’ecomafia, con la sua capacità pervasiva e la possibilità di
occupare stabilmente posti chiave dell’economia, si propaga e si
rafforza anche grazie al coinvolgimento dei cosiddetti colletti bianchi
(impiegati e quadri in ruoli chiave delle amministrazioni) e alle
infiltrazioni nell’imprenditoria legale – ha dichiarato il presidente di
Legambiente Vittorio Cogliati Dezza -. Fenomeno che si aggrava
notevolmente nelle fasi di crisi economica e di scarsità finanziaria e
che rende difficoltoso la svolgimento delle indagini e la ricerca delle
responsabilità che si perdono in un percorso travagliato tra legalità e
malaffare. Per porre rimedio a questa situazione, avevamo atteso con
ansia il decreto col quale il governo deve recepire la Direttiva europea
sulla tutela penale dell’ambiente, inserendo finalmente i delitti
ambientali nel Codice Penale. Purtroppo, ad oggi, lo schema approvato
rappresenta una vera e propria ‘occasione mancata’.
Si rimane, infatti, nel solco delle fattispecie contravvenzionali,
senza riuscire a individuare i delitti, con l’effetto di continuare a
fornire alle forze che devono indagare e reprimere armi spuntate:
nessuna possibilità di utilizzare le intercettazioni telefoniche e
ambientali, impossibilità delle rogatorie internazionali, tempi
brevissimi di prescrizione”.

Le forze dell’ordine hanno accertato circa 6.000 illeciti relativi al ciclo dei rifiuti (circa 1 reato ogni 90 minuti)
Gli illeciti accertati
sono stati 30.824, con un incremento del 7,8% rispetto 2009: più di 84
reati al giorno, 3,5 ogni ora. I reati relativi al ciclo illegale di
rifiuti (dalle discariche ai traffici illeciti) e a quello del cemento
(dalle cave all’abusivismo edilizio) rappresentano da soli il 41% sul
totale, seguiti dai reati contro la fauna, (19%), dagli incendi dolosi
(16%), da quelli nella filiera agroalimentare (15%), mentre tutti le
altre tipologie di violazioni non superano complessivamente il 6% degli
illeciti accertati.
Dietro questi numeri c’è l’impegno, costante, di tutte le forze dell’ordine:
il lavoro svolto in generale dal Corpo forestale dello Stato e da
quelli delle regioni a statuto speciale, soprattutto per quanto riguarda
il ciclo illegale del cemento; l’attività d’indagine sviluppata dal
Comando tutela ambiente dell’Arma dei carabinieri in particolare per
quanto riguarda i traffici illegali di rifiuti; l’incremento dei reati
denunciati dalle Capitanerie di porto, quasi raddoppiati rispetto al
2009; l’azione della Guardia di finanza per i reati economici in campo
ambientale; quella in crescita, così come i risultati, dell’Agenzia
delle Dogane e in particolare dell’Ufficio antifrode contro i traffici
internazionali di rifiuti e di specie protette; l’attenzione crescente
della Polizia di Stato e quella diffusa sul territorio delle diverse
Polizie provinciali.
Attività a cui si deve aggiungere il lavoro svolto,
come sempre, dal Comando carabinieri per la tutela del patrimonio
culturale e il contributo specifico, che pubblichiamo anche quest’anno,
della Direzione investigativa antimafia, impegnata in particolare
nell’analisi dei fenomeni d’infiltrazione dei clan nel ciclo dei
rifiuti.
Il 2010 è un anno da record per le inchieste sull’unico delitto ambientale, quello contro i professionisti del traffico illecito di veleni
(art. 260 Dlgs 152/06): sono state ben 29, con l’arresto di 61 persone e
la denuncia di 597 e il coinvolgimento di 76 aziende. Altre 6 inchieste
di questo tipo si sono svolte nei primi quattro mesi del 2011, mentre
in totale – cioè dalla sua entrata in vigore nel 2002 a oggi – sono
salite a quota 183. Il fenomeno si è oramai allargato a tutto il paese,
consolidandosi in strutture operative flessibili e modulari, in grado di
muovere agevolmente tonnellate di veleni da un punto all’altro dello
stivale.
I numeri e i dati relativi alle
attività d’indagine svolte sui traffici illeciti non esauriscono
l’azione di contrasto dei fenomeni di smaltimento illegale. Sempre nel
corso del 2010, le forze dell’ordine hanno accertato circa 6.000
illeciti relativi al ciclo dei rifiuti (circa 1 reato ogni 90
minuti). La classifica a livello nazionale è guidata, anche in questo
caso, dalle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (nell’ordine
Campania, Puglia, Calabria e Sicilia), ma cresce anche il numero di
reati accertati nel Lazio e in Lombardia.
E dove ci sono rifiuti c’è sempre qualcuno che ha la sua ricetta facile di smaltimento,
illegale, ovviamente. Da Ascoli Piceno a Montenero di Bisaccia, da
Brescia a Reggio Emilia, da Palermo a Cuneo, da Chieri a Teramo, il
copione svelato dagli investigatori è sempre lo stesso. Si fanno carte
false e si spediscono lungo le rotte illegali, che possono anche essere
marine e spingersi fino in Cina. Dai porti di Venezia, Napoli, Gioia
Tauro, Genova ma anche Cagliari, dove i carabinieri la scorsa estate
hanno scoperto una organizzazione che spediva carichi di rifiuti
elettrici ed elettronici (Raee) verso Cina, Malesia, Pakistan, Nigeria,
Congo.

540 campi da calcio possono rendere l’idea del suolo consumato nel 2010 dall'edilizia abusiva
L’Agenzia delle Dogane ha inoltrato alle autorità competenti più di 100 notizie di reato per traffico internazionale di rifiuti
(art. 259 Dlgs 152/06) e sequestrato nei porti italiani ben 11.400
tonnellate di rifiuti speciali e pericolosi, il 54% in più rispetto al
2009. Il 60% di questi diretti in Cina, il 12% in Corea del Sud, il 10%
in India, il 4% in Malesia e così via.
Per quanto riguarda il ciclo del cemento,
nel 2010 sono stati accertati 6.922 illeciti, con 9.290 persone
denunciate, più di una ogni ora. La Calabria è la prima regione come
numero d’infrazioni (945) seguita dalla Campania, dove si registra il
maggior numero di persone denunciate (1.586) e dal Lazio. Secondo le
stime del Cresme, nel 2010 sono stati 26.500 i casi gravi di abusivismo,
tra nuove costruzioni (18.000), ampliamenti e cambiamenti di
destinazioni d’uso. E, come se non bastasse, si continua a costruire
abusivamente e fuori controllo in un territorio ad alto rischio
idrogeologico.
Sempre la Calabria, regione con
il 100% dei comuni interessati da aree a rischio idrogeologico solcata
da torrenti e fiumare, nulla ferma l’avanzata del cemento abusivo.
Lungo la costa è accertato un abuso ogni 100 metri, 5.210 in tutta la
Regione e 2.000 nella sola Provincia di Reggio Calabria. La Campania dal
1950 al 2008 è stata fra le regioni più colpite da eventi franosi,
piangendo anche 431 vittime, e da inondazioni con 211 vittime (Fonte: Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Consiglio nazionale delle ricerche Cnr-Irpi).
Ebbene, in un così fragile territorio in soli dieci anni sono state
realizzate 60.000 case abusive, 6.000 ogni anno, 16 al giorno.
Anche le frodi alimentari
sono state al centro dell’intenso lavoro di tutte le forze dell’ordine,
in particolare del Comando Carabinieri per la Tutela della Salute e del
Nucleo Agroalimentare e Forestale del Corpo forestale dello Stato. Nel
2010 sono state 4.520 le infrazioni accertate nel settore, 2.557 le
denunce e 47 gli arresti; mentre il valore dei sequestri ha raggiunto
una cifra che supera i 756 milioni di euro. Il maggior numero di reati è
stato riscontrato nel settore delle carni e allevamenti (1.244), della
ristorazione (1.095) e dei prodotti alimentari vari. Le strutture chiuse
e sequestrate sono state 1.323 con il sequestro di quasi 24 milioni di
chili/litri di merci. Secondo la Cia il fatturato si aggira intorno ai
7,5 miliardi di euro.
In questo rapporto viene stimato, dal Comando carabinieri tutela patrimonio culturale, anche il business dell’arte rubata:
il valore di opere e reperti recuperati ammonta, solo nel 2010, a più
di 216 milioni di euro. In leggera flessione il numero di furti (983,
l’anno prima erano stati 1.093), quasi 3 al giorno, ma cresce in maniera
esponenziale il numero di oggetti trafugati: 20.320 lo scorso anno,
erano 13.219 nel 2009. Nel totale ci sono state 1.237 persone indagate e
52 arresti. Da segnalare anche i furti nel settore dei libri, documenti
antichi e beni archivistici di rilevante interesse storico-culturale, a
danno di istituti, enti e biblioteche pubbliche e private dove spesso
gli ammanchi sono ignorati a causa della incompleta catalogazione dei
testi, della estrema facilità di trasporto e parcellizzazione dei beni
sottratti.
Nel 2010 il numero di documenti e
libri denunciati come sottratti è stato nettamente superiore a quello
registrato nel 2009 (11.712 a fronte di 3.713). Da sottolineare gli
ottimi risultati investigativi in fatto di recupero di oggetti
d’arte: nel 2010 la cifra sale a quota 84.869, dei quali 79.260
provenienti direttamente da furti.
Sempre nell’ultimo anno le forze dell’ordine hanno accertato 5.835 reati commessi contro la fauna,
quasi 16 al giorno: +13,2% rispetto al 2009 per un business che ogni
anno si aggira intorno ai 3 miliardi di euro ed è sempre più
globalizzato. Secondo il Corpo Forestale dello Stato, la stragrande
maggioranza degli accertamenti, oltre 39.000, è avvenuta in ambito
doganale a causa dell’espansione globale dei mercati orientali (a
partire da quello cinese) con un volume d’affari di specie animali e
vegetali e di prodotti lavorati che supera ormai, a livello mondiale, i
100 miliardi di euro all’anno.
A concludere affari con
l’ecomafia è spesso un vero e proprio esercito di colletti bianchi e
imprenditori collusi. Ampia disponibilità di denaro liquido da una
parte, competenze professionali e società di copertura dall’altra hanno
trovato nel business ambientale una perfetta quadratura. I ‘Sistemi criminali’
(dalla definizione del magistrato Roberto Scarpinato) sono la sintesi
migliore per capire l’ecomafia di oggi. I ‘Sistemi criminali’, sono
network illegali complessi dei quali fanno parte soggetti appartenenti a
mondi diversi: politici, imprenditori, professionisti, mafiosi
tradizionali.
Il ‘sistema nervoso’ che mette in comunicazione tra loro tutti i soggetti è costituito dai cosiddetti colletti bianchi,
persone con un curriculum di rispettabilità, sociale ed economica.
Senza il loro concorso, molti affari illegali non si potrebbero neppure
immaginare. È in questo ‘Sistema’ che il virus si modifica, cambia
strategia di diffusione, cerca di diventare invisibile agli anticorpi.
di Legambiente
Interrogazioni del capogruppo del Pd in commissione Difesa e di Giulio Calvisi
LA MADDALENA. Come una violenta
scossa di terremoto. La notizia del trasporto di un colossale carico
d'armi su traghetti passeggeri, dall'isola-bunker di Santo Stefano fino a
Civitavecchia, scuote nel profondo il mondo della politica riaprendo
antiche ferite. È la crudezza stessa della notizia ad imprimere
un'accelerazione al dibattito sulla presenza militare in Sardegna. Sul
suo ruolo, sui suoi metodi e, soprattutto, sul suo enorme peso sulla
vita dell'isola. La notizia del trasporto delle armi non può infatti non
coniugarsi con il blocco delle esercitazioni in Sardegna voluto dal
Comitato misto paritetico sulle servitù militari, dopo gli sviluppi
dell'inchiesta giudiziaria sulle attività nel Poligono del Salto di
Quirra. O con le ombre che si sono proiettate sul Teulada, dove è stata
segnalata la presenza di personale militare iraniano, interessato ai
test sugli elicotteri da combattimento Mangusta.
La reazione del capogruppo del Pd in Commissione Difesa, Gian Piero
Scanu, è molto forte: «La gravità della notizia del trasporto di un
enorme carico di armi dai depositi di Guardia del Moro alla Penisola,
utilizzando traghetti passeggeri, è grave e sconvolgente. Martedì
presenterò un'interrogazione urgente al ministro della Difesa e alla
presidenza del Consiglio dei ministri con la richiesta di una corsia
preferenziale». Dunque, Scanu chiede immediatamente chiarezza. Ma per il
senatore del Pd l'episodio riapre un ventaglio di dubbi che possono
essere affrontati in chiave politica solo su un piano più generale. Dice
infatti Scanu: «Non basta la verifica dei fatti circoscritta a questo
gravissimo episodio. Perché diventa naturale chiedersi se, quelli
utilizzati in questa circostanza, siano protocolli normali per le forze
armate. Se cioè esistono precedenti. Per questo è necessario riaprire il
confronto politico sul tema complesso della presenza militare
nell'isola, ridefinire ruoli, spazi, attività e soprattutto garanzie per
la salute e per la limitazione dei rischi». Scanu conclude chiedendosi
perché la Marina abbia deciso di liberare il deposito proprio ora: «Che
la decisione sia legata al fatto che La Maddalena interessi di nuovo
agli Stati Uniti e alla Nato?».
Anche sul fronte della Camera dei deputati la notizia del trasporto
delle armi sequestrate nel 1994 al miliardario russo Alexander Zhukov ha
creato un piccolo sisma. Il democratico Giulio Calvisi annuncia
un'interrogazione urgente. «Sono esterrefatto. La prima cosa da capire è
se per le autorità militari sia una procedura normale far viaggiare
carichi su vettori passeggeri invece di utilizzare naviglio militare,
con il quale sono garantite tutte le condizioni di sicurezza. A quanto
risulta, la Marina non ha smentito la notizia, ma si è limitata a dire
che il materiale era stato messo in sicurezza».
Calvisi inquadra poi la vicenda nel disastrato scenario maddalenino: «È
l'ennesimo episodio poco chiaro che si consuma nell'arcipelago dopo il
G8 mancato, la riconversione economica che non c'è stata e le bonifiche
non fatte. Su questo punto c'è molta opacità. Per esempio, non si sa
neppure dove siano andati a finire i rifiuti tossici, se e dove siano
stati smaltiti o se siano stati nascosti da qualche parte».
«Per finire, poi - dice ancora Calvisi - c'è il capitolo delle
dismissioni. Un processo non lineare e che ora rischia di complicarsi.
Nonostante le smentite della Difesa e del ministro La Russa, infatti,
sembra che le forze armate vogliano indietro aree e strutture. Perché
questo ripensamento? Forse perché La Maddalena deve tornare a essere
strategica in uno scacchiere militare internazionale?».
Interrogazioni del capogruppo del Pd in commissione Difesa e di Giulio Calvisi
LA MADDALENA. Come una violenta
scossa di terremoto. La notizia del trasporto di un colossale carico
d'armi su traghetti passeggeri, dall'isola-bunker di Santo Stefano fino a
Civitavecchia, scuote nel profondo il mondo della politica riaprendo
antiche ferite. È la crudezza stessa della notizia ad imprimere
un'accelerazione al dibattito sulla presenza militare in Sardegna. Sul
suo ruolo, sui suoi metodi e, soprattutto, sul suo enorme peso sulla
vita dell'isola. La notizia del trasporto delle armi non può infatti non
coniugarsi con il blocco delle esercitazioni in Sardegna voluto dal
Comitato misto paritetico sulle servitù militari, dopo gli sviluppi
dell'inchiesta giudiziaria sulle attività nel Poligono del Salto di
Quirra. O con le ombre che si sono proiettate sul Teulada, dove è stata
segnalata la presenza di personale militare iraniano, interessato ai
test sugli elicotteri da combattimento Mangusta.
La reazione del capogruppo del Pd in Commissione Difesa, Gian Piero
Scanu, è molto forte: «La gravità della notizia del trasporto di un
enorme carico di armi dai depositi di Guardia del Moro alla Penisola,
utilizzando traghetti passeggeri, è grave e sconvolgente. Martedì
presenterò un'interrogazione urgente al ministro della Difesa e alla
presidenza del Consiglio dei ministri con la richiesta di una corsia
preferenziale». Dunque, Scanu chiede immediatamente chiarezza. Ma per il
senatore del Pd l'episodio riapre un ventaglio di dubbi che possono
essere affrontati in chiave politica solo su un piano più generale. Dice
infatti Scanu: «Non basta la verifica dei fatti circoscritta a questo
gravissimo episodio. Perché diventa naturale chiedersi se, quelli
utilizzati in questa circostanza, siano protocolli normali per le forze
armate. Se cioè esistono precedenti. Per questo è necessario riaprire il
confronto politico sul tema complesso della presenza militare
nell'isola, ridefinire ruoli, spazi, attività e soprattutto garanzie per
la salute e per la limitazione dei rischi». Scanu conclude chiedendosi
perché la Marina abbia deciso di liberare il deposito proprio ora: «Che
la decisione sia legata al fatto che La Maddalena interessi di nuovo
agli Stati Uniti e alla Nato?».
Anche sul fronte della Camera dei deputati la notizia del trasporto
delle armi sequestrate nel 1994 al miliardario russo Alexander Zhukov ha
creato un piccolo sisma. Il democratico Giulio Calvisi annuncia
un'interrogazione urgente. «Sono esterrefatto. La prima cosa da capire è
se per le autorità militari sia una procedura normale far viaggiare
carichi su vettori passeggeri invece di utilizzare naviglio militare,
con il quale sono garantite tutte le condizioni di sicurezza. A quanto
risulta, la Marina non ha smentito la notizia, ma si è limitata a dire
che il materiale era stato messo in sicurezza».
Calvisi inquadra poi la vicenda nel disastrato scenario maddalenino: «È
l'ennesimo episodio poco chiaro che si consuma nell'arcipelago dopo il
G8 mancato, la riconversione economica che non c'è stata e le bonifiche
non fatte. Su questo punto c'è molta opacità. Per esempio, non si sa
neppure dove siano andati a finire i rifiuti tossici, se e dove siano
stati smaltiti o se siano stati nascosti da qualche parte».
«Per finire, poi - dice ancora Calvisi - c'è il capitolo delle
dismissioni. Un processo non lineare e che ora rischia di complicarsi.
Nonostante le smentite della Difesa e del ministro La Russa, infatti,
sembra che le forze armate vogliano indietro aree e strutture. Perché
questo ripensamento? Forse perché La Maddalena deve tornare a essere
strategica in uno scacchiere militare internazionale?».
Giallo
su dove sono finite le armi di Zhukov. Portate in un sito segreto dopo
il trasferimento a Civitavecchia su un traghetto di linea. Guardia del
Moro liberata per la Nato o le armi sono state trasferite per essere
usate?
LA
MADDALENA. La magistratura seguirà la sua strada: definirà i profili di
responsabilità, verificherà l'eventuale violazione delle procedure di
sicurezza e chiarirà chi e perché ha deciso il trasferimento delle armi,
che nel 1994 erano destinate al mattatoio dei Balcani,
dall'isola-bunker di Santo Stefano a Civitavecchia su traghetti
passeggeri invece che su naviglio militare. Un'operazione che, al di là
della sua compatibilità con norme e regolamenti, appare a dir poco non
ortodossa se non addirittura molto discutibile. E che apre
inevitabilmente un fronte politico.
Le prime reazioni di alcuni parlamentari sardi come Gian Piero Scanu e
Giulio Calvisi, ma anche le preoccupazioni espresse dal presidente della
Regione Ugo Cappellacci sono infatti il segnale chiaro di un ritorno di
attenzione sulla questione più generale della presenza militare
nell'isola. Un dibattito che aveva raggiunto toni acuti e momenti di
confronto anche ruvido negli anni scorsi tra la Regione e il governo e
la Difesa, ma che si è poi progressivamente affievolito.
Negli ultimi mesi qualcosa ha ricominciato a muoversi, per dire la
verità, con l'inchiesta aperta dalla procura di Lanusei sulle attività
nel poligono interforze del Salto di Quirra e le sue pericolose ricadute
sul piano ambientale e della salute pubblica. E hanno alimentato
legittime preoccupazioni alcuni episodi inquietanti, come la presenza di
personale militare iraniano nel poligono di Teulada per testare
l'elicottero da combattimento Mangusta. Circostanza smentita dal comando
militare della Sardegna che ha però tenuto a chiarire che le attività
all'interno dei poligoni dipendono direttamente da Roma.
Il caso del trasferimento delle armi sequestrate all'oligarca russo
Alexander Borisovic Zhukov è però anche la premessa di un giallo
politico-militare ancora tutto da chiarire. Prima di tutto: si sa che
migliaia di kalashnikov, di razzi e di missili sono partiti dal
deposito-bunker di Guardia del Moro, a Santo Stefano, ma non si conosce
la loro destinazione. Perché, poi, questo trasferimento è stato deciso
proprio ora, cioè a sei anni dalla sentenza della Cassazione che assolse
per difetto di giurisdizione Zhukov e altre nove persone, tra le quali
l'imprenditore greco Kostantinos Dafermos, il trafficante ungherese
Gedda Mezosy e l'ex agente del Kgb Anatolij Fedorenko, considerato in
stretti rapporti con la Solnetsevskaja (Brigata del Sole), uno dei più
potenti clan della mafia russa?
La magistratura respinse la richiesta di Zhukov di riavere indietro
l'arsenale sequestrato (per un valore di decine di milioni di dollari)
sulla Jadran Express perché, al di là del mancato riconoscimento della
responsabilità penale degli imputati, le armi erano destinate alle
fazioni in lotta nella ex Jugoslavia e quindi era stato forzato,
illegittimamente per il diritto internazionale, il blocco imposto
dall'Onu.
La magistratura torinese dispose quindi la distruzione dell'immenso
arsenale che era stato stoccato nelle gallerie sotto roccia di Guardia
del Moro. Ma nessuno ha fino a oggi provveduto ad eseguire l'ordine.
Quelle armi sono rimaste così conservate a Santo Stefano, quasi a
legittimare l'utilità del deposito, proprio mentre si scatenavano
furenti polemiche sull'opportunità di dismettere Guardia del Moro e
restituire i terreni ai legittimi proprietari.
Ecco dunque la prima domanda che attende una risposta: perché le armi
non sono state distrutte? Ma aprendo gli archivi e rileggendo con
attenzione il caso della Jadran Express, si scopre che forse merita un
approfondimento anche il trasferimento delle armi da Taranto a Santo
Stefano, subito dopo il sequestro. Sì, perché pare che, come è accaduto
nelle scorse settimane, la Difesa anche allora si sia rivolta a
un'impresa privata specializzata nei trasporti. Da qui il dubbio che
anche negli anni Novanta, il trasporto dell'arsenale possa essere
avvenuto non su naviglio militare, ma su traghetti civili di linea.
C'è poi la domanda forse più importante: dove sono state realmente
trasferite le armi di Zhukov? Problema non secondario, questo. Ma ogni
risposta apre nuove domande. Per esempio: se sono state destinate alla
distruzione si deve capire perché lo si fa proprio ora, 17 anni dopo il
sequestro e sei anni dopo la sentenza della Cassazione.
Se invece sono destinate a essere stoccate in un altro deposito nella
Penisola, ne consegue in logico interrogativo: perché si è deciso di
sgomberare le gallerie di Guardia del Moro? Forse si è deciso di
destinarle a un nuovo utilizzo, visto che è stata già presentata la
domanda di rinnovo della servitù militare che scade nel febbraio del
prossimo anno? E se sì, c'entra qualcosa il crescente interesse della
Nato per creare un presidio nell'arcipelago maddalenino come si è
appreso nei mesi scorsi da alcune indiscrezioni?
C'è infine un'ultima ipotesi che però probabilmente non potrà mai avere
una risposta. Ipotesi fantasiosa, si dirà, ma che ha qualche
imbarazzante precedente storico. L'ammiraglio Fulvio Martini, che
diresse il servizio segreto militare (allora Sismi), ammise in
un'audizione davanti alla Commissione stragi del Parlamento il 6 ottobre
1999: «Negli anni 1985-1987 noi organizzammo una specie di colpo di
stato in Tunisia, mettendo Ben Alì alla presidenza e sostituendo
Bourghiba, ormai senescente, che voleva fuggire». Insomma, un "golpe
morbido" voluto e organizzato dal governo Craxi e attuato proprio dal
Sismi.
Martini usò molta prudenza, ma comunque ammise nella sostanza i fatti.
Rivelando così l'esistenza di quella politica parallela, occulta, che si
sviluppa fuori dai canoni dell'ortodossia diplomatica ufficiale. Per la
verità, uno 007 italiano che partecipò al golpe in Tunisia, nome in
codice G-71, parlò di un colpo di stato con momenti anche cruenti, anche
con il ricorso alle armi. Tutta questa premessa per ipotizzare un
possibile, ipotetico, utilizzo delle armi di Zhukov in uno scenario
internazionale. Magari nell'area africana.
di Piero Mannironi
link
Giallo su dove sono finite le armi di Zhukov
Secondo
le esperte, c'è una correlazione anche con le malformazioni negli
agnelli causate dallo stesso inquinamento che deriva da alcune attività
del poligono di Perdasdefogu e del Salto di Quirra.
VILLAPUTZU
Ci sarebbe un rapporto diretto tra la contaminazione dei pascoli e
dell'aria di Quirra causata dalle attività del poligono, la nascita
negli ovili di agnelli malformati e l'insorgenza dei tumori al sistema
emo-linfatico (leucemie e linfomi) nei pastori. Lo sostiene l'Enea
(l'Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo
economico sostenibile), in una relazione spedita il primo marzo al
Procuratore di Lanusei, Domenico Fiordalisi.
CONTAMINAZIONE
Le esperte Fiorella Carnevali e Marta Piscitelli ne danno una
spiegazione scientifica: «Gli elementi chimico-tossici presenti, come è
stato accertato, nei pascoli e nell'aria, possono essere stati ingeriti o
inalati da animali e persone. Queste sostanze tossiche possono attaccare qualsiasi organo, anche la placenta o il feto, provocando malformazioni o tumori».
INALAZIONE L'ipotesi più probabile, secondo l'Enea, è che le sostanze nocive si siano introdotte negli animali e nelle persone tramite inalazione: «Greggi e pastori frequentano determinate zone del poligono contemporaneamente oppure immediatamente dopo esercitazioni o test che rilasciano polveri sottili tossiche nell'aria», hanno scritto Fiorella Carnevali e Marta Piscitelli al procuratore Domenico Fiordalisi.
LE MALATTIE
«Queste sostanze contaminanti - prosegue l'Enea - possono essersi
accumulate nell'organismo degli allevatori e aver dato vita, nell'arco
di 10-15 anni, a leucemie e linfomi visto che il
sistema linfatico funge da "filtro e spazzino" nell'organismo». Quindi
la conclusione: «Questa ipotesi sulla genesi di determinate patologie
spiegherebbe la concomitanza di nascita di agnelli mostruosi e di tumori
linfatici nell'uomo».
URANIO Uno dei
presunti killer, ma non l'unico, è l'uranio impoverito che non è stato
trovato durante i controlli ambientali pagati dalla Difesa e affidati
dalla Nato a una società del gruppo Fiat (la Sgs). L'accusa degli
esperti scelti dai Comuni è stata esposta venerdì nel corso di un
incontro a Cagliari. «Seguendo le metodologie scientifiche applicate dalla Sgs (pagata dalla difesa), era quasi impossibile trovare nel poligono uranio impoverito».Sostanza
potenzialmente pericolosa rinvenuta invece in un agnello nato con due
teste da genitori che pascolavano nel Salto di Quirra. Lo ha
certificato un laboratorio di Bologna per conto del professor Massimo
Zucchetti, docente di impianti nucleari del Politecnico di Torino e
consulente della Procura di Lanusei.
LE CONFERME Il
parere scientifico dell'Enea fa il paio con ciò che aveva detto Maria
Antonietta Gatti, esperta di nano-particelle, nel corso di un convegno a
Villaputzu nel gennaio del 2010: «A Quirra i pastori muoiono di
leucemia». E conferma, almeno nei risultati, i sospetti dei veterinari
delle Asl di Lanusei e Cagliari, Giorgio Mellis e Sandro Lorrai, capaci
di contare 10 pastori malati (7 morti) sui 18 in un raggio di 2,7 chilometri dal poligono, in una contrada di Quirra.
LO SGOMBERO Il
lavoro delle specialiste dell'Enea è una delle relazioni che ha ispirato
il provvedimento di sgombero dei pastori del poligono, chiesto dal pm
Fiordalisi e deciso dal gip Paola Murru. Entro il 22 luglio i
Comuni dovranno trovare una nuova sistemazione per 66 aziende della zona
e circa novemila capi di bestiame.
di Paolo Carta
Quirra, dove un pascolo o un posto di lavoro diventano più importanti della salute
In questa storia di ambiguità e interessi c’è il rischio che siano proprio le vittime i peggiori nemici della verità
«È peggio la fame della morte»
dicevano i pastori barbaricini. Sintesi efficace di un pragmatismo
primitivo nel quale la vita è declinata al presente e la morte è invece
un’eventualità ineluttabile, che appartiene al futuro. Perché la fame è
certa, mentre la morte è possibile. Insomma è la necessità che diventa
un’i mpropria e semplificata filosofia del vivere. Solo entrando in
questi meccanismi di disperazione e di rassegnazione è possibile capire
l’atteggiamento della gente del Sarrabus e della bassa Ogliastra
rispetto al Poligono interforze del Salto di Quirra.
Ecco che così il diritto al pascolo delle tue capre o delle tue pecore
diventa più importante di un’ipoteca seria sulla tua salute e sulla tua
vita. Oppure uno stipendio come impiegato civile nella base dissolve la
tua paura di una possibile leucemia o di avere un figlio deforme. È la
scelta triste del vuoto. O meglio, la rassegnazione a un vuoto che
sostituisce speranze, prospettive e progetti. Una solitudine che alla
fine corrisponde alla negazione di una consapevolezza politica e spinge
fino all’estrema conseguenza del ripetersi quotidiano di un esorcismo
inconscio che porta a negare perfino l’evidenza.
Così il numero delle croci non conta, o addirittura viene messo in
dubbio, nonostante si conoscano i nomi e i cognomi dei morti. Così i
bambini deformi di Escalaplano sembrano appartenere a una remota
invenzione mediatica. E perfino le tracce di uranio impoverito nei
tessuti di un agnello sembrano paradossalmente materializzare la paura
del bisogno e non della morte. Perché tutto deve restare come è. Non
importa a che costo. Anche quello di assumersi la responsabilità morale
di condannare i propri figli a vivere tra veleni mortali, inaridendo il
loro futuro.
Difficilmente condivisibile questo sentire diffuso, ma comunque
comprensibile. Ciò che invece sfugge alla comprensione è la quasi totale
assenza di indignazione e la mancata pretesa di verità. Che equivale
allo smarrimento di una coscienza politica nella quale si perde il senso
dei propri diritti. In estrema sintesi: il lavoro non può essere
considerato una concessione, o peggio, un’elemosina, ma un diritto. Come
pure è un diritto il risarcimento dei danni sia personali che quelli
generali di tutta la comunità di Quirra. E il primo risarcimento che la
politica deve a questo lembo di Sardegna è quello di rimediare ai danni
causati alla salute e all’ambiente e costruire un progetto nuovo di
sviluppo e di speranza.
Nella storiaccia di Quirra se c’è una cosa certa è che la verità su
quanto accaduto negli ultimi sessant’anni dentro il poligono non è stata
cercata. Anzi, gli indizi di depistaggio sono tanti e molto pesanti. Si
è perfino arrivati a sfiorare il ridicolo quando è stata attribuita a
una miniera di arsenico abbandonata la responsabilità dei tumori. Ma
soprattutto non si è fatta alcuna indagine epidemiologica. Tanto che
l’assessore regionale alla Sanità Antonello Liori ne parla oggi come di
una novità necessaria. Ben dieci anni dopo la terribile denuncia
dell’allora sindaco di Villaputzu Antonio Pili. La verità, imbarazzante,
è che, fino all’i niziativa del procuratore di Lanusei, non si sono
cercate seriamente le tracce degli agenti patogeni, l’origine del
disastro. E tutto questo è certificato in atti e documenti consultabili e
verificabili.
Per concludere: in questa storia infinita di ambiguità e di interessi
miliardari nascosti c’è il rischio di un crudele paradosso. E cioè che i
peggiori nemici della verità possano essere alla fine proprio le
vittime della tragedia. Per un tozzo di pane.
di P.Mannironi